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Gavoi: Gabhoe
Il territorio fertile, ricco di sorgenti e riparato dalle montagne è stato scelto dall'uomo
da tempi remoti. In località Sa Itria sono state scoperte le prime
testimonianze della presenza umana: affascinanti menhir e domus de janas (tombe
scavate nella roccia) furono costruite a partire dal Neolitico .
Non sia hanno notizie certe delle origini del paese ma si conosce la prima volta che compare nelle fonti scritte: nel 1341 la villa di Gavi è nominata
nelle Rationes Decimarum tra i paesi della diocesi di Santa Giusta che versavano tributi alla curia romana.
Durante l'importante epoca giudicale (nell'Alto Medioevo) Gavoi era compreso nel Giudicato d'Arborea e faceva parte della curatoria della Barbagia di Ollolai. Gli abitanti godevano di particolari privilegi e doveri come quello di prestare servizio nell'esercito
giudicale.
Tra i firmatari della pace del 1388 tra Eleonora D'arborea e Giovanni d'Aragona vi è Bernardus Lepore, sindaco di Gavoi e procuratore della curatoria della Barbagia di Ollolai e Austis.
Con la firma della resa degli arborensi del 1410 la villa divenne feudo dei Cubello che
riuscirono a riappacificare gli abitanti proponendosi come continuatori della
tradizione degli Arborea. Nel 1463 Salvatore Cubello ottenne il titolo di
marchese così Gavoi entrò a far parte del marchesato di Oristano .
I suoi territori furono accresciuti dal marchese d'Oristano Leonardo Alagon con la
donazione dei territori di Oleri (una villa distrutta dalla peste) che vennero
divisi tra Gavoi e Ovodda.
Con la confisca del feudo in seguito alla cattura di Alagon, che aveva osato
ribellarsi alla Corona d'Aragona in nome della sua discendenza con gli Arborea,
il centro passò nelle mani dei Carroz e nel 1614 entrò a far
parte del ducato di Mandas.
Per circa due secoli si susseguirono le amministrazioni di diversi funzionari baronali .
L'acquisizione dell'Isola da parte di Casa Savoia non comportò nessuna
trasformazione del sistema feudale che fu abolito soltanto nel 1838.
Divenuto capoluogo di mandamento della provincia di Nuoro
nel 1821, con l'abolizione delle provincie dal 1848 fu incluso nella divisione
amministrativa di Cagliari fino al 1927 quando è tornato a far parte della
nuova provincia di Nuoro.
Circondato da colline e monti e bagnato da corsi d'acqua,
Gavoi vanta una posizione strategica al centro della Sardegna.
I rilievi si stagliano tutt'intorno al paese, proteggendolo dai forti venti: a Nord si trova
il monte Pisanu Mele, a Ovest i monti di Brundihòne e Chizu de noli, a Est i
monti Puddis e Cogoddio (Nord-Est) mentre a Sud il panorama si apre con
l'incantevole vallata del fiume Taloro.
Boschi di roverella e leccio insieme a castagni, agrifogli, noci e ciliegi sono rifugio delle numerose specie animali tra cui sono preservati alcuni endemismi
sardi : euprotto sardo (anfibio), nibbio reale, falco pellegrino, corvo imperiale, gatto selvatico, martora.
Molte aree sono riservate al pascolo ma, in
particolare vicino ai corsi d'acqua, sono presenti anche terreni destinati
alla coltivazione di alberi da frutto e soprattutto ortaggi : fagioli, pomodori, cavoli, zucche e le rinomate patate, che hanno ottenuto grande successo attraverso progetti
promozionali e sagre.
A circa 2 km a Sud del paese si trova il lago di Gusana
uno dei più importanti siti di turismo ambientale della Barbagia. L'invaso
artificiale fu realizzato agli inizi degli anni '60 del Novecento, come primo
salto del fiume Taloro per la produzione elettrica, e oggi rappresenta un
patrimonio ambientale di grande interesse per le sue bellezze naturalistiche e paesaggistiche.
Intorno alle acque, che assumono una colorazione blu intensa d'inverno e
verde d'estate (per le alghe in sospensione), si ritrovano gli arbusti tipici
della macchia mediterranea : corbezzolo, ginepro, ginestra, erica e cisto. Nel lago sono praticati diversi sport:
escursioni a piedi, a cavallo e in canoa, inoltre si organizzano i campionati regionali di pesca alla trota.
Nei dintorni sono presenti diversi siti archeologici di età nuragica e
romana: foto d'epoca ritraggono un ponte romano oggi sommerso dalle acque.
Dal ricco patrimonio archeologico alle numerose iniziative culturali non mancano
occasioni di svago e di nuove esperienze.
Per chi vuole fare conoscere le credenze e i riti del periodo prenuragico è consigliabile una visita ai siti archeologici vicino alla chiesa di Sa Itria; qui si trova il
famoso menhir Sa perda Longa che si leva da terra per più di 3 metri
mentre un raggruppamento di menhir è ancora visibile nella radura di Perdas Fittas . Nel territorio si conservano diverse tipologie delle suggestive tombe scavate nella
roccia chiamate domus de janas ; le più visitate sono quelle di
S'iscrithola, che, scavate in massi singoli di granito, presentano tracce di
ocra rossa nell'ingresso, e le domus di Gurrai,
che si sviluppano in più ambienti e sono definite sas campanas de Gurrai per la
loro particolare forma.
Nei punti più elevati e vicino alle sorgenti sono custodite le costruzioni simbolo
dell'antica civiltà sarda: i nuraghi. Tra i più noti vi è il nuraghe di Talaichè , alto circa
6 m, con la caratteristica copertura a tholos intatta.
Nei dintorni del paese si trova la chiesa
campestre della Madonna d'Itria , ricostruita agli inizi del '900
su un antico impianto a croce greca. Qui si svolge la tradizionale corsa
equestre di origine medievale: Su Palu de Sa Itria .
Camminando per le incantevoli vie del centro storico
si possono ammirare le tipiche case in granito dell'architettura
barbaricina molto ben conservate. Ci si può lasciar trasportare alla ricerca
degli scorci inaspettati arricchiti dai profumati balconi fioriti. Proseguendo
lungo le stradine si giunge alla piazza principale dove gli spazi si ampliano
per donare una visione d'effetto sulla bella chiesa parrocchiale intitolata
a San Gavino : edificata nel XVI secolo in stile tardo gotico, presenta una facciata semplice impreziosita da un imponente rosone in vulcanite rossa e un portale barocco.
Per approfondimenti sulla cultura locale non può mancare una visita al museo Casa Porcu Satta , che vanta una notevole collezione etnografica: i bellissimi abiti della tradizione gavoese, i giocattoli d'un tempo, gli strumenti degli antichi mestieri e la
raccolta di strumenti musicali. Tra questi spicca su tumbarinu , il tamburo suonato dai tumbarinos che hanno reso Gavoi famosa in tutta l'Isola.
Tra le tante iniziative culturali che animano il paese ha assunto una particolare rilevanza
il festival della letteratura L'Isola delle storie , che si svolge i primi di luglio: un
grande evento nato nel luglio 2004, che richiama scrittori, attori, musicisti,
giornalisti, politici da tutto il mondo.
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Etimologia
del nome di Arasulè.
Secondo lo Spano Arasulè, rione superiore di Tonara
avrebbe le radici fenicie di "Ar" monte e di "Siul" rupe:
significherebbe Monte, roccia.
Un'altra versione lo farebbe derivare dal latino "Ara" altare e dal sardo "Ule" bue
quindi letteralmente "Altare del
Dio Toro".
Le ipotesi sono disparate: o un monte di roccia o un'altare
dove si venerava il dio toro.
Una cosa è certa, l' ipotesi di Arasolis come Altare del sole
non è supportata dalla linguistica in quanto dal latino "solis solem", in barbaricino
, in tonarese, nuorese e logudorese si
ha l'esito sole e non sule o soli.
Queste varietà del sardo compresa il tonarese non ammettono
la metafonesi ossia quel fenomeno per il quale le vocali si innalzano di un grado
permettendo alla e di diventare i e alla o di diventare u, come
avviene per il campidanese dove il latino piscem pische diventa pisci e il
latino canto (ego canto) da "deo canto" diventa "deu cantu".
Arasulè nome suggestivo è da paragonare ad altri toponimi
presenti nel territorio tonarese come "Saraulu" e in territorio nuorese come
Sarule, Desule (Desulo) e Ardaule.
Studi sul sardo : a cura di Massimiliano Rosa
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Dorgali : Turk'al
La nascita del centro di Dorgali è avvolta da un'aura mitologica: secondo alcune leggende il nome ricorda quello del suo fondatore, un
saraceno di nome Drugàl . Secondo altri racconti i suoi
primi abitanti erano fenici che si spostarono dal loro originario insediamento sulla costa, nei pressi di Fuili, stanchi dei continui attacchi provenienti dal mare, e dopo aver attraversato il Monte Bardia ('guardia') si stabilirono nella località detta Isportana, che
nella variante locale significa 'arrivano'.
I siti archeologi disseminati in tutto il territorio dimostrano che l'area era abitata
fin dalla preistoria. Nelle scenografiche falesie del golfo di Orosei si affacciano le celebri Grotte del bue marino . Qui sono state rinvenute testimonianze
di vita a partire dal Neolitico finale (3200-2800 a.C.) e straordinarie
incisioni di figure antropomorfe che risalirebbero all'Eneolitico finale
(2100-1800 a.C.).
Le civiltà che vissero in queste terre hanno lasciato in eredità spettacolari monumenti (domus de janas, dolmen, villaggi nuragici, nuraghi, pozzi sacri, tombe di giganti).Tra i
più suggestivi siti dell'età del Bronzo vi sono il complesso nuragico di Serra Orrios e
l'insediamento costruito in una dolina all'interno del Monte Tiscali . I resti di
un'antica mulattiera, S'Iscala Omines , tra il Monte Bardia e il Monte Tului,
hanno restituito prove del passaggio cartaginese e romano .
L'esistenza dell'attuale centro
abitato già in età bizantina è documentata
dalla dedica dell' antica parrocchiale ai santi Cornelio e Cipriano , martiri
venerati nel culto orientale, e dal ritrovamento del diploma militare di un soldato bizantino
.
Nel Medioevo il villaggio fece parte della curatoria di
Galtellì nel Giudicato di Gallura che nel XIII
secolo fu sottoposto al domino pisano
fino allo scontro contro la corona d'Aragona . Le guerre che si succedettero
nel corso del Trecento comportarono grandi difficoltà per la villa che, dopo lo smembramento della Gallura per opera dei re spagnoli, passò sotto
l'amministrazione del Giudicato d'Arborea . Il giudice
Mariano IV intraprese una guerra contro gli invasori iberici ma nel XV secolo i suoi
successori furono sconfitti e anche Dorgali fu sottomessa ai feudatari scelti dai reali spagnoli prima e dal XIX secolo dai Savoia .
Gli abitanti si ribellarono più volte ai soprusi e alla tirannia degli amministratori che li
opprimevano con pesantissimi tributi. La situazione divenne sempre più critica
fino al 1820 quando l' editto delle chiudende , che prevedeva l'abolizione dell'uso comunitario della terra e consentiva ai benestanti di accrescere i loro possedimenti in modo sregolato edeccessivo, provocò sommosse in tutto il territorio causando gravi disordini, numerosi arresti ed esecuzioni . I tumulti non cessarono neanche dopo il riscatto dal regime feudale nel 1839 : l'economia del centro, prevalentemente
agricola e pastorale, basava, infatti, la sua sussistenza sul lavoro nei campi.
Nel corso del Novecento il centro è divenuto una delle mete turistiche più ambite
dell'Isola grazie alle straordinarie bellezze del suo
territorio .
Tra mare cristallino e montagne lussureggianti il territorio di Dorgali offre un' eccezionale varietà di paesaggi e attrazioni tra cui le famosissime Grotte del bue marino . Inseriti tra le affascinanti falesie che si immergono sul Golfo di Orosei , questi antri custodiscono straordinari paesaggi sotterranei in cui sono ancora visibili antichissime incisioni che raffigurano uomini danzanti e dove, fino alla fine del Novecento, viveva una colonia di foche monache (da cui il nome del sito), oggi
protetta perché a forte rischio di estinzione.
Un'altra importante grotta è quella di Ispinigoli , nel Monte
S'Ospile, a nord-est del paese,caratterizzata dalla presenza di un'enorme colonna formata dall'unione di una stalattite e una stalagmite che con i suoi circa 40 m
d'altezza risulta la più alta d'Europa . In un inghiottitoio della grotta sono
stati rinvenuti numerosi scheletri di giovani donne e ornamenti preziosi di
epoca fenicia da cui il nome di " Abisso delle vergini ".
A est l'abitato è protetto dal Monte Bardia ('Monte
Guardia') che lo separa dal mare. Il suolo è formato da diverse tipologie di rocce: basaltiche, calcaree e granitiche da cui hanno origine gli esemplari
tipici della flora isolana : alberi di leccio, sughera, ontano, terebinto, ginepro, olivastro si alternano agli arbusti di biancospino, corbezzolo, ginestra, erica, fillirea,
insieme a tutte le altre essenze tipiche della macchia mediterranea
(lentischio, mirto, rosmarino ecc.). Tra le specie caratteristiche della fauna vi sono:
mufloni, cinghiali, gatti selvatici, donnole, martore, lepri, aquile, falchi,
pernici.
A ovest del centro, superato l'invaso del fiume Cedrino al confine con il territorio di
Oliena, si incontra il tavolato basaltico del Gollei , uno dei più scenografici monumenti naturali incluso tra le aree protette della
Regione Sardegna. Il Gollei si contraddistingue per le impressionanti scarpate: bastioni di lava a forma di canne d'organo alte fino a 20 metri .
Verso sud si estende l' incantevole Valle di Oddoene con i
suoi curati orti, vigneti e oliveti, un meraviglioso giardino dove tra la vegetazione scorrono i ruscelli incorniciati da bianchi calcari.
Da qui si può intraprendere il sentiero in salita de S'Iscala de Surtana che si sviluppa nella gola di Doloverre tra lecci e ginepri . Lungo le
pareti calcaree a strapiombo gli appassionati si cimentano sui percorsi d'arrampicata sportiva . Il sentiero consente di arrivare fino al Monte Tiscali
che custodisce una grande dolina carsica. Al suo interno lungo le pareti si
trova uno spettacolare insediamento nuragico .
Verso la costa si incontrano gli affascinanti canyon di Codula Fuili , che conduce alla graziosa caletta Fuili caratterizzata dalle bianche e levigate pietre che
ricoprono il lido e, più a sud al confine con il comune di
Baunei, Codula di Luna da cui si giunge alla celebre spiaggia Cala Luna che per
la sua bellezza è stata più volte scelta come set di molti film . Le codule, formate dall'erosione dei torrenti , sono meta di molti appassionati di
trekking e torrentismo. Le ripide pareti calcaree sono impreziosite dalla fioritura di oleandri e specie endemiche .
Per gli amanti del mare è d'obbligo una visita alle altre rinomate spiagge immerse in una natura incontaminata : nella maggior parte dei casi per
arrivarci occorre percorrere lunghi sentieri o raggiungere i lidi con le imbarcazioni.
Con l'auto si possono raggiungere le delicate spiagge di sabbia fina a nord: Cala Cartoe e la caletta di Osalla .
Le grandi civiltà del Mediterraneo che hanno frequentato le sue terre hanno lasciato
dietro di sé un ricchissimo bagaglio culturale cha ancora oggi si rispecchia
nel variegato artigianato dorgalese . Metodi e motivi ornamentali tradizionali
danno vita a ricercate composizioni, espressioni autentiche di una straordinaria arte popolare tramandata nei secoli .
Nelle botteghe artigiane abili maestri ripropongono la lavorazione
del cuoio, dei gioielli in filigrana, dei tessuti e della ceramica . Verso la
fine degli anni Venti, in uno di questi laboratori iniziò a sperimentare le
argille il noto artista dorgalese Salvatore Fancello (1916-1941). Allo scultore ceramista è dedicata una raccolta museale in cui si possono ammirare le
fantastiche opere tra cui l'eccezionale Disegno ininterrotto di 7 metri realizzato a china e
acquerello.
Tra le contorte viuzze del centro storico sono custodite le antiche case a più piani costruite con la tipica roccia vulcanica scura che dona loro un particolare
fascino. Sulla piazza principale si trova la parrocchiale dedicata a santa Caterina , costruita nel 1737-1745 e ristrutturata nell'Ottocento. All'interno è conservato un
prezioso altare in legno intagliato e numerose statue risalenti al secolo
XVIII.
Nelle campagne si incontrano diversi
santuari campestri costruiti nel XVII secolo tra cui la graziosa chiesa della Madonna di Valverde , del 1655, caratterizzata dalla
copertura in legno di ginepro e dalla presenza delle tipiche cumbessıas (alloggi
temporanei per i pellegrini) e quella dedicata alla Madonna del Buoncammino nella
scenografica valle di Oddoene.
In tutto il territorio sono numerosissime
le testimonianze di epoca preistorica : i siti più conosciuti sono le
scenografiche Grotte del bue marino , in cui sono state scoperte straordinarie incisioni raffiguranti uomini danzanti che risalirebbero all' Eneolitico
finale (2100-1800 a.C.), e i complessi nuragici
di Serra Orrios e di Tiscali.
Il villaggio-santuario di Serra Orrios (frequentato
dalla fine del Bronzo antico alla prima età del Ferro) risulta una delle più estese e meglio conservate aree archeologiche dell'Isola . Sono state individuate circa cento capanne disposte in isolati con spazi comuni , dove in
alcuni casi si trovano i resti di pozzi d'acqua. A rendere unico il sito si
aggiungono due templi rettangolari
con struttura "a megaron" racchiusi da recinti sacri .
All'interno di una dolina del Monte Tiscali, un ' incredibile fortezza naturale, è custodito il suggestivo villaggio nuragico che prende il
nome dal monte. Il sito è formato da nuclei di capanne circolari o a pianta
ovale ed altre più piccole di forma rettangolare o quadrata, probabilmente
utilizzate come ricoveri per animali e depositi delle scorte.
Nel circondario abbondano spettacolari monumenti sepolcrali tra dolmen, domus de janas e tombe dei giganti . Meritano una visita le stupende tombe megalitiche riferibili alla Cultura di Ozieri (3200-2800 a.C.): il Dolmen di
Motorra , in cui si conserva un rarissimo corridoio che precede la camera poligonale, e quello di Monte Longu , molto ben conservato, costruito in pietra calcarea. Tra le più antiche sepolture nuragiche quella di S'Ena de Thomes , del Bronzo
Antico, mostra un ottimo stato di conservazione: la tomba di giganti, infatti,
presenta un corridoio funebre quasi intatto e l'imponente stele è ancora nella
posizione originale tra le grandi pietre dell'esedra.
Per approfondire la conoscenza delle civiltà che si sono succedute nel territorio è
possibile visitare il Museo Archeologico che custodisce una raccolta di reperti
databili a partire dal III millennio a.C. all'epoca medievale.
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Forreddos de Janas di Martì
Le radici di questo paese affondano ,infatti, nel Neolitico. Vere testimonianze d'epoca sono le DOMUS de JANAS ,grotte di pietra e granito ,che, forse, fungevano da tombe.
Quella di Marti ,la più grande, si può paragonare ad un toro.
Tutte le DOMUS DE JANAS
sono composte da materiale quarzoso. Non si sa il numero precise di queste
tombe e neanche a che cosa precisamente servissero ; le ipotesi parlano appunto
di tombe sacre rituali. La domus de Janas di Martì è formata da tre Ipogei
comunicanti: la prima tomba ,a SUD-OVEST, si compone di due celle, di pianta
quasi rettangolare . Si conservavano due piche aventi la funzione di chiudere
il portello d'ingresso. Questo, che introduce al 1^ vano, fa entrare la luce in
questa cella a forma irregolare cui lati misurano 0,50 m, 1,30m, 1,60m, 1,30m .
Il soffitto è piatto , e l'altezza del vano 6 di 85 cm. il vano B è alla destra
di quello A ed e area sub-rettangolare, con soffitto piano e pareti verticali.
C'è comunque un'altra apertura che dà in una stanza in cui il pavimento è posto
sopra il vano B. Essa presenta una pianta sub-circolare col soffitto piano.
Sulla sommità della DOMUS DE JANA c'è una fossetta a forma circolare che è il
vero centro di culto della tomba interna. Altri fossili sono stati trovati
nell'attuale SU PRANU, dove tanto tempo fa , si dice ci fosse il mare. I primi
insediamenti si sviluppano anche a SUD. Ma è presso TONNAI, dove si trova un
villaggio romano ove nasce la civiltà tonarese, infatti abbondano resti di vasi,
bronzetti, monete dell'epoca imperiale, epigrafi.
Massimiliano Rosa
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Tonara
Nel Dizionario Geografico del Casalis redatto, per la parte relativa alla Sardegna, con l'ausilio del Prof. Vittorio Angius, docente delle Università di Sassari e Cagliari
Tonara , villaggio della Sardegna nella provincia dì Nuoro,
capoluogo di mandamento, sotto il tribunale di prima cognizione della predetta
città. E' compreso nella Mandrolisai, regione della Barbagia, e dipartimento
dell'antico regno di Arborea. La sua posizione geografica è nella latitudine
40° 1' 10'' e nella longitudine orientale del meridiano di Cagliari 0° 4. Siede
nell'alto tra il principio di due valli, una inclinata verso austro, l'altra
nella parte contraria, ma non nel mezzo perché il suo più alto rione è di alcun
poco distante dal vortice o linea divisoria delle acque ne' primi gradi della
discesa all'austro. Questa valle australe è fiancheggiata a levante dalla
montagna, detta Ghenna de Floris a ponente da vari colli, uno de'quali è detto
propriamente Su Toni o Toneri. Questa parola nell'uso del paese significa
generalmente grandi rocce ed enormi rupi ardue e difficili all'accesso . Noi la
ritroviamo in altri luoghi della Barbagia, nel ramo australe del Montargento,
dove è il Tòniri di Irghini , e nei monti della Barbagia di Seulo in una roccia
che resta ad ostro-libeccio e a due miglia dalla Petra Iliana. Siccome di detti
toni o tòniri si trovano alcuni presso il paese considerato, però stimano molti
che il suo nome Tonara derivi dai medesimi . Il comune di Tonara è diviso in
quattro frazioni o rioni che nel paese diconsi vicinati. Questi vicinati sono
ordinati in scala nella discesa del monte, o nella sua pendice. Il rione
superiore e insieme il più popolato ha il nome proprio di Arasulé ed è disposto
incontro all'austro. Il secondo è detto Toneri o Toniri , meno popolato del
precedente, ma più degli altri. Ha questo nome perché dalla parte di ponente si
appoggia al gran colle detto Su Toni o Tòniri, onde resta in esposizione
incontro al levante. Il terzo si nomina di Taliseri, resta più a levante degli
altri ed esposto all'austro. Il quarto, inferiore agli altri perché è prossimo
agli ultimi gradi della pendenza e meno degli altri popolato, appellasi di
Ilalà, giace al scirocco degli altri e riguarda il ponente, restando diviso da
Taliseri per un ruscello, che ha le sue scaturigini nella parte superiore della
montagna, volgarmente appellata del Sèssini. Le acque di questo ruscello per
ragione del sito scosceso e sassoso scorrono rapide e tanto sonanti, che pure,
quando esse sono in poca quantità, bisogna gridare perché si senta la voce da
una sponda all'altra. Le strade del paese sono in generale scoscese e strette.
Ma fuori del paese a piccola distanza trovansi alcuni tratti dove si può
passeggiare e nell'estate rallegrasi la vista in una prospettiva amenissima, e
da qualche parte assai larga. Trovandosi Tonara presso al gruppo del
Montargento in molta elevazione e presso montagne che mantengono nel dorso per
molti mesi la neve, intendesi che il clima deve esser freddo; tuttavolta per la
situazione che abbiamo accennata restando tutte le frazioni del medesimo difese
dalla tramontana ed in esposizione all'austro il freddo invernale non è tanto
intenso , quanto si potrebbe supporre, epperò il suolo facilmente si disgombra
delle nevi se a' temporali nevosi seguano giornale serene. Spesso dentro i
paese il nevazzo levasi ad un metro e resta delle settimane intere, I vecchi
conservan memoria della nevata del gennajo 1793, quando in alcuni siti dentro
l'abitato il nevazzo elevossi a metri 10 e più ancora dove la tormenta
ammucchiava le falde. Si rammentano tanti altri temporali ma non di effetto
tanto notevole. Il freddo in certi notti d'inverno va sino a -8°. Come le nevi
così le piogge estive cadono qualche volta a torrenti , e tutti ricordano il
temporale notturno del 3 ottobre 1830, che durò sole due ore, e rovesciò molte
case, e cagionò gravissimi guasti nelle campagne e nei boschi, e l'altro de' 24
luglio 1831, il quale scoppiò dopo le due pomeridiane e proseguì per due ore
danneggiando molto più che aveva fatto il precedente. Di primavera e di autunno
si vedono nelle valli e nelle gole delle montagne nebbie dense, le quali però
non sono mai state riconosciute maligne, essendo esse veri nuvoli. L'umidità sentesi
ne' tre rioni inferiori e nulla nel superiore. Il maestrale riflesso dalla
montagna di Genna de Floris vi si fa sentire e spiega molta forza, che nuoce a'
seminati ed agli alberi. Il libeccio fa altrettanto. L'aria di Tonara è pura
d'ogni maniera di miasmi.
Il territorio.
Non è questo molto esteso perché forse la sua area non
pareggia le 20 miglia. Esso è quasi tutto montuoso, non pertanto non mancano
de' piccoli piani. La montagna principale è la così detta Genna-de-Floris, la
quale è una dipendenza del Montargento, di cui può trovarsi la descrizione
nell'articolo Sardegna. Dalla sua giogaja scuopronsi tutte le regioni
occidentali e lo sguardo distendesi ne' mari di ponente. In molti tratti la
selva de' ghiandiferi, mescolati di altre specie, è folta, e si vedono alberi
annosi e folti ; in altri è rara e gli alberi di aspetto meschino. Le fonti si
aprono a tutti i passi per così dire, e alcune di una copia notevole. Le acque
sono di tutta bontà. Qui però devesi fare una eccezione , e sarebbe per l'acqua
che bevesi nel vicinato di Toneri, acqua che non è di cattivo gusto , ma che
tuttavolta si sente men buona di quella che bevesi negli altri rioni. Alla
quale si attribuisce certa deformità che patiscono molti di coloro che ne
bevono e specialmente le donne, e voglio dire il gozzo , che in alcune cresce
al volume d'un'arancia ordinaria, in altre anche più. Intanto questa
supposizione viene a confermarsi in quanto parecchie donne degli altri rioni ,
le quali frequentano il rione di Toneri e vi stanziano per le loro faccende
contraggono per lo più la stessa deformità. Si è fatta osservazione sopra
alcune donne di Arasulè, le quali per matrimonio o per altro qualunque motivo
avendo trasferito il loro domicilio in Toneri indi a poco lasciaron vedere nel
collo un piccol nodo, che andò crescendo a poco a poco sino al sunnotato
volume. Nel territorio di Tonara si formano alcuni rivi, de' quali uno discende
nella valle boreale, l'altro nella valle australe, il quale, come abbiam
notato, ha origine nel monte Sessini. il grosso selvaggiume vi è abbondante, e
si trovano cervi, cinghiali e mufloni. E' pure abbondantissimo l'uccellame
grosso e gentile.
Popolazione.
Nel censimento del 1846 si notarono in Tonara anime 2476 ,
distribuite in famiglie 648 ed in case 472 (forse 572?).Il detto totale
distinguevasi in uno ed altro sesso secondo i diversi periodi dell'età nelle
seguenti parziali;sotto gli anni 5 maschi 145, femmine 159; sotto li 10 mas.
137, fem.134; sotto i 20 mas. 154, fem. 196; sotto i 30 mas 118,fem. 154; sotto
i 40 mas. 131 , fem. 128; sotto i 50 mas.116 , fem. 138; sotto i 60 mas. 104 ,
fem. 117; sotto 70mas. 98 , fem. 118; sotto gli 80 mas. 81 , fem. 98 sotto i 90
mas. 76, fem. 30; sotto li 100 mas 27, fem. 17. Distinguevasi poi secondo le
varie condizioni domestiche il totale de' maschi 1187, in scapoli 695,
ammogliati 436, vedovi 58; il totale delle donne 1289 in zitelle 691, maritate
439, vedove 159. I numeri medi del movimento della popolazione sono i seguenti;
nascite 95, morti 65, matrimoni 18. Molti vivono alla decrepitezza, e tra il
1830 e il 1852 morirono due più che secolari. Le malattie più frequenti sono i
dolori laterali per le quali molti muoiono nell'età più verde La popolazione è
pessimamente servita nel rispetto sanitario, perché non si hanno né medici, né
chirurghi di abilità. I flebotomi suppliscono, e sarebbe meno male che
mancassero anche questi. Nel vestiario i Tonaresi non hanno alcuna differenza
dai popoli vicini;se non che le donne usano per velo un taglio di panno nero
quadrilatero, non più lungo di metri 0,75. Esso è contornato di nastri di tal
colore secondo il gusto, stringesi con un gancetto sotto il mento, e con le
falde copre il petto. E se questa è la moda antica, provasi un'altra volta che
il Dante non scrisse storicamente, quando notò la nudità impudente del petto
delle donne toscane nella maniera delle barbaricine di Sardegna. Negli usi sono
simili agli altri sardi e massime a' loro compaesani della Barbagia: quindi
vedi l'articolo Barbagia. Hanno gran passione per i balli e questi si fanno
all'armonia del canto, non potendosi che di rado avere uno zampognatore. La
professione principale è quella de' pastori; vengono poi li agricoltori, i
quali sono in minor numero e per lo più sogliono praticare qualche mestiere per
occuparsi in quei mesi, ne' quali non si può state sui campi. Oltre i mestieri
comuni agli altri paesi noterò quello che è particolare a molti tonaresi , che
faticano per asciare i tronchi e segarli , e poi smerciano nelle altre contrade
in tavole, travicelli, e dogarelle. L'opera assidua alle donne è la filatura e
la tessitura , e con la loro diligenza procurano alle famiglie un lucro
talvolta notevole da tessuti, che vendono a rigattieri gavoesi, o cillonari,
vedi art. Barbagia. La scuola elementare vi fu aperta prossimamente alla
parrocchia, poco dopo l'editto delli 23 giugno 1824, e qualche volta fu
frequentata da più di 80 fanciulli. Poi questo numero è andato in diminuzione,
come andata stancandosi la vigilanza del parroco e la cura del maestro. Le persone
che in tutto il paese sanno leggere e scrivere forse non sorpassano i 65.
Agricoltura.
Credono i tonaresi che il loro territorio sia più atto alla
cultura degli alberi, che a quella de' cereali e molti vorrebbero che fosse
così, perché non si dovrebbe faticare sull 'aratro, e sulla vanga, e forse non
desidererebbero più che pane di castagne o di ghiande, delle quali si nutrivano
i loro maggiori. Contrariamente a codesta loro asserzione, il territorio di
Tonara è buono pure alle viti, e se fosse meglio coltivato produrrebbe maggior
copia di cereali. La quantità ordinaria che si semina annualmente da' tonaresi
è di circa 700 starelli di grano, di 500 d'orzo, e di circa 70 starelli di
legumi. La fruttificazione comune è del 7 per uno. L'orticoltura si restringe a
pochi articoli, tra' quali sono principali le zucche e i cavoli. Non sappiamo
se la cultura delle patate siasi estesa , se quella della meliga fu introdotta.
La vite vegeta con molto vigore , ma sopravvenendo il freddo prima che i frutti
siano ben maturati, i tonaresi non sanno far altro per conservare i vini, che
mescolarlo con sapa. Da questo si può intendere quanto essi sono ignoranti
nell'arte di manipolare le uve. Siccome resta molto vino alla consumazione, non
potendosi il superfluo vendere, però se ne brucia una notevole quantità per
acquavite,la quale spesso riesce buona, e quasi basta alla provvista della
popolazione, cioè degli uomini che vanno in campagna. Degli alberi fruttiferi
la specie più comune è il castagno e vedonsi lunghissimi tratti dove questi
piani fanno foltissimo bosco. Il numero de' ceppi forse sorpassa i 200mila,
Lungo i fiumi e i ruscelli trovansi in gran numero i noci. Nelle vigne si
coltivano i nocciuoli, i ciliegi, i peri, i susini, i peschi, i meli di diverse
varietà. Le prime tre specie si trovano pure insieme co' noci fuor delle vigne.
Dopo le vigne sono poco estese le terre chiuse, nelle quali non vedesi altro
che i castagni e gli alberi che abbiamo indicato colti nelle vigne. Egli è però
vero che in qualche parte sgombra si semina. In che ragione stia l'area chiusa
alla superficie intera territoriale non abbiamo avuto dati per computarlo.
Pastorizia.
Il bestiame manso numera gioghi 80, cavalli 170, majali 216.
Il bestiame rude consiste in pecore 14.000, capre 7.000, vacche 1.250, porci
1.600. I pecorai ed i caprai vanno a svernare in luoghi più miti, perché
discendono dal paese ne' primi di novembre, e non vi risalgono che a' primi di
maggio, quando i nuovi pascoli sono in piena vegetazione. Le altre specie restano
nel paese. I formaggi sono di mediocre bontà, e i più comuni o bianchi che poi
si smerciano in Napoli, salati nelle cantine. L'aumento delle gabelle poste
nelle dogane di Napoli sopra questo prodotto, avea immiserito la condizione de'
pastori. Mentre in altri tempi un pecorajo reduce dalle maremme, portava quanto
era sufficiente, e altro ancora, per provvedere per tutto l'anno a' bisogni
della famiglia; poi il frutto che si ebbe nella stagione invernale bastò appena
per pagare i pascoli. Nel trattato però del 1846 la tariffa delle dogane
napolitane fu ribassata, ed i pastori se ne avvantaggiarono. Il prodotto delle
vacche e de' porci è nello smercio degli stessi capi o de' feti, per il lavoro
o il macello. Sono in Tonara e nette sue regioni molti alveari, che danno un
profitto notevole a' proprietari. Il numero può stimarsi di circa 2000.
Commercio.
Abbiamo notato tutti gli articoli che i tonaresi mettono in
commercio, castagne, noci ed altre frutta, tavole e travicelli, tessuti,
prodotti pastorali, formaggi, capi vivi, pelli, cuoi e lane , miele e cera; or
converrebbe dare la cifra totale del guadagno; ma qui pure mancano i dati, e
appena si può presentare come verisimile il totale di lire 110 mila.
Religione.
I tonaresi sono sottoposti alla giurisdizione
dell'arcivescovo di Oristano, e sono curati nelle cose dell'anima da un rettore
assistito da tre preti, che in altro tempo giunsero sino a sette. La chiesa
parrocchiale ha per titolare e patrono l'Arcangelo s. Gabriele , chiesa non ben
capace se poi intervenissero molti anche dai tre rioni inferiori, poco adorna,
e poveramente provveduta. Entro l'abitato sono altre quattro chiese, due nel
rione di Arasulè, una intitolata dalla S. Croce,che è oratorio della
confraternita dello stesso nome, ove tengonsi i sacramenti del viatico e
dell'olio santo per comodo del clero e del popolo componente quel rione;
l'altra dedicata a s. Antonio di Padova, la quale resta in piccola distanza
fuori del rione stesso. Le altre due sono prossime ai due rioni inferiori: quella
di S. Leonardo in poca distanza da Taleseri, e quella di S.Sebastiano martire a
pochi passi dal rione di Ilalà. Eravi sino al 1820 un'altra chiesa filiale
detta di s. Anastasia, la quale fu poi profanata e distrutta, perché era
mancata la sua dote, I tonaresi credono che quella sia stata la più antica
parrocchia de! comune. Le feste principali che si celebrano in Tonara sono tre,
e a queste concorre gran quantità di gente dai vicini paesi. La prima per S.
Antonio di Padova ricorre addì 13 giugno. La festa dura due giorni, e la piazza
delh chiesa prende l'aspetto d'un mercato. Dopo i vespri della festa si corre
il palio; ma bisogna dire che i premi sono meschini, consistendo essi in alcune
decine di palmi di velluto nero o azzurro. La seconda è festa votiva per S.
Sebastiano, e cade nella domenica immediata alle feste di S. Antonio, onorata
essa pure da molto concorso di forestieri; ma senza fiera e corsa. La terza è
pure votiva in onore dell'Arcangelo Gabriele, e si celebra nel primo d'agosto.
Questa è una delle feste che dicono de corriolu, nelle quali gli ospiti non
solo sono trattati con tutta cortesia e lautezza, ma nel partirsi sono regalati
d'un brano di carne (corriolu) per portarlo alla famiglia. Manca ancora il
camposanto e i defunti sono sotterrati intorno alla chiesa parrocchiale, dentro
il cortile.
Chiese campestri.
Appartenente alla parrocchia di Tonara, nel territorio di
Sorgono, a circa due ore verso ponente, trovasi la chiesa rurale dell'apostolo
S. Giacomo, il maggiore. Occorrendo la festa a' 25 luglio , il clero di Tonara
vi si porta e funziona. Ragione di questo fatto si è che questa era la
parrocchia di un paese appellato Spasulè, deserta da circa 120 anni,e che gli
ultimi abitatori del medesimo,essendosi ricoverati in Tonara,riconobbero per
loro parroco il rettore di Tonara, il quale da quel tempo cominciò a
intitolarsi anche rettore di Spasulè, per la giurisdizione canonicamente
confertagli su quella parrocchia. Gli emigrati di Spasulè avendo seco portalo i
loro diritti nel nuovo domicilio, e lasciatili a' tonaresi, questi avrebbero
dovuto avere la proprietà de' territori di Spasulè, come erasi fatto in simili
casi in molti altri luoghi; ma quei di Samugheo, di Sorgono e di Atzara, quando
videro deserto Spasulè, invasero quel territorio e sel divisero, togliendosi
ciascuno la parte che meglio gli accomodava. I tonaresi sentendosi inferiori
contro i tre popoli collegati, si astennero dalla violenza, che sarebbe tornata
inutile, anzi dannosa, e tentarono le vie legali per vendicare i loro diritti.
La lite, come si dee supporre, per la conosciuta natura degli avvocati, fu
tratta in lungo, poi quando la causa parea matura, allora, non si sa né come né
perché , sì cessò dalle instanze. Sospettasi che i tre paesi persuasi di esser
obbligati a rimettere a' tonaresi le terre di Spasulè, abbiano corrotto quelli
che nel paese avevano maggiore influenza. Restano poi dentro i termini veri di
Tonara in vari punti tali vestigia , che provano avervi abitato altre tribù.
Non è però rimasta alcuna notizia né del nome delle popolazioni, nè del tempo
in cui furono abbandonate, nè di altro accidente, per cui sieno cadute, A
ponente del paese a circa un quarto d'ora nel luogo detto Petras-lobadas,
scavando si sono trovati veri oggetti di archeologia, e diverse monete. Ad
ostro a circa mezz'ora nella regione detta Santu Leo sono vestigie di antiche
mura. Alla stessa parte, a mezz'ora da Ilalà, nel luogo detto Su Mamui, vedonsi
altri inidizii, a' quali i tonaresi danno il nome di Bidda intra errios (villa
tra' rivi). E finalmente alta parte di maestrale, nel luogo detto Mattalè, in
distanza di tre quarti d'ora, si osservano altre indicazioni di antica
abitazione. Non si può notare in questo territorio nessun nuraghe.
Massimiliano Rosa
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Bitti
In limba Vitzi
Luogo ospitale e pieno di storia in cui la grande civiltà nuragica innalzò i
meravigliosi monumenti del villaggio-santuario
di Romanzesu , uno dei maggiori centri archeologici
dell'intera Isola , e dove si stabilirono gli antichi
Balari che sfidarono il potente Impero Romano.
In tutto il circondario si incontrano numerose testimonianze preistoriche: domus de janas e menhir (chiamati in sardo perdas fittas ossia 'pietre infisse') raccontano una storia che risale al Neolitico mentre a partire dall' età del Bronzo si sviluppa la civiltà nuragica di cui si conservano le tipiche torri, le scenografiche sepolture, dette "tombe dei giganti", oltre ai misteriosi ed affascinanti edifici sacri.
Le origini del nucleo urbano risalgono probabilmente a una mansio romana (stazione di sosta) sulla strada che collegava Cagliari a Olbia. Molti reperti dell' età repubblicana e imperiale sono stati ritrovati nelle vicinanze della chiesa di Bonucaminu , a ovest dell'abitato attuale, e nel sito di Sa Patzata , da cui proviene l'iscrizione funeraria di un soldato romano di nome Decumo.
In quest'area viveva l'antica popolazione dei Balari , elencata
tra le Civitates Barbariae , che, come ci raccontano le fonti dell'epoca, si oppose
strenuamente all'invasione romana .
Durante il Medioevo il paese appartenne, inizialmente, al Giudicato di Gallura e fu capoluogo della curatoria , da cui deriva il nome della regione storica: la Barbagia di Bitti . Risale al 1173 un documento in cui compare il nome della villa : l'allora giudice Barisone donava la chiesa di Santa Felicita di Bithe al monastero pisano di San Felice di Vada.
A seguito del matrimonio tra la giudicessa gallurese Elena de Lacon e Lamberto Visconti, la Gallura entrò sotto il controllo di Pisa. La crescente ingerenza della repubblica marinara portò alla guerra con la Corona d'Aragona che vantava diritti sul Regno di Sardegna, istituito alla fine del XIII secolo da Papa Bonifacio VIII.
Il conflitto portò allo smembramento del regno di Gallura e il villaggio, come quasi tutti i paesi sardi, venne annesso nel XIV secolo al Giudicato d'Arborea sotto la
guida di Mariano IV che intendeva unificare tutta l'Isola. Ne derivò il grande scontro con i catalano-aragonesi che, con notevole dispendio di uomini e mezzi, ottennero la vittoria. Il XV secolo , quindi, rappresentò anche per il centro barbaricino l'inizio dell'assoggettamento a potenze straniere: Bitti fu infeudata a vari casati prima aragonesi e catalani poi spagnoli e, a partire dal XVIII secolo, piemontesi. Si dovrà attendere fino al 1838 perché venga concesso alla cittadinanza di riscattare il
feudo ponendo termine allo sfruttamento delle diverse signorie.
Molti dei piccoli villaggi del circondario
scomparvero a seguito delle guerre e a causa della
peste che nel XIV secolo decimò l'Europa: fu questa la sorte di Jumpatu e Dure . Di
quest'ultimo, a est dell'abitato attuale, rimane traccia nelle chiese di Babbu
Mannu (SS. Trinità), Sant'Istevene (santo Stefano), Santa Luchia (santa Lucia),
Santa Maria, Santu Jorgeddu (san Giorgio di Suelli).
Riuscì a sopravvivere Gorofai , attuale quartiere a nord del paese, che nella seconda metà dell'Ottocento perse la sua indipendenza divenendo frazione di Bitti .
Il rione conserva ancora la sua autonomia ecclesiastica con la parrocchiale
dedicata al Santissimo Salvatore che, alla
fine del Settecento, sostituì quella più antica di San Michele.
Una miriade di sentieri si snodano lungo il territorio di
Bitti alla scoperta di oasi naturali, ricoperte da rigogliose foreste, scenari
incantevoli tra picchi granitici e meravigliosi scorci acquatici formati da
cascate e laghetti.
A ovest dell'abitato, circondato da verdi colline, si sviluppa un esteso pianoro con campi coltivati tra cui spuntano alcuni santuari campestri . A meno di 10 km dal centro si trovano le graziose cascate Sas Lapias de Monte Ruju dove l'acqua cade da un costone granitico.
Più a nord si incontra l'affascinante complesso
forestale di Crastazza-Tepilora inserito nel Parco Naturale Regionale dell'Oasi di
Tepilora che comprende anche la foresta storica
di Sos Littos-Sas Tumbas.
Nell'areadi Crastazza si possono
intraprendere straordinari percorsi su antiche
mulattiere e sulle vie percorse dai carbonai. Gli
interventi di rimboschimento hanno restituito l'originale paesaggio in cui predomina il leccio, il ginepro (nelle aree più elevate), e la sughera (più a valle)
incorniciati dalla vegetazione spontanea costituita da corbezzolo, fillirea ed
erica.
Una strada asfaltata che passa vicino al carcere di Mamone conduce a Su Pranu de Cheddai , un fertile altipiano che si affaccia su incantevoli panorami e da cui è possibile ammirare le scenografiche cascate di S'Illiorai formate dal rio Nurasè . Seguendo i sentieri naturalistici si giunge in prossimità di questo straordinario spettacolo naturale : da un'altezza di circa 40 metri il torrente si tuffa nei sottostanti laghetti avvolti in una nuvola di piccolissime gocce d'acqua che irrigano la
lussureggiante vegetazione.
Dolci colline e ripide alture sono attraversate dalle antiche vie della transumanza che conducono ai numerosi santuari campestri e agli
incredibili siti nuragici .
Incastonata tra graziose valli percorse da corsi d'acqua che defluiscono nel Rio Posada , si innalza la caratteristica sagoma triangolare del colle granitico di Tepilora (528 m s.l.m.) che a ovest confina con la storica foresta Sos Littos-Sas Tumbas . Qui
sono custoditi magnifici boschi secolari di lecci acquisiti dal demanio fin dal 1914. Alla principale formazione arborea costituita da lecci si associano filirea, ginepro, corbezzolo, erica arborea e le altre specie tipiche della macchia
mediterranea come il lentisco, l'olivastro e il mirto . Lungo i corsi d'acqua
predominano l'ontano nero, l'oleandro e il Salice di Gallura.
In questo splendido contesto ambientale vivono il cinghiale, la lepre sarda, la volpe, il
gatto selvatico. Importanti iniziative dell'Ente Foreste Sardegna hanno condotto
al ripopolamento della pernice sarda e alla ricomparsa di daino e muflone.
Misteriosi templi preistorici e arcaiche forme canore sono tra le tante attrazioni
culturali che offre il paese di Bitti.
Nel territorio comunale si trova l' eccezionale
complesso di Romanzesu: uno dei siti archeologici più suggestivi e misteriosi
della Sardegna . A partire dal XIV secolo a.C. si
assiste al primo insediamento nella zona che pian piano si amplia fino a
ricoprire un'area di diversi ettari in cui si sviluppa il villaggio-santuario . Il
visitatore rimarrà stupito dalla grande
varietà e spettacolarità degli edifici sacri . Tra tutti
spicca il pozzo sacro collegato a un sistema di vasche gradonate da cui
probabilmente i partecipanti accedevano all'acqua per praticare le abluzioni
rituali.
Il centro barbaricino è famoso in tutta l'Isola per la maestria dei cori che tramandano
l'arte dell' antico canto "a tenore" proclamato
dall'UNESCO "Patrimonio intangibile dell'Umanità" . Il comune
ha dedicato a questa celebre tradizione musicale un museo multimediale in cui sarà
possibile ascoltare le composizioni più conosciute e acclamate provenienti da
varie aree dell'Isola. In una delle sale si trova un ingegnoso sistema di totem
che riproduce le 4 voci de su tenore : bassu , contra , boche e mesu boche .
L'esposizione è ospitata nelle stanze di una tipica
abitazione in pietra con pavimento e soffitto in legno . In un'altra
ala della stessa struttura è stato allestito il Museo della Civiltà Contadina e
Pastorale , un'importante raccolta etnografica che
offre uno spaccato su usi, costumi
e tradizioni del paese .
Poco distante, percorrendo gli intricati vicoli e le strette strade dei quartieri
storici, si incontra la chiesa parrocchiale intitolata a Santu Jorgi (san Giorgio Martire) , di origine
medievale (ante XV secolo), che si affaccia sulla piazza principale.
Non lontano sorgono le settecentesche chiese di Sa Pietate (Madonna della Pietà) e San
Michele, mentre quelle di Sas Grassias (Madonna delle Grazie), e di Santa Ruche
furono edificate nel Seicento in stile
barocco popolaresco .
Più a nord si
trova il rione storico di Gorofai , un antico
villaggio che ha conservato la sua autonomia fino a metà Ottocento. Qui si
incontrano altri piccoli gioielli di architettura sacra come la chiesa di Su Sarvatore
(Santissimo Salvatore) che ha conservato il titolo di parrocchiale conseguito a
fine Settecento. A testimonianza della grande religiosità dei suoi abitanti si
contano 9 edifici di culto nell'abitato attuale a cui si aggiungono altri 12
nelle campagne.
Molte chiese
scomparse, e alcune ancora esistenti, recano traccia della religiosità bizantina : ne sono un
classico esempio i culti
orientali di Sant'Elia, Sant'Anna, San Cosma e
Santa Sofia giunti in Sardegna tra il IV e il IX secolo.
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AUSTIS
L'ANTICA AUGUSTIS
L'antico nome del centro, Augustis , risale all'epoca della dominazione romana e precisamente all' impero di Ottaviano Augusto (Roma 63 a.C.- Nola 14 d.C.).
Ma il territorio racconta una storia ancora
più antica : punte di freccia in ossidiana, rinvenute in tutta l'area, sono i segni di un passato che risale fino al Neolitico . Alla preistoria appartengono anche alcuni importanti monumenti come il dolmen di Perda Longa e, a poca
distanza, i nuraghi di Lughia, Turria e Istecori, testimoni della civiltà sarda che si sviluppò durante l'età del Bronzo .
Dai resoconti delle battaglie con i romani si conoscono i nomi delle tribù che popolavano la Sardegna. Intorno ad Austis abitavano i Celsitani e i Cunusitani che resistettero
tenacemente alla conquista e con cui gli eserciti di Roma si scontrarono molte
volte.
Per difendere
le vie di comunicazione e gli stanziamenti romani a guardia delle popolazioni
locali nacque il presidio militare di Augustis dove furono inviati dalla capitale
alcune guarnigioni tra cui la cohors (VII) Lusitanorum .
A documentare la presenza dell'avamposto romano, nella periferia a nord dell'abitato attuale, in località Perda Litterada , si trova una necropoli in cui sono
state rinvenute lapidi in granito con iscrizioni latine, monete e resti di edifici di epoca imperiale .
Nel Medioevo il nome centro viene citato più volte come regnu de
Agustis e curadoria de Austis nei condaghes , registri
delle chiese risalenti all' XI-XII secolo.
Faceva infatti parte del Giudicato di
Arborea ed era capoluogo di curatoria .
Il XIV secolo fu caratterizzato dalla grande guerra dei re
sardi contro la potente Corona d'Aragona che avanzava
pretese sull'Isola in nome della concessione fatta dal pontefice Bonifacio
VIII. Nel 1388 il curatore della villa de Austis fu tra i firmatari della pace tra Eleonora D'Arborea e Giovanni I re d'Aragona. Il conflitto proseguì negli anni
successivi e nel 1420 il villaggio entrò a far parte del marchesato di Oristano fino al 1478 quando fu confiscato all'ultimo marchese Leonardo Alagon che aveva
riacceso il conflitto contro gli spagnoli. Da allora il centro fu infeudato a diverse casate passando sotto il dominio dei Pujades, Arbosich,De Sena, Cervellon e, con il passaggio del regno sardo ai Savoia, fu mantenuto come feudo dai Manca Guiso e infine
dagli Amat.
Nel XVIII secolo venne istituito il Monte granatico e il Consiglio comunitativo primi strumenti con cui la popolazione iniziò il cammino di libertà dalle signorie
feudali da cui fu riscattata nel 1838 . In quegli anni fu aperta la prima scuola elementare e il paese fu inserito nella divisione amministrativa di Cagliari ma con la ricostruzione delle province dal 1927 è entrato definitivamente a far parte della provincia di Nuoro .
Attraverso sas andalas , una rete di
sentieri testimoni di antiche storie , si giunge ai piccoli e grandi tesori
del territorio di Austis tra cui si svelano affascinanti paesaggi . Passeggiando tra l'altopiano del Mandrolisai si scopre la stupenda foresta
primaria di lecci mai sottoposti al taglio, i
bellissimi boschi di sughera circondati dalla macchia mediterranea e
le impressionanti sculture naturali modellate dagli agenti atmosferici sulla roccia granitica.
Lungo i percorsi si incontrano i vecchi luoghi di lavoro, oggi oggetto di recupero: le carbonaie , utilizzate fino agli anni '60 del Novecento, e i caratteristici ovili , ricoveri montani un tempo abitati dai pastori.
Situato sulle pendici occidentali del Gennargentu, il territorio rappresenta il punto d'incontro di diverse regioni storiche e linguistiche caratterizzate da differenti morfologie e costumi: Barbagia di Ollolai a nord e a est, Barigadu a ovest, e Mandrolisai a sud.
Tutta l'area è immersa in una flora ricchissima: boschi di lecci, querce, sughere ed essenze tipiche della macchia mediterranea come corbezzolo, erica, fillirea, ginestra, lentisco. I delicati fiori della rosa serafini, della rosa canina e del biancospino adornano le
verdi distese profumate dalle essenze quali il mirto, il rosmarino e l'elicriso.
Di particolare bellezza è l' oasi faunistica di Assai dove hanno trovato il loro habitat
diverse specie protette come il daino e il cervo sardo . Sono
inoltre presenti cinghiali, volpi, donnole, martore, conigli, e il raro ghiro
sardo. Numerosi anche gli uccelli: il corvo imperiale, lo storno, la pernice,
la ghiandaia, il tordo e i rapaci come il falco pellegrino e la maestosa aquila
reale.
Incastonate nella vegetazione spuntano le sculture
rocciose modellate dalla natura e dal tempo : l'acqua e il vento hanno plasmato imponenti massi di granito donando loro profili che ricordano animali o persone. Tra le più note vi è quella a forma di aquila, in località Sa Conca de Su Cannitzu , ma
soprattutto la roccia chiamata " sa crabarissa ": secondo la leggenda popolare rappresenterebbe una donna di Cabras trasformata in pietra per aver negato cibo ad un pastore; altre versioni la definiscono come la solitaria guardiana delle capre.
Passeggiando lungo i sentieri si scoprono cunicoli e
ripari usati un tempo dai pastori e le impressionanti formazioni granitiche di
Oppiane , dove si può ammirare un caratteristico
rifugio sotto roccia, o quelle di Su Nou Orruendeche un enorme masso con uno sperone in equilibrio sul vuoto da cui si può godere di uno splendido panorama.
A nord del territorio comunale, vicino al confine con Teti, si trova l' incantevole vallata del lago Benzone , un bacino artificiale costruito lungo il corso del fiume Taloro per la produzione di energia idroelettrica. I corsi d'acqua sono incorniciati da ontani e salici che prediligono i terreni umidi e si incontrano anche nei pressi delle sorgenti.
Durante l'autunno non è raro incontrare tra i boschi
appassionati che con i loro cestini vanno alla ricerca dei preziosi e prelibati porcini . Incastonata tra tre regioni storiche (Barbagia, Mandrolisai e
Barigadu) la terra di Austis è luogo di incontro e commistione di saperi e
tradizioni.
Rimandano a rituali pagani le antichissime
maschere di sos Cologanos che caratterizzano il carnevale austese: il viso è coperto da una maschera nera di sughero su cui sono fissati dei rami di corbezzolo mentre sul corpo si portano pelli di pecora e sulle spalle sono appese diverse ossa di animale che
durante il movimento producono un inquietante suono ritmico.
Tra le tante iniziative a favore della cultura locale vi è la manifestazione Frores de Monte
che si propone di conservare e valorizzare una arcaica forma di poesia popolare . Sos Frores sono i versi di questi componimenti creati seguendo una precisa metrica.
Per approfondire la conoscenza della storia si possono visitare alcuni siti archeologici risalenti al periodo preistorico. Il dolmen Perda
longa rappresenta un ' importante testimonianza
delle strutture megalitiche di tipologia mediterranea edificate tra il
Neolitico e l'età dei metalli. Il monumento è definito dolmen a galleria per la
profondità della camera (lunga 8,30 m e larga 1,40) formata da 15 lastre
verticali e 5 tavole di copertura. La sua particolare struttura rappresenta una
soluzione a metà strada tra i dolmen e le successive tombe dei giganti.
Tra i nuraghi(Lughia, Turria) presenti nel territorio assume una certa rilevanza
quello di Istecori : si tratta di un nuraghe monotorre che si
presume facesse parte del complesso di S'Urbale, posizionato a poca distanza in
territorio di Teti.
Al centro del paese si trova la parrocchiale
intitolata alla Madonna dell'Assunta . Fortemente rimaneggiata nel
secolo scorso, fu eretta nel 1567 (come testimonia l'iscrizione presente
su un pilastro) sul luogo dove probabilmente sorgeva una chiesa del Duecento
dedicata a Sant'Agostino.
A poca distanza dall'abitato si trova l' incantevole
chiesa campestre di Sant'Antonio da Padova costruita nel
1669 in località Sa Sedda de Basiloccu . Il santuario conserva un altare di
legno intagliato in stile barocco. L'area intorno all'edificio è delimitata dai
muristenes , alloggi temporanei per ospitare i pellegrini caratteristici delle chiese rurali sarde.
Qui si celebra una delle feste più sentite dagli austesi: la terza domenica di
settembre si svolgono le celebrazioni in onore al Santo con canti e balli tradizionali , come su ballu tundu de su chintorzu ,accompagnati dal suono dell'organetto.
Tradizionalmente la festa si svolgeva
alla fine dei lavori nei campi e prima della partenza dei pastori per la
transumanza verso il Campidano di Oristano.
Molto apprezzata è la sua prelibata produzione gastronomica che si può gustare negli
agriturismi della zona. Tra i piatti tipici
si ricorda la fregula istuvada (con la caratteristica pasta a forma di
piccole palline), fregula cun lampatzu (minestra con acetosella), i ravioli di
patate e formaggio o di patate e cazzau saliu (caglio
conservato sotto sale) oppure di ricotta, l'agnello e il capretto in umido o
arrosto, la pecora bollita con patate e cipolla e le delicate e saporite seadas .
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Durante l'invasione romana
Tonara non esisteva nella sua forma attuale. Esso era formato da più comunità
separate tra loro.
Tali agglomerati erano
dislocati in diversi punti delle vallate del Bau Codina e dell'Iscra.
A nord-ovest dell'attuale
centro sorgeva la "mansio" di Tonnai -Tracullau.
Questa risalì il corso del
fiume Bau Codina - Samunadorgiu per attestarsi all'apice della valle, alla
quota dell'odierno rione d' Arasulè.
Tale rione si sviluppò in seguito lungo l'asse delle
direttrici dei poli pastorali Su Montigu-Su
Tzurru sul percorso monte-pianura che univa la Barbagia di Belvì al
Mandrolisai.
Tesi di laurea di Massimiliano Rosa
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Tesi di
laurea di Massimiliano Rosa
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Arasulè ed Ispasule'.
Cenni storici dell'incontrotra le due comunità.
Per quanto riguarda l'incontro tra le
due comunità di Spasulè e Arasulè, e' dato per certo che la famiglia Cadeddu
abbandonando il centro omonimo trovò rifugio nel vicino paese di Atzara, mentre il
parroco con altre famiglie, i Flore e i Demurtas, si recò a Tonara ad accrescere la frazione di
Arasulè.
Ad ogni modo
è certo che gli abitanti di Spasulè, abbandonato il loro paese d'origine, si
trasferirono a Tonara e riconobbero come loro parroco quello di quest'ultimo
centro: con esso anche la giurisdizione canonica assegnatagli sulla chiesa di
San Giacomo.
Le fonti da
me lette, come quelle riportate dal Casalis narrano del fatto che gli abitanti delle contrade vicine, ossia "quei di Samugheo, di Sorgono, di Atzara,
quando videro deserto Spasulè, invasero quel territorio e sel divisero,
togliendosi ciascuno la parte che meglio gli accomodava.
I tonaresi
sentendosi inferiori contro i tre
popoli collegati, si astennero dalla violenza, che sarebbe tornata inutile,
anzi dannosa, e tentarono le vie legali per rivendicare i loro diritti. La
lite, come si dee supporre, per la conosciuta
natura degli avvocati, fu tratta in lungo, poi quando la causa pareva matura,
allora, non si sa nè come né perchè, si cessò dalle istanze.
Sospettosi
che i tre paesi persuasi di essere obbligati a rimettere ai tonaresi le terre
di Spasulè, abbiano corrotto quelli che nel paese avevano maggior influenza."
E tale
"sospetto" espresso dal Casalis è ormai una realtà; infatti la maggior parte
del terreni di Spasulè furono ceduti in conduzione agli abitanti dei paesi suddetti, "ma la locazione temporanea degenerò in proprietà abusiva,
confermata dal silenzio e dalla acquiescenza dei capi tonaresi.
Tesi di
laurea di
Massimiliano Rosa
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