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Villaggio nuragico Su Nuratze
di Maria Ausilia Fadda
Nei mesi estivi del 1997 sono stati effettuati alcuni sondaggi di scavo in località Su Nuratze alla periferia del centro urbano di Tonara. L'intervento era stato sollecitato
dall'Amministrazione Comunale che, in vista della predisposizione del piano
urbanistico comunale, voleva accertare l'esistenza dei resti di un
insediamento nuragico nell'area dove doveva essere realizzato un complesso
alberghiero.
La zona di interesse archeologico si sviluppa ai piedi di una
collina calcarea, interessata da lungo tempo da attività di cava, che hanno
portato alla distruzione di gran parte dell'antico abitato che si sviluppava
lungo tutto il pendio esposto a oriente. Sulla cima della collina sono ancora
visibili pochi resti dell'originario nuraghe che si adattava alla irregolare
conformazione rocciosa.
Il nuraghe venne costruito in una posizione ideale che
permetteva il controllo del sottostante fondo valle dove avvenivano gli
spostamenti di popolazioni transumanti che per motivi altimetrici e climatici
si dirigeva verso zone meno montuose. Lo scavo ha delimitato alcune trincee che
hanno riportato in luce quanto rimaneva degli strati più profondi delle
originarie capanne.
II vano A ha una planimetria circolare molto irregolare
delimitata da lastre ortostatiche di calcare locale che si adattavano nel piano
di roccia molto irregolare ed in forte pendio. Nonostante tutti gli interventi
di tipo estrattivo ed i vari movimenti di terra, si conservano nelle fessure
naturali della roccia lembi di battuto pavimentale e del focolare delimitato da
un piccolo vespaio di pietre locali.
Lo strato archeologico ha restituito abbondanti
resti ceramici di tegami troncoconici di cui alcuni con decorazioni a pettine,
di ollette di forma aperta, di ciotole carenate e alcuni frammenti di ciotoloni
a orlo rientrante e olle a colletto disegnato con anse a gomito rovesciato. Il
materiale ceramico comprendeva frammenti di brocche piriformi con anse piano
convesse e a bastoncello.
I contenitori nella sequenza stratigrafica, conservata in alcuni lembi della capanna, si inquadra in un periodo compreso tra 1' età del bronzo medio III e le fasi iniziali dell'età del ferro.
Il contesto trova strettissime affinità con i materiali provenienti dal villaggio
nuragico di S'Urbale di Teti che dista pochi chilometri da Tonara. Non mancano
nel deposito archeologico testimonianze di oggetti metallici costituiti da
frustoli di piombo e frammenti di pugnaletto ed infine manufatti in osso con
decorazioni geometriche. Un sondaggio fatto ai piedi della collina calcarea ha
evidenziato un altro ambiente circolare delimitato da un muro ben conservato
costruito con pietre locali disposte a filari regolari. Al centro della capanna
è stato documentato un bel focolare di forma circolare ottenuto con vari
elementi cuneiformi. Lo scavo non ancora completato non ha restituito materiali
significativi per un inquadramento cronologico complessivo.
Dopo lo scavo le varie trincee sono state completamente interrate per evitare il crollo degli elementi ortostatici della muratura che non risultano ancorati al terreno in modo stabile e rischiano di essere travolti dal dilavamento in una posizione di forte pendio.
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VESTIARIO FEMMINILE
Il vestiario femminile tonarese
Si compone dei seguenti indumenti:
1. Scialle (issallu o issalle o isallu a nae giardinu) ,
di tibet, lana sarda, o velluto, di colore marrone afrange ricamato a veri
colori e fiorami, di forma rettangolare, misura mt. 1,25 x 1,75; tale scialle,
piegato a triangolo, partendo dalla testa scende attraverso le spalle
coprendole interamente.
Si avvolge sul davanti nascondendo le preminenze del collo. Viene fissato ai capelli sopra s'iscoffietta de seda con una spilla d'oro, uno dei pochi gioielli insieme ai bottoni della camicia e a qualche monile, presenti nel costume tonarese femminile
2. Fazzoletto (mucadore)
di colore marrone,o nero, di seta o di lana, ricamato a intaglio e a veri colori e fiorami, di forma rettangolare, misura mt. 0,70 x 0,50;
tale fazzoletto, piegato a triangolo, si lega coi lembi rivolti all'indentro, sul davanti, attorno al collo alla maniera antica incornicia il volto e scende sulle spalle a punta.
3. Camicia (camisa)
è lunga tanto che arriva a coprire le ginocchia, è di tela bianca, con un ricami a pizzo applicato o intagliato in prossimità del collo, del petto e attorno ai polsi. Ha delle pieghettature (tenturas o bastonette) sempre sul davanti e negli avambracci alla maniera antica.
In genere occorrono 4 metri ditessuto per realizzarla.
4. Coprispalle o bustino (palettas)
che si indossa sopra la camicia; è di broccato, in genere, o di seta, ornato con ganci di
argento (broccau a gantzos de prata); ne troviamo di diversi colori (bianco,
azzurro, verde e giallo).
4. Corpetto o giubino (tzippone)
damascato di velluto de ornato di trine con le maniche a ¾; si indossa sopra il coprispalle; è fatto di un tessuto pregiato detto "grazio pelo".
Sull' avambraccio è tagliato corto e lascia fuoriuscire le ampie maniche a sbuffo della camicia. Ha dei ricami trapezoidali nella parte finale della sagomatura a cui sono legati dei fiocchi (froccos) che lo legano al braccio e che corrispondono in genere a su trancafilu, il nastro che lega sa chinta (il grembiale) alla vita. Le pieghe posteriori "alettas" simmetriche tagliate come dentelli sono sempre in numero di 14.
5. Gonna (abratzeddu)
di orbace fine pieghettato, di colore rosso scarlatto; partendo dalla cintola verso il basso avvolge metà corpo sino ad arrivare alla caviglie.
Tale indumento molto finemente lavorato nelle sue sottili plissettature deriva il nome dal sardo "abratze" , orbace, la lana sarda (in tonarese abratze quindi fatto d'orbace).
6. Grembiule (chinta)
fatto per metà di orbace (dalla cintola fino alla ginocchia) e per l'altra metà di broccato,scende giù sul davanti sopra la gonna sin quasi alle caviglie.
Le varie parti del costume venivano confezionate dalle stesse donne tonaresi.
L'orbace della gonna era dato dalla filatura meticolosa e copiosa della
lana di pecora, dalla tessitura, dalla pressature e dalla tinteggiatura.
La colorazione si otteneva una volta con bacche selvatiche (s'orighina ossia la robbia) ora sostituite da sostanze chimiche.
7. Mantello o drappo (manteddu)
drappo di velluto nero delle dimensioni di m 0,80 x 0,70 con bordo ricamato e impreziosito da broccato, si indossava sopra lo scialle, piegato sul davanti con una punta (su biccu) e chiuso sul volto nascondeva il viso, agganciato da ganci d'argento (gantzos de prata) legati da una catenella sempre d''argento.
Sempre di colore nero, con bordi violacei.
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La varietà linguistica di Tonara Le varietà linguistiche della Sardegna sono tradizionalmente suddivise in tre principali diasistemi (Logudorese Campidanese e Arborense o varietà mediana); e sebbene tale suddivisione sia parzialmente arbitraria, ce ne serviremo qui per fornire al lettore alcuni dettagli utili per inquadrare la varietà di Tonara nel All'interno delle parlate definite di mesania o Arborensi è possibile isolare una areola linguistica, quella della Barbagia di Belvì - Barbagia del Mandrolisai In questa fenomenologia linguistica Tonara fa da spartiacque tra le varietà meridionali e quelle settentrionali attestandosi come elemento di passaggio dalle parlate barbaricine del meridione completamente palatalizzate e quelle barbaricine settentrionali del Mandrolisai e di Ollolai completamente velarizzate. Tonara si discosta dall'area settentrionale prossima alla sua latitudine geografica, ossia la Barbagia di Ollolai, dove si hanno fenomeni notevoli del sardo arcaico: dileguo totale della f- iniziale (il fenomeno non è operativo a Nuoro, mentre a Invece la sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche avviene regolarmente, come per il logudorese autentico. A parte l'area che comprende buona parte del Nuorese e quasi tutta la Baronia (sono escluse solamente le località di Posada, Torpè e Budoni), dove le consonanti occlusive sorde P,T, C etimologiche, in posizione intervocalica, rimangono invariate, a Tonara la P lenisce in B, T degrada in D come nel Logudorese pieno e L 'evoluzione dei due nessi CJ e TJ in fricativa interdentale sonora è la regola: come in PLATĔA> *platja > [»praTz:a] (così avviene in altri centri vicini più a Nord come ad esempio a Tiana, Austis, Teti Ovodda, Olzai, in tutto il Mandrolisai, nel Barigadu e addirittura nel Marghine comprendendo Silanus) dove il fonema / è Altre caratterisitiche notevoli. I nessiintervocalici K + E, I e G + E, I -avremo GH in contro G attestato in pragede, innoge, agina, pige, luge, nuge, In posizione forte è mantenuta la velare, in posizione debole il valore -inoltre abbiamo in -abbiamo ch in genere dopo s : ischire, ischidu, ischente, La regola del tonarese sembrerebbe questa: la K davanti alle vocali palatine E e I quando si trova in posizione iniziale o all'interno della parola in posizione forte viene trattata come occlusiva sorda velare: Esempi In posizione debole la velare si palatalizza: nux, nuce>NUGE crux,cruce>RUGE iudex,iudigeGIUGE lux,luce>LUGE . In posizione forte acetum>AGHEDU e sempre nei numerali decem>DEGHE tredecim>TREIGHI duodecim>DOIGHI In posizione intervocalica la -K- sia davanti a vocale scura che davanti a vocale chiara, ha la tendenza a diventare chiara nei proparossitoni e poi in un secondo tempo a dileguarsi ( come avviene per la g primaria): abbiamo quindi matrix,matrice>MARDIE facere>FAERE cocere>COERE lucere>ALLUERE pollicem>PODDIE ed esiti del tipo FAGHERE, COGHERE,ALLUGHERE, PODDIGHE, poi questa GH specie tra vocali chiare si è dileguata. Per estensione fonosintattica , inoltre i nessi K + E,I e G+ E,I vengono palatalizzati in GE e GI: ecco perchè in eccezione alla regola avremo: cepulla>GEBUDDA cipulla>GIBUDDA it.cicoria>CIGORIA cenapura>GENARBA-GENABRA (con metatesi) cena> GENA caelum>GELU. La spiegazione di questa curiosa alternanza di suoni e dovuta al fatto che la palatalizzazione si è avuta per influsso del vicino Campidanese, che a sua volta sarebbe influenzato in questo processo di evoluzione fonetica dalla dominazione pisana risalente al XI secolo. La J etimologica latina è generalmente trasformata in GI non solamente in posizione assoluta e intervocalica, ma anche nel nesso RJ, esempi in [»giuBu] 'giogo',[»magiu] 'maggio',[»pargio]. Uso dell'articolo di marca plurale. 1) nelle varietà del centro-sud (campidanesi) e del Mandrolisai della Barbagia di Belvì fino ad una linea immaginaria che enuclea Ortueri Samugheo Tiana Tonara e Desulo abbiamo un'unica forma ambigenere di articolo determinativo plurale is; nelle varietà del centro-nord (logudoresi) troviamo solitamente sos per il 2) l'evoluzione del nesso -LJ-gi- (cfr. varietà nuoresi e logudoresi [»(f)id:zu] e varietà campidanesi [»fil:u] 'figlio'); 3) a Tonara e a Desulo siattesta la presenza di una forma di infinito flesso realizzato con forme verbali particolari, utilizzate ampiamente e rilevate dalla ricerca sul campo: forme del tipo annarent esserent depperdent cardiarent papparen (che andassero, che fossero, che dovessero, che guardassero, una sorta di infinito con funzione di imperativo. 4) il fonema /s/ si realizzacome fricativa alveolare sorda [s] in posizione iniziale e sonora [z] in 5) Morfologia verbale. La morfologia verbale del sardo moderno è spesso caratterizzata da fenomeni di rianalisi; ad esempio in molte varietà sarde si assiste alla nascita di una desinenza -po tratta dalla sequenza finale della prima persona del presente indicativo [»ap:o] '(io) ho' (la cui genesi è ricollegata al perfetto, oggi scomparso, del tipo áppi < HABŬI): è questo il caso di Orune dove si attestano forme come ischiapo erepo annerepo. In alcune varietà di transizione tra cui quella di Urzulei, si conservano le tre serie distinte di desinenze nella prima e seconda plurale: A Tonara come in tutto il comparto della Barbagia di Belvì e del Mandrolisai fino ad Austis e Tiana a nord abbiamo sequenze verbali di tipo misto Logudorese e Campidanese: Esempio CANTARE -o -as -at -aus -ais- -anta quindi la sequenza è questa: Tesi di linguistica sarda Master post laurea di Massimiliano Rosa
complesso panorama linguistico della Sardegna centro-settentrionale.
caratterizzata dal passaggio nell'utilizzo regolare delle palatali a meridione,
utilizzate come regola generale sotto una linea immaginaria che comprende ed
enuclea Meana Sardo Gadoni Belvì e Aritzo fino a raggiungere e comprendere
pienamente Desulo, per reimpostare il reimpiego delle velari logudoresi a nord
di Desulo e di Meana Sardo, il fenomeno fonetico che si realizza nel settentrione isolano a Nord di questa linea, divide come uno spartiacque le varietà meridionali da quelle settentrionali: Tonara è inglobato nella norma
Logudorese, anche se non appieno; in effetti quella che diviene una norma per
le altre varietà sarde, viene disattesa qui con l'utilizzo di valori fonici
differenziati di palatalizzazione e velarizzazione a seconda della posizione
all'interno della parola.
Ovodda Dorgali e Urzulei si ha una fricativa laringale -hx ): vedi, ad
esempio, Bitti, Baronia, Barbagia di Ollolai [sa »emina] 'la donna' e dove
è presente il colpo di glottide in sede di C- iniziale ed intervocalica -C- ( su ?asu per il formaggio su ?ane per il cane e ancora su pis?e per il pesce is?ire per SAPERE).
nel Campidanese autentico e C come detto viene mantenuta in posizione iniziale
C- eccetto alcuni esempi sporadici di palatalizzazione e sempre in posizione
intervocalica -C- sempre dopo le consonanti S N e R.
Le occlusive sorde digradano a fricative sonore.
scomparso negli anni settanta del XX secolo.
cioè i suoni velari che mantengono il suono originario latino a Tonara alternano
nel loro mantenimento e nell'evoluzione di suoni palatali sopratutto in
posizione intervocalica debole:
aghedu, saligherta, sorighe, inghiriu, sighire, ilighignu, inghelare, deghe e
nei numerali sempre come il pieno Logudorese,
cogina: quindi valori fonici differenziati a seconda della posizione del nesso.
fonetico della velare si palatalizza.
genere K o CH in posizione iniziale ( chentu, chera, chime, chellare, chida, chintu, chintorgiu, ecc. con eccezioni che non confermano la regola, la quale viene puntualmente disattesa nei vocaboli gelu, gena-genare, gebudda-gibudda, genarba-genabra e gignias-gingias.
ischrettiu, ischippiu, ischisorgiu, ischerria ecc. e dopo n : inchiettu, inchimerau,
incherau, inchigiu; addirittura in
alcuni esiti la velare latina K si muta in TZ ( durtze, nuratze, fartze,
cartze, cartzina, cartzida, bintzere, istrotzere, trotziu) : anche qui abbiamo valori fonici differenziati a seconda della posizione.
(QUINQUE)> CHIME (SCIRE)>ISCHIRE
(PASCERE)>PASCHERE (CRESCERE)>CRESCHERE
(NASCER)>NASCHIRE
invece si mantiene o si lenisce in GH:
come nel logudorese autentico:
dapprima si aveva un G fricativa sonora,
maschile e sas per il femminile già attestato in forma distinta di differenziazione sessuale ad Austis, Neoneli, Ovodda, Busachi, Ula Tirso, Ardauli, Seneghe, Paulilatino.
rispetto a -ll- delle varietà campidanesi
nella zona di transizione tra varietà campidanesi e nuoresi-logudoresi
quest'esito si aggrega alle aree settentrionali diventando -gi-
che mangiassero),
posizione intervocalica, mentre nella vicina Ovodda si ha sempre la sorda [s]:
di contro a Tonara [»kazu] 'formaggio', per esempio, abbiamo Ovodda [»kasu].
cfr. Urzulei e Baunei -ámus e -áis (prima coniugazione, lat.
-ĀMUS e -ĀTIS), -émus e -éis (seconda coniugazione, lat. -ĒMUS e
-ĒTIS) e, infine, -ímus e -ís (terza coniugazione, lat. -ĪMUS e
-ĪTIS) mentre non sembrano esserci tracce di continuatori di -ĬMUS e ĬTIS
(della III coniugazione latina). Sulla vocale desinenziale -e- della
seconda plurale (riscontrabile in -á(D)es e -í(D)es) è plausibile l'ipotesi di Blasco Ferrer (1984, p. 103) che, per quanto riguarda
la prima coniugazione, presuppone un influsso delle desinenze.
logudoresi CANTO CANTAS CANTAT
campidanesi CANTAUS CANTAIS CANTANTA
-aus -ais -anta -eus
-eis- -ente -ius -is
-inti
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SA MUSICA
(da "Tradizione e modernità a Tonara" di Giusppe Tore, 1928)
Nelle vigilie di S. Giovanni Battista, di S. Pietro a della Vergine Assunta, si usa fare come si è già accennato un divertimento speciale, che non si fa in altro paese: sa musìca.
Il giovane the ha intenzione di fare sa musìca a una giovane, cerca la compagnia dei suoi coetanei e due o tre poeti dialettali. Tutta la compagnia si reca dopo 1'imbrunire alla porta della casa d' abitazione della ragazza prescelta, e i poeti si accingono
all'opera col loro canto improvvisato, accompagnato dal coro della compagnia.
Uno dei poeti sostiene la parte del giovane che chiede la ragazza, l' altro
sostiene la parte della ragazza o dei genitori. Il canto a lungo a viene
iniziato dal poeta che fa la parte del giovane richiedente.
Dopo tante risposte evasive, quasi di rifiuto, di disprezzo seguito da bisticcio, ecc. finalmente si conclude per il matrimonio, facendo, nel canto stesso, i nomi dell'uno e dell' altro, e la comitiva parte. Durante il canto non si fa che bere a spese di colui per il
quale si fa sa musica, e il bere continua anche dopo. I poeti sono pagati dall'
interessato.
Ma sa musica non termina qui. Nella domenica successiva lo stesso giovane, per conto del quale si fa sa musìca, con la medesima compagnia, si reca dalla ragazza, la quale lo aspetta già, e le consegna dei regali: un pacco di torrone, un fazzoletto per testa, alcuni
moccicchini, ma spesso anche delle chicchere per un valore non indifferente. Il
giovane siede accanto alla ragazza, e i genitori di questa fanno un buon
trattamento, invitando gl' intervenuti a bere il caffè, vini, liquori, dolci,
ecc. I poeti riattaccano il loro canto improvvisato, rinnovando richieste a
risposte in modo da far divertire, ora disprezzando il giovane ora la ragazza,
finchè si conchiude sempre con l'accordo per il matrimonio.
Questo modo di divertirsi non forma nessun impegno neppur lontano per il matrimonio, anzi si sa che non riesce quasi mai. Però, quando un giovane fa iniziare sa musica, è tenuto a terminarla, presentandosi alla famiglia della ragazza, insieme alla compagnia,
nella domenica successiva, perche altrimenti verrebbe ritenuta un' azione
offensiva.
Per ragioni economiche, forse, il divertimento de sa musìca non si fa piu da qualche anno.
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Il Su Nuratze di Tonara
Sta a m 978 di quota, su una rupe emergente sul piano di calcare secondario ("taccu"), a 1 kma Ovest dell'abitato moderno di Tonàra, in splendida posizione di dominio sulla
valle di "S'Iscra", verde di castani e noccioli.
Il nuraghe nasceva dallo spuntone di roccia isolata, seguendone la forma e inserendosi col basamento nel vivo della piattaforma naturale con tipico esempio di
integrazione artificiale di motivi suggeriti dalla morfologia del terreno.
L'edifizio è ora quasi interamente distrutto.
Soltanto nel lato di Nord si possono ancora osservare in situ, per breve
tratto, 4 file di pietre calcari ridotte a un blocco in ciascuna fila nel punto
di aderenza alla sede della roccia.
I blocchi in parte sono tuttora ben ordinati sull'orizzontale (nelle due file
inferiori), in parte (quelli delle due file superiori) sono sconnessi e leggermente spostati dal piano di posa originario.
Dai resti non si può capire con certezza quale fosse la forma del nuraghe. Esso era
tuttavia complesso, e i ruderi visibili più che alla torre principale
dovevano appartenere a un tratto murario di opere aggiunte di rinforzo al
mastio. La tecnica muraria è quella sub quadrata, con pietre di grandi e
medie dimensioni, della stessa materia calcare di cui è costituita la rupe
a cui aderiscono i pochi resti del nuraghe. Misure di blocchi: m 0,40 di
lunghezza x 0,30 d'altezza x 0,40 d'entrata in muro; 0,60 x 0,35 x 0,40; 0,60 x
0,35 x 0,40; 0,80 x 0,60 x 0,40; 0,30 x 0,25 x 0,40.
Tre blocchi lavorati, appartenenti pur essi alle strutture sub quadrate del nuraghe,
sono posti a sostenere il basamento della croce moderna di legno che
sovrasta il roccione.
Sulla sommità della rupe si osservano avanzi di stoviglie di rozzo impasto
nuragico.
Simili frammenti e qualche scheggia d'ossidiana si possono raccogliere sul
terreno alla base di Nordovest della roccia, nella piatta e aperta distesa
del "tonneri".
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Tonara
Con i termini toni e toneri si indicano in sardo le affascinanti rupi calcaree che caratterizzano il paese di Tonara da cui probabilmente deriva il suo nome.
Ton- prefisso protosardo che significa roccia, picocca scoscesa.
Tra queste straordinarie formazioni a partire dal Neolitico si stabilirono le antiche civiltà sarde.
I primi abitanti della zona hanno lasciato tracce nella grotta funeraria di Pitzu de Toni chiamata " Cresiedda ": la piccola chiesa; qui sono state ritrovate le bellissime ceramiche della cultura di San Michele di Ozieri (3200-2800 a.C.) e altri reperti della cultura di Bonnannaro (1800-1600 a.C.). Risalgono a questo periodo le domus de janas di Is forreddos de Janas in località Martì, tombe monumentali scavate in una roccia quarzosa chiamata "puddinga". Durante l'età del Bronzo venne fondato il villaggio nuragico che si estende sulla parte meridionale della rupe di Su Nuratze , su cui
sono stati rinvenuti i resti di una torre ormai scomparsa.
Testimonianze degli insediamenti di epoca
romana sono state scoperte nelle regioni di Perdas Lobadas, Tracullau-Tonnai e Mattalé, avamposto romano che controllava la strada che conduceva a Sorabile (nel comune di Fonni). Nella zona di Su Mammui
si trovano i resti di tre villaggi Trocheri, Gonnalè e Idda intr'Errios (paese
tra il rio Pitzirimasa e rio Bauerì). Probabilmente i loro abitanti si spostarono verso le zone più alte in cui sorse Tonara.
Agli inizi del 1200 in un atto registrato nel condaghe di Santa Maria di Bonarcado compare per la prima volta il nome del paese e nel 1341 dalle Rationes decimarum Sardiniae si apprende che la chiesa di Sant'Anastasia di Tonara era già
costruita nella prima metà del XIV secolo. Nel Medioevo la villa di Tonara
apparteneva al Giudicato d'Arborea ed era inclusa nella curatoria del
Mandrolisai. Anche i suoi abitanti parteciparono alla grande guerra tra i re sardi e quelli iberici che si concluse con la vittoria degli aragonesi nel 1420. In seguito entrò a far parte del marchesato di Oristano e dopo la sua confisca (1478) passò sotto l' amministrazione regia aragonese che gli permise di mantenere
alcuni antichi privilegi e di godere di particolari benefici.
Nel Seicento una parte degli abitanti del villaggio di Spasulè , forse per salvarsi dalla
peste, si trasferì ad Arasulè , uno dei rioni storici del centro (gli altri quartieri storici sono Toneri , Teliseri e Ilallà ). Con l'arrivo degli Asburgo e il passaggio a Casa Savoia, nel 1720, il centro fu gestito dai feudatari a cui la popolazione cercò più volte di ribellarsi fino al riscatto del feudo nel 1838 .
Nel XX secolo il paese conobbe un certo sviluppo economico importante grazie
all' abilità dei suoi numerosi artigiani e venditori ambulanti .
Nel 1931 il rione di Ilallà venne definitivamente abbandonato dagli ultimi residenti che si stabilirono nelle aree più elevate del paese.
Dalla seconda metà del Novecento è nato il nuovo rione di Su Pranu a ovest
del centro.
Majestosas muntagnas / fizas de su
canudu Gennargentu, / ch'in sas virdes campagnas /sas nucciolas bos faghent
ornamentu , ' Maestose montagne /
figlie del bianco Gennargentu / con le verdi campagne / i noccioli vi sono
d'ornamento' Peppino Mereu
(Tonara 1872-1901).
Nei numerosi belvedere che circondano l'abitato di Tonara lo sguardo si perde su sterminati panorami che arrivano fino al golfo di Cagliari Oristano il Limbara, L'Ogliastra e sa Costera.
Dai rilievi del Gennargentu si estendono rigogliose foreste di castagni e lecci e numerose sorgenti che vanno ad alimentare a valle i corsid'acqua.
Fratture geologiche risalenti al Giurassico hanno dato origine ai cosiddetti " toni " o " toneri ", scenografici tacchi calcarei checircondano l'abitato.
Tra i rioni di Toneri e Su Pranu si trova la rupe di Su Toni che domina la
valle di S'Isca.
Alla base della roccia calcarea si accede alla profonda grotta chiamata Bucca de Trò ('bocca dell'incavo "portosardo "Tro" - forra di monte ), dove , secondo le
leggende popolari, abitavano le Gianeddas , una sorta di piccole fate dai
lunghissimi capelli color del sole che quando venivano pettinati facevano
cadere monete d'oro.
L'incantevole distesa di castagni, noccioli, querce, ciliegi e ontani ricopre la lussureggiante vallata di S'Isca . Qui scorreil rio Pitzirimasa che a circa
un chilometro dal paese forma una suggestiva cascata con un salto di quasi venti metri.
Tutto il paesaggio si caratterizza per la presenza di alberi di castagni millenari ma anche noccioli e noci da cui si ricavano i frutti per la produzione del rinomato torrone di Tonara , immancabilmente presente in ogni festa e sagra della Sardegna. I boschi sono inoltre costituiti da lecci, roverelle, sughere, aceri e arbusti della flora mediterranea come lillatri e agrifogli di cui sonostati preservati diversi esemplari secolari in località Monte de susu .
Nel sottobosco si possono ritrovare i funghi commestibili più apprezzati e ricercati come i porcini e l' ovolo buono .
Questo è l'habitat di diverse
specie animali : cinghiali, lepri selvatiche, ricci, donnole e numerosi uccelli tra cui picchi rossi maggiori, ghiandaie e colombacci, ma anche rapaci (poiane, astori, sparvieri, civette, gufi, barbagianni).
Dal paese si organizzano splendide
escursioni a piedi, in mountain bike o a cavallo, fino alla punta del Monte
Muggianeddu (1469 m) e sulla cima della Conca Giuanni Fais (1499 m).
Lungo i sentieri si possono ammirare gli avvallamenti creati nei periodi di
abbondanti piogge dai corsi d'acqua, abitati dalle trote , e dai
ruscelli in cui vive il merlo acquaiolo .
Paese dei torronai Tonara è famosa in tutta l'Isola per la produzione del prelibato torrone venduto dagli ambulanti in tutte le feste e le sagre della Sardegna. Molto conosciuti sono anche gli artigiani che producono i sonaggias e pittiolos , diverse
tipologie di campanacci utilizzate per le greggi.
I suoi abitanti si sono specializzati in numerose produzioni tipiche conservando così
molte delle tradizioni locali, come la lavorazione del legno, della lana, del cuoio, del ferro battuto e di mobili intagliati e delle cassepanche.
Tonara è
anche il paese natale del grandepoeta Peppino Mereu (1872-1901) a
cui sono intitolati diversi angoli e piazze dei suoi rioni storici : Arasulè, Toneri,
Teliseri .
Affacciate sulle strette strade del centro si conservano le graziose case
in scisto con gli splendidi balconi coperti, s'istauleddos ammantaos , un tempo
presenti su ogni facciata che spesso creavano collegamenti tra le abitazioni da un
lato all'altro della via .
Tra queste vi è l'antica Casa Porru , imponente abitazione di possidenti che in passato venne utilizzata anche come carcere.
L'edificio, oggi sede del Museo etnografico e degli antichi mestieri, conserva
l'antica separazione degli ambienti con i pavimenti in terra battuta al piano
terra e s'intaulau , il soppalco ligneo alla base dei piani superiori.
La costruzione più antica del paese è la chiesa di Sant'Anastasia di cui si ha notizia già nel 1341 dalle Rationes decimarum Sardiniae.
Edificata in stile gotico nel XIV secolo all'interno del centro, fu abbandonata nell'Ottocento. Oggi conserva solo la parte absidale e si trova di fuori dell'abitato poco più a sud del quartiere di Toneri.
La parrocchiale , intitolata a san Gabriele Arcangelo , venne
ricostruita nell'Ottocento sull'antica chiesa, edificata nel XVII secolo ma andata in
rovina. Della precedente costruzione rimane testimonianza nel campanile eretto
nel 1607.
Altra importante chiesa è quella di Sant'Antonio da Padova che,
costruita nel Cinquecento, conserva al suo interno interessanti affreschi del
Settecento ritenuti opera degli Are, Pietro e Gregorio e alle loro maestranze.
Nei dintorni si può visitare la chiesacampestre di San Sebastiano costruita nel XVII secolo nell'antico rione di Ilallà, disabitato dal 1931 e di cui rimangono solo i ruderi. La chiesetta custodisce nella capriata in legno particolarissime
sculture di forme zoomorfe .
Passeggiando lungo i bellissimi sentieri tra la natura incontaminata si incontrano diversi siti archeologici che documentano la preistoria a partire dalla cultura di San Michele di Ozieri (3200-2800 a.C.) fino al periodo romano.
A nord del paese si trova la Cresiedda una grotta funeraria scavata nel calcare di Pitzu de Toni.
Qui sono stati ritrovati i più antichi resti della presenza umana nel territorio di Tonara risalenti al Neolitico.
Dello stesso periodo sono le affascinanti tombe monumentali, le domus di Is forreddos in località Martì, scavate in una protuberanza di roccia quarzosa chiamata "puddinga". Formate da tre ambienti comunicanti, sono circondate all'esterno da pietre rituali.
Del periodo nuragico rimangono alcuni resti di un villaggio nei pressi del tacco calcareo
chiamato "Su Nuratze" a est dell'odierno quartiere di Su Pranu.
In cima si trovava il nuraghe mentre sul fianco sud sono ancora visibili gli ingressi alle
tombe scavate sulla parete rocciosa.
La presenza romana è documentata dai resti di Tonnai un villaggio di
epoca imperiale in località Tracullau e il vicino avamposto militare.
Molto particolare il vestiario tradizionale, soprattutto quello femminile con l'elegante gonna rossa di orbace, oggi plissettata, nera di sete e damasco, impreziosito da ricami floreali mutlicolori, pizzi e merletti, indossato ancora alacremente dalla gente del posto. Curioso il copricapo detto manteddu, una vera e propria falda, usato anticamente.
Il vestiario maschile conserva s'istepedde (la veste di pelle conciata) residuato dell'antica mastruca romana.
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Ricerche di antichità preistoriche e romane
nel territorio di Tonara
di Antonio Taramelli
Il villaggio di Tonara è uno dei più elevati dell'isola di Sardegna (m. 935 sul livello del mare).
È addossato alle falde della bella montagna detta Mungianeddu, uno degli ultimi contrafforti, verso sud-ovest, della catena del Gennargentu, in una posizione quanto mai
pittoresca e dominante sopra una fiera e solenne contrada, che conserva ancora
in parte la ricchezza dei suoi boschi secolari di lecci e di roveri, e si
allieta di castagneti e di noccioleti e di discreti tratti di coltivi.
La posizione del villaggio è fra le più salubri dell'isola, così da farne una residenza estiva attraente; ma certo prima della costruzione delle attuali arterie ferroviarie e stradali,
quell'abitato, relegato quasi a cavaliere del valico tra la valle dell'Iscra,
affluente dell'Araxisi, e quella di Bau Codina, affluente del Rio Taloro, si
presentava di difficile accesso e naturalmente forte e ben difesa. L'ampio
territorio dell'alpestre comune, abitato da una popolazione forte, sana,
laboriosa e fra le più belle e vivaci della Sardegna, si stende occupando dello
balze montane di Mungianeddu e di Montesusu, antemurali del Gennargentu,
confinando coi territorii di Desulo, che occupano buona parte del versante
meridionale della catena; occupa poi la regione ad altipiani boscosi che dalla
valletta di Bau Codina sale al ciglio della Sierra di Su Lampu, dominante la
conca di Sorgono, e degrada giù all'ampia valle dell'Isera, per salire al
versante opposto, sul crinale della catena che divide questa valle e la
silvestre Barbagia di Belvi dai territorii più ondulati e pianeggianti di Meana
e di Atzara. Malsana ed umida è la parte inferiore della valle, che alla sua
uscita verso la valle dell'Araxisi è serrata da una stretta gola inferiore, ed
alla sua testata superiore, verso Aritzo, termina col valico di Su Cosatzu, che
dà alla valle del Flumendosa; salubre è invece tutta la parte del territorio
dove sono i pascoli e le boscaglie, dai quali per lo più vive la popolazione
d'oggi, come le antiche, attaccato alle industrie della pastorizia e del bosco,
anziché a quelle dell'agricoltura, di scarso reddito per l'asprezza dei luoghi
e per la distanza dei coltivi dai centri di abitazione.
In età romana il territorio, tanto nella vallata che su per gli altipiani, fu sparso di abitati; un'antica via romana, forse un diverticolo della maggiore via che da Caralis traeva a Biora Valentia e Sorabile, doveva certamente penetrare, per ragioni strategiche,
entro alla Barbagia di Belvì dal valico di Gennargentu, dove restano alcune
tracce; scendere per la valletta di Antonizò nella valle dell'Iscra, verso
Belvi, lunghesso il fiume ed attraverso il territorio di Tonara muovere versò
Sorgono ed Austis, dov'era un nucleo di abitato romano, una stazione militare
per la sicurezza di queste regioni, tra le più irrequiete e turbolenti
dell'isola.
All'età romana, più o meno tarda, si riferiscono alcuni idoli rinvenuti, di cui è memoria per il territorio di Tonara, sia in regione di Matalà che a Pedra Lobadas, a Su Murmà e finalmente in regione Tonai, un vasto e boscoso altipiano a 1000 m. sul mare, un vero parco di grande bellezza, tra il Riu Bau Codina o la sierra Su Lampu, dove in varie
occasioni, mediante lavori casuali di boscaiuoli e di agricoltori, si ebbero
avanzi di stoviglie di età romana; anzi qui, per la scoperta di alcuni grossi
ziri in terracotta, di cui uno vidi conservato presso la famiglia di Giovanni
Tore, si rinsaldò nelle menti fervide di alcuni di quei montanari la
convinzione della esistenza di uno di quei tanti tesori ai quali in pochi paesi
del mondo si crede come in Sardegna.
Ma per contrario, di costruzioni e di avanzi riferibili ad età più antiche, il territorio di Tonara non aveva dato sinora che scarse tracce; a differenza di altre parti della zona del
Gennargentu, tanto nel versantemeridionale, nel distretto di Aritzo, quanto nei
contrafforti settentrionali nei territorii di Arzana e di Fonni, dove abbondano
i nuraghi, le tombe di giganti e le pietre fitte; invece il distretto di Tonara, forse per la sua asprezza, per le profonde vallate che lo solcano o per il denso strato delle foreste che tutto quanto lo avvolge, non ebbe sedi notevoli delle genti protosarde.
Nelle varie perlustrazioni che vi praticai nei mesi di agosto e settembre dell'anno corrente, non potei rintracciare che i resti di una sola costruzione nuragica, già segnalata in un primo elenco ufficiale dei monumenti della Sardegna, redatto dall'ufficio dei
monumenti di Cagliari, sino dal tempo in cui questo era diretto dal compianto
prof. F. Vivanet .
Tali resti sono ridotti a poche pietre della base del nuraghe, disposte per un tratto di curva, le quali sorgono in vetta ad un acuto tacco di calcare giurassico, che torreggia di fronte all'abitato di Arasulè, il principale centro di Tonara, ed oggi sormontati da
un'alta croce di legno, corrosa e schiantata dai frequenti colpi di fulmini che
cadono in quel punto. È tuttavia notevole la posizione di questo nuraghe: è
situato a 966 metri sul mare, a cavaliere del valico tra la valle dell'Iscra e
quella di Bau Codina, dove anche ora passa, come passarono le strade più
antiche, la grande e bella via provinciale da Cagliari a Sorgono che, raggiunta
la valle del Rio Codina, alla cantoniera di questo nome, si incontra con la
strada nazionale di Fonni, Tiana e Sorgono. Dal nuraghe si doveva dominare,
oltre al duplice valico, anche tutta la vasta vallata del Rio Isera, l'arteria
della Barbagia, coi valloni finenti giù del Gennargentu, di Bau, Desulo e di
Baueri, sino al passo di Genna Entù, che fu per tutti i tempi, e lo è anche
ora, la via principale verso l'Ogliastra da un lato, e verso i Campidani
meridionali dall'altro.
Il nuraghe dominava quel valico e tutti gli altri minori, dai quali poteva penetrare nel territorio che fu più a lungo indipendente dagli Iliensi, l'invasore nemico.
Era una posizione di dominio e di vedetta fra le più evidenti a dimostrare il carattere e lo scopo strategico della maggior parte delle costruzioni nuragiche. Ma, come dissi, i resti eranoormai ridotti a poche pietre della base, sopra una vetta dirupata e di
difficile accesso, le quali, insieme al nome di Bruneu Su Nuraze, attestano la
presenza dell'antico abitato protosardo.
Ai piedi di questo tacco calcare si estende un tratto di altipiano, dove ora si hanno varie cave per i forni della calce; ed ivi si ebbe, fra i cumuli di schegge di pietre, qualche frammento di stoviglie di rozzo impasto, tracce di abitazioni antiche più modeste e più
riparate dal vento che non fosse il nuraghe dominante e battuto da tutti i
lati.
All'estremo lembo settentrionale di questo pianoro, dove questo degrada verso la via provinciale, affiora un arido banco di puddinga quarzosa, dalla superficie a grossi mammelloni tondeggianti, inciso alla base da molte frane e da cave di sabbia.
In questo tratto, in regione Martì,ad un chilometro circa da Arasulè, si nota una grotta artificiale, una domus de gianas, o come dicono nel luogo, un forreddu de gianas, scavata entro ad un mammellone di puddinga, sporgente di circa 3 m. dal piano circostante, la cui superficie esterna verso la fronte ed il lato recava evidenti segni di essere stata spianata e adattata a ricevere entro al suo seno la dimora sepolcrale. La
elevata giacitura e la singolarità di questa tomba, la quale appariva composta
di varii ambienti ed era per più della metà interrata, massime verso la bocca,
mi invitò a farne una diligente rinettatura, la quale, se diede scarsissimi
resti della suppellettile, non fu inutile, avendo offerto modo di notare un
dato nella pianta del monumento sepolcrale non privo di interesse.
La tomba era già stata molti anni addietro visitata anche dal prof. Lovisato, di cui sono note le benemerenze verso gli studii archeologici e preistorici della Sardegna, ed era stata da lui pure descritta brevemente nella sua Pagina di storia sarda, pag. 88. Ma avendo egli visitata la grotticella senza uno scavo, la descrizione non è completa né
esatta del tutto. Egli dice che alcune domus de gianas della Sardegna si
trovano "in una specie di anagenite bianca, un conglomerato quarzoso, qua
e là ferruginoso, con ristrette lenti di grès e che il Lamarmora attribuì
all'eolite superiore: una singolare in questa forma litologica si vede nel
luogo denominato Martì, a pochi minuti da Tonara, con due aperture, una ad est,
1' altra ad ovest sud-ovest, quindi diametralmente opposte, munite di atrio e
che mettono nella stanza di mezzo, la quale fa le funzioni di vestibolo: dalla
stanza di mezzo, appena alta 55 cm., quindi poco più della porta, che è di 50
cm., si passa a sud-sud-est, in larga stanza laterale".
Rinettata completamente la tomba, essa rivelò di essere stata completamente spazzata dalla sua suppellettile primitiva: di questa non rimasero nelle tre celle e nell' anticella che pochi frustoli di ceramica rozza. La presenza di varii frammenti di stoviglie romane
lascia supporre che in questa età 1' antica tomba fosse stata violata per dar
luogo a nuove sepolture.
La grotticella sepolcrale è accuratamente scavata nella roccia durissima, che conservava, specie nell'interno, gli spigoli ancora vivi e taglienti. È formata da un'anticella
che dà accesso alla cella principale, con due celle minori, aperte una nel lato
destro dell'ingresso, l'altra quasi di fronte. L' anticella è piuttosto un
padiglione a larga bocca semicircolare, dal cielo pianeggiante; è limitata
verso l'interno da un leggiero rialzo ad orlo, di m. 0,16, che lascia al lato
destro un passaggio di m. 0,62 per accedere all'atrio stesso. L'ampiezza
dell'atrio è di m. 1,90x1,85, con una pianta irregolarmente circolare.
Dal portello, che ha la soglia rialzata di m. 0,07, ed ampia m. 0,63x0,48, si passa alla camera principale, di pianta irregolarmente pentagonale, coi due diametri maggiori di m. 1,80x1,86, col soffitto pianeggiante ed il fondo, come le pareti levigatissime e bene
scalpellate. L'altezza della cella è di soli m. 0,64, e tale ristrettezza è ben
giustificata dalla straordinaria durezza del materiale, che dovette essere
vinta, prima che dal piccone, dall'azione del fuoco. La cella di destra ha la
soglia ed il pavimento di m. 0,24 più alto di quello della cella principale: ha
la pianta rettangolare di m. 1,29x1,05; l'altra celletta ha la parete di fondo
completamente sfondata, ma è chiaro il contorno delfondo quasi rettangolare di
m. 1,20x1,10, elevato di m. 0,18 su quello della cella principale. Anche le due
cellette secondarie hanno il soffitto piano ed il pavimento perfettamente
levigato.
Tale tipo di tombe con due camerette comunicanti con una maggiore, preceduta da atrio, è già stato più volte segnalato per la Sardegna; e ricordo la tomba di s. Antonio Ruinas, segnalata dal prof. Pinza, per non dire di altre tombe più complesse della necropoli di
Anghelu Ruju, con un numero maggiore di cellette comunicanti con la cella
principale.
Ma il fatto più interessante datoci da questa domus de gianas di Martì, è un incavo circolare di m. 0,45 di diametro, nettamente scalpellato e della profondità di m. 0,08, scavato nel centro del pavimento dell'anticella, in faccia alla porta di ingresso alla
cella. II carattere dell'incisione nella durissima puddinga mostrava la
contemporaneità di questo bacino con tutto il resto del lavoro di scavo della
tomba; un'altra prova mi venne fornita dal fatto che il fondò dell'incavo
conteneva terriccio carbonioso e ceneri, e diede anche una grossa scheggia, o
coltellino di ossidiana, roccia assolutamente mancante in tutta la Barbagia di
Belvì, e che certo rappresentava un avanzo dell'antico deposito. Evidentemente
trattasi di un foculo che doveva servire per sacrificii ed offerte funerarie,
di cui avemmo qualche testimonianza negli scavi della necropoli di Anghelu
Ruju, alla tomba XI.
La tomba di Martì, col suo padiglione aperto, col suo
foculo appositamente scavato, con notevole fatica, nel fondo della roccia,
dimostra che tali sacrificii dovevano compiersi abitualmente ed in determinate
circostanze, e dànno una riprova di quel culto dei, morti, già ampiamente
provato per la Sardegna oltre che dalla tradizione letteraria, dalla
grandiosità dei monumenti funerarii, sia scavati nella roccia, sia eretti con
materiale megalitico, come le tombe dette dei giganti. Anche per la Sicilia
l'egregio collega prof. P. Orsi trovò molti sepolcri, massime nella necropoli
di Valsavoia, presso Catania, provvisti di ampii padiglioni, ed atrii
d'ingresso, per i quali egli espresse il pensiero che non dovessero solo
servire per raccogliere le acque piovane ed allontanarle dalla cella
sepolcrale, ma altresì per compiervi cerimonie rituali funebri.
Certo che tale esempio di foculo sepolcrale si presenta molto interessante, e giova sperare possa, con l'indagine di altre necropoli sarde, trovare nuova conferma. Nell'attesa di essa, si può sin d'ora richiamare il confronto con l'incavo semisferico
dell'altare sul pavimento dell'atrio del pozzo sacro di s. Vittoria di Serri.
In questo tempio l'elemento ideologico sepolcrale non doveva essere estraneo,
dato il carattere sotterraneo della costruzione. Ricordiamo anche le due
braccia di muratura megalitica che si stendevano in curva ai due lati della
fronte del tempietto e che richiamano in modo, evidente l'area semicircolare,
la quale viene quasi sempre osservata in fronte alle tombe dei giganti. Ed è
tanto più notevole che tale fatto, attestante il culto funerario, ci sia stato
presentato da questa interna e romita regione della Barbagia, che, come cuore
dell'isola, serbò gelosamente lo proprie caratteristiche intime del santuario e
della tomba, come conservò la propria libertà fiera e pugnace contro
l'invadenza dello straniero.
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SU NURATZE e SU TONI
Tutta la zona vicina al paese di Su Toni - Su Nuratze presenta delle particolarità storiche ed ambientali notevoli. Su Nuratze come è facilmente intuibile significa nuraghe. In Sardegna col nome di Tòneri / Tacchi sono comunemente chiamati tutti quei massicci rocciosi stratificati, quasi tutti dolomitici, che in tempi remotissimi formavano un fondo marino che, una volta emerso formava una sola grande pianura, e che si mostra al giorno d'oggi erosa in più o meno profonde vallate, circondati da splendidi spaventevoli
precipizi, in alcuni casi assumendo l'aspetto di imponenti fortezze come Su
Toni di Tonara (che significa appunto il precipizio, o di grandiosi obelischi
(Tacchi) come il "Texile" di Aritzo. Va comunque precisato che, i due nomi di
Toneri e Tacco non hanno lo stesso significato come l'uso comune vuole, ma, vi
è tra loro una notevole differenza: Toneri è un ammasso roccioso tagliato a
picco da ogni parte in modo da presentare all'interno l'aspetto di una immensa
muraglia; Tacco è invece un ammasso di pietre isolate o, come dice il Lucchi,
più di questi ammassi raggruppati insieme. Su Pranu di Tonara, il Texile di
Aritzo e il Toneri di Belvì sono quindi testimonianza di una massa di calcare
più estesa che copriva gli scisti del versante occidentale del Gennargentu. Su
Toni, (che in tonarese significa "burrone" o "precipizio" è un tonnero che
sovrasta l'antico rione dI Toneri, a cui da appunto il none e da cui deriva
probabilmente anche il nome di Tonara. Su Toni è una piattaforma di calcari del
triassico superiore inserita tra le valli di San Sebastiano e di Baccu Sa
Codina che resiste tenacemente alla forte erosione cui è sottoposta, nonostante
l'altitudine di oltre 900 metri, in quanto è in parte protetta dai rilievi
metamorfici su cui è appoggiata. La vegetazione è tipica dei rilievi calcarei,
anche se l'azione dell'uomo passata e presente ne ha notevolmente limitato
l'estensione e l'evoluzione, incidendo qui in maniera molto marcata.
L'altopiano infatti risulta quasi interamente edificato e ad eccezione di
alcuni tratti in cui si possono ancora rinvenire tracce di bosco, si ha la
presenza di una gariga molto degradata ma ricca di specie tra cui il buplero,
il ginepro rosso, l'elicriso e la santolina, la rosacea Prunus prostrata
Labill, le specie del genere Rosa, l'asparago, e diverse labiate aromatiche. La
copertura arborea è perciò limitata a tratti poco estesi, come ai piedi della
collina di Su Nuratze, in cui si riscontrano frammenti di lecceta tipica dei
substrati calcarei. Oltre al leccio. ed al suo sottobosco tipico, le altre
specie arboree presenti sono rappresentate prevalentemente dall'acero trilobo e
dal sorbo montano. In questa località si trovano orchidee spontanee che in
primavera impreziosiscono il verde con l'eleganza delle forme e l'armonia dei
colori. Vi si estende parte dell'abitato di Tonara e domina completamente la
bellissima vallata sottostante. Sul colle di Su Nuratze si ergeva in passato
una solitaria torre nuragica, risalente alla civiltà delle Tholos. Si trattava
probabilmente di un avamposto d'avvistamento sulle vallate che era servito alle
popolazioni preistoriche per gli avvistamenti dei nemici lungo le valli
dell'Isca e di Bau Codina dove passavano le antiche strade che conducevano a
questi impervi luoghi della Barbagia. Della torre nuragica oggi scomparsa non
esiste più nulla. Fino a qualche tempo fa ne restava qualche traccia nelle
fondamenta circolari. Forse venne inghiottita dalle fornaci di calce (i' forros
de cartzina) che utilizzarono i massi calcarei del monumento megalitico.
Recentemente, una campagna di scavi ha consentito di riportare alla luce le
fondamenta di alcune capanne nuragiche. Nei pressi della rupe di Su Nuratze,
nel luogo detto Perdas Lobadas (pietre gemelle), scavando, furono trovati vari
reperti archeologici e diverse monete. Poco distante da Perdas Lobadas, nella
regione detta Santu Leo, si rinvennero vestigia di antiche mura.
Massimiliano Rosa
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Sarule
Un'aura di leggende avvolge la fondazione del paese di Sarule: si
narra di un tal donno Sarule che, intorno all' anno Mille , si rifugiò
con la sua famiglia nell'attuale centro storico tra la chiesa del Rosario e la
scomparsa chiesa di Santa Marta.
Ma i numerosissimi siti archeologici (circa 40) del suo territorio testimoniano una storia ancora più antica che risale al Neolitico : lo raccontano le affascinanti domus de janas (sepolture scavate nella roccia) di Neunele, Sa Neale e Sa Pranedda.
Anche la grande civiltà nuragica si stabilì tra queste terre: oltre ai resti dei nuraghi di Iloe, Badu de Orane, Illudei, Letza, Orvanilo, Dospanilo, Illarra, Peddio, si conservano i monumentali sepolcri dell'età del Bronzo chiamati " tombe dei giganti " tra cui la meglio conservata è quella di S'Altare de Logula.
Durante l' epoca romana sono stati riutilizzati diversi insediamenti preistorici come documentano i rinvenimenti nelle località di Incavadu, Valeri, Neunele e Durghio.
Un importante capitolo della storia è quello legato alla fondazione del santuario di Nostra Signora di Gonare sul monte omonimo. Secondo il racconto popolare fu costruita come ex voto dal giudice Gonario II di Torres che, di ritorno dalla Seconda Crociata (1145), promise di erigere una chiesa alla Madonna sul primo lembo di terra che avesse visto se fosse sopravvissuto ad una terribile tempesta che rischiava di
far naufragare il suo veliero. La leggenda narra che giunto sulle coste di
Orosei il giudice vide per prima cosa il Monte Gonare, che da lui prende nome,
dove fece costruire l'edificio religioso.
Nell' XI secolo la villa di Sarule è citata nel condaghe di San Pietro di Silki; a quell'epoca il centro era capoluogo della curatoria , che da lui
prendeva il nome, ed era incluso nel Giudicato di Torres . Dopo la caduta del giudicato nel XIII secolo , entrò a far parte del Giudicato d'Arborea e ricompreso
nella nuova curatoria di Dore . I suoi abitanti parteciparono
alla grande guerra tra i sovrani sardi e gli invasori iberici fino alla definitiva vittoria della Corona d'Aragona . A partire dal Quattrocento il villaggio passò quindi in mano ai funzionari baronali prima spagnoli poi sabaudi (dal 1720) che imposero pesanti tributi feudali. I sarulesi si ribellarono ripetutamente all'oppressione e parteciparono ai grandi moti antifeudali che agitarono l'Isola nel Settecento. Il centro, incorporato dal Seicento al Marchesato di Orani, si liberò definitivamente con il riscatto del feudo nel 1839.
Nel Novecento il paese conosce una certa notorietà grazie alle sue produzioni locali tra cui i tessuti di lana realizzati al telaio. Negli anni Cinquanta, Eugenio Tavolara , direttore dell' Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano (ISOLA), incantato dalla bellezza della tipica burra sarulese si prodigò per far conoscere e rinnovare la tradizione della tessitura. Le abili artigiane del paese si impegnarono a riprodurre i disegni dell'artista che ricevettero numerosi premi e riconoscimenti internazionali .
I profili appuntiti del complesso di Gonare risaltano sul dolce territorio collinare che
circonda il paese di Sarule. In quest'area si trovano le più antiche terre emerse della Sardegna su cui si distinguono masse di granito, calcare e una grande varietà di rocce
metamorfiche.
Con la loro caratteristica forma conica spiccano
le tre cime di Gonare (1083 m), Gonareddu (1045 m) e Punta Lotzori (976 m) ricoperte da boschi di querce che nelle zone calcaree più elevate lasciano il posto alla
Bituminaria morisiana e all'Efedra nebrodense. Questo è l'habitat delle bellissime rose di montagna ( Paeonia mascula subsp. russoi ), delle delicate orchidee ( Orchis mascula ichnusae ) e di numerose specie endemiche tra cui il Colchico di Gonare , il Gigaro sardo corso e l' Acino di Sardegna . Anche tra la fauna si trovano alcune specie esclusive dell'Isola come la raganella sarda ( Hyla sarda ) oltre alle martore, lepri, volpi, cinghiali e molte varietà di uccelli (tortore, picchi, poiana, astore, falco pellegrino).
Per salvaguardare l'importante biodiversità di questi luoghi, l'area del Monte Gonare (compresa nei territori dei comuni di Orani e Sarule) è stata inclusa tra i siti di interesse comunitario (SIC) dell'Unione Europea.
Sulla cima più alta si trova il santuario di
Nostra Signora de Gonare che secondo la tradizione fu eretto nel XII secolo dal giudice Gonnario II di Torres come ex voto per essere scampato al naufragio di ritorno dalla Seconda Crociata. Per arrivarci si percorre un affascinante sentiero in parte
scavato nella roccia che attraversa lo spazio occupato
dalle cumbessias , le abitazioni temporanee che ospitano i fedeli durante i festeggiamenti in onore alla Madonna.
Ai piedi della montagna si sviluppa il territorio collinare di Sarule ricco di sorgenti
e ricoperto da boschi di lecci, roverelle e aceri tra cui fioriscono ciclamini e
convolvoli. Sono inoltre presenti diversi alberi da frutto e olivi. In località Valeri (attraversata dalla strada che conduce a Ottana) si può ammirare uno spettacolare esemplare di olivo millenario con una
circonferenza di ben 11 metri .
Proseguendo verso ovest si incontra il piccolo Monte
Incavaddu (438 m) ai piedi del quale si trova S'Altare de Logula, un magnifico esemplare di tomba di giganti, sepolture risalenti all'epoca del Bronzo.
A ovest il territorio degrada fino ai 215 m della graziosa valle di Ghirtoe dove scorre
il rio Binzas affluente del fiume Tirso.
Paese di "gente pacifica e laboriosa" come lo definiva l'Angius nell'Ottocento, Sarule
ha dato i natali allo scrittore Salvatore Sini (1873-1954) , autore della poesia A Diosa divenuta la più famosa canzone d'amore della Sardegna col titolo della prima strofa " Non poto reposare ", ancora oggi immancabilmente presente in ogni serenata.
Il paese è noto in tutta l'Isola per la produzione di pregiati e coloratissimi tappeti in lana grezza e cotone . Questi splendidi manufatti sono ancora
realizzati su arcaici telai verticali secondo schemi e modalità antichissimi.
Tra le vie del centro si trovano le botteghe artigiane in cui si realizzano
questi capolavori unici. La bellezza della tipica burra sarulese affascinò
anche l'artista Eugenio Tavolara che richiese alle tessitrici di riprodurre
alcuni suoi disegni: da questa collaborazione sono nate vere opere d'arte molto ricercate .
Manufatti artigianali e oggetti d'epoca sono esposti nella Casa Museo del Giudice
Ladu sulla via principale. Tipico esempio di residenza signorile , conserva
gli arredi originali ed è ancora utilizzata per diverse dimostrazioni
di preparazione del pane o dolci tipici che si svolgono durante la manifestazione Autunno in Barbagia.
Il centro storico , con le strette viuzze su cui si affacciano le tipiche case in granito, si sviluppa intorno alla chiesa più antica di Nostra Signora del Rosario . Una lapide ritrovata durante operazioni di restauro documenta che l'edificio fu ricostruito nel XIII secolo sopra la più antica chiesa di San Nicola di Bari.
La parrocchiale intitolata a San Michele si affaccia sulla piazza principale del paese. La sua costruzione venne iniziata nel Settecento ma la chiesa fu aperta al culto solo nel 1814. Al suo interno custodisce un battistero e un crocefisso settecenteschi. Pochi metri più a destra si incontra la chiesetta di Santa Croce del XVII secolo
con interessanti affreschi sulla Passione di Cristo. Da qui percorrendo la
via santa croce per un centinaio di metri si arriva alla piccola chiesa di Sant'Antonio sede delle confraternite che animano le feste religiose tra cui gli spettacolari riti
della Settimana Santa.
A pochi chilometri dall'abitato si trova il santuario di Nostra Signora del Monte Gonare , importante edificio religioso meta di pellegrinaggio da tutta la Sardegna. La struttura attuale è il risultato di rilevanti interventi eseguiti nel Seicento e
Settecento ma la sua fondazione risale al XII secolo . Il Giudice Gonario II di Torres la fece costruire sulla cima del monte , a ben 1083 metri d'altezza , come ex
voto per essere scampato ad un naufragio di ritorno dalla Seconda Crociata.
Ogni anno le vicine cumbessias , tipiche abitazioni dei pellegrini, sono ripopolate durante i festeggiamenti dell'8
settembre.
I numerosissimi siti archeologici (circa 40) documentano la presenza dell'uomo in
questo territorio fin dalla preistoria. Al Neolitico risalgono le
affascinanti domus de janas (sepolcri scavati nella roccia) di
Neunele, Sa Neale e Sa Pranedda , mentre
l'età del Bronzo è rappresentata dalle eccezionali costruzioni della civiltà
nuragica. Nelle campagne si possono visitare i nuraghi di Iloe, Badu de Orane, Illudei, Letza, Orvanilo, Dospanilo, Illarra e Peddio . Non distanti dagli insediamenti si incontrano le sepolture dette " tombe dei giganti " come
quelle di Lutha, Enuteo, Lorrocorio e S'Altare de Logula . Quest'ultima si conserva in buono stato con una bella stele decorata ancora sul posto.
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I Torronai di Tonara
di Mario Gerard Salole
Premessa
Il metodo della osservazione partecipante, che è uno dei principi dell'antropologia
anglosassone rimasti più o meno intatti nonostante le. diverse elaborazioni
subite, richiede che il ricercatore si distanzi dal proprio oggetto di studio
nel tempo e nello spazio prima che si comprometta nello scritto. Di
conseguenza, le pubblicazioni raramente riflettono la crudezza e l'immediatezza
dei dati appena raccolti, in quanto ormai essi sono stati filtrati dall'analisi
e dalla riflessione propria del processo dello scrivere. Taluni lavori però
danno adito al dubbio se il periodo di riflessione serva soltanto a fare dello
scritto una pubblicazione con tutti i crismi dell'accademia, a rischio di
perdere quel contatto con la vitale intimità col quotidiano che dovrebbe
costituire l'elemento qualificante delle discipline antropologiche. Il presente
lavoro, che consiste in una prima parziale presentazione di dati raccolti nel
corso della ricerca da me svolta a Tonara, vuole essere una risposta "a
caldo", "appunti dal campo" non sottoposti cioè ai filtri
tradizionali, ad alcuni dei problemi più interessanti emersi nel corso della
ricerca (nota1) .
1. Il declino della pastorizia
Tonara, un piccolo paese montano nel centro della Sardegna, è noto in tutta la
zona per essere qualcosa di atipico nel contesto dell'ambiente pastorale
barbaricino di cui fa parte. Questa differenza fra Tonara e i suoi immediati
vicini (Sorgono, Tiana, Austis, Belvi, Aritzo e Desulo) è enfatizzata ed ha un
riflesso quotidiano nella folk-image del paese che si può riscontrare sia a
livello emico (come costruzione dei protagonisti) sia a livello etico (come
costruzione degli osservatori). Infatti, la reputazione di Tonara, di essere
"diversa" dagli altri, è così diffusa che si trovano molti lazzi sul
atto che i tonaresi sarebbero tutti "maccos". Ciò viene spiegato con
l'affermazione che Tonara non manifesta quel carattere di riserbo e diffidenza
tipico di una società pastorale: non c'è omertà a Tonara. Questa folk-image di
Tonara che si è affermata nei paesi circostanti e che le viene attribuita dagli
informatori, vale a dire la mancanza di discrezione e di riservatezza dei
tonaresi, viene legata al presunto passato non-pastorale di Tonara: "A
Tonara non sono pastori, e non lo erano mai: è pieno di ambulanti e di
commercianti che sono allegri e simpatici come vuoi, ma non hanno imparato che
non si deve parlare troppo". Appare interessante in questa spiegazione
proprio il fatto che venga negato il passato pastorale di Tonara e venga,
parallelamente, enfatizzata la sua predisposizione alla attività commerciale.
E' vero, infatti, che Tonara oggi non ha prevalentemente un'economia pastorale
e che si può ragionevolmente affermare che i tonaresi hanno abbandonato la
pastorizia con velocità allarmante. La netta diminuzione dei capi di bestiame a
partire dal 1890 (da 21.985 nel 1888 a 16.319 nel 1921, e da 14.787 nel 1945 a
meno di 3.000 nel 1981) è stata spettacolare. I motivi del collasso della
pastorizia (e ugualmente dell'agricoltura) sono molti e troppo complessi per
chiarirli in modo esauriente in questo scritto che ha come oggetto i torronai
di Tonara
(nota2).
Ciò nonostante è importante notare che il folk-model ha individuato
l'emergenza del settore commerciale come intimamente legata al fallimento della
pastorizia, rappresentando questo fenomeno come uno spostamento diretto dalla
pastorizia al commercio ambulante. Ora ciò non è del tutto esatto, dato che la
maggior parte dei pastori o hanno trovato occupazione in qualità di operai nei
cantieri di forestazione della zona, o sono emigrati nel continente o in Europa
(la popolazione di Tonara è diminuita da 3237 abitanti nei primi anni del
secolo a 2600 nel 1981).
2. Le origini dei torronai
E' difficile accertare precisamente quando l'arte di fare il torrone (nota3)
sia stata importata a Tonara. Ciò che appare certo è che la costruzione della
ferrovia Cagliari-Sorgono, alla fine del secolo scorso, ha costituito per i
tonaresi un momento importante di contatto con molti lavoratori del continente
(soprattutto toscani), contatto che ha lasciato molte tracce nell'economia del
paese(nota4).Se l'arte è stata appresa da questi uomini o appresa altrove da
qualche tonarese, è impossibile a precisarsi. Gli informatori sono molto vaghi
sulle origini e molti sono convinti che il torrone sia un dolce tradizionale
che esisteva in Tonara già prima del 1850. Il Casalis non fa menzione del
torrone nel suo Dizionario .(nota5*).
E' certo, comunque, che alla fine del secolo il torrone veniva prodotto da una
famiglia tonarese che ne monopolizzò la produzione e la vendita per quasi un
decennio. La famiglia Carta possedeva due grandi caldaie di rame (su cheddàrgiù)
nelle quali veniva confezionato il dolce e probabilmente il "segreto"
della produzione passò ai parenti più prossimi. Inoltre, la famiglia produceva
più torrone di quanto ne potesse vendere da sola e metteva l'eccedenza a
disposizione degli ambulanti(nota6*) che erano interessati a vendere. A partire
dal 1910 si contavano mezza dozzina di uomini che viaggiavano a piedi o a dorso
di c'avallo vendendo torrone, noci, noccioline, campanacci(nota7*) e altri
prodotti artigianali nelle varie faste religiose che si svolgevano in tutta
l'isola. Per varie ragioni il torrone era un prodotto ideale per Tonara: degli
ingredienti che sono necessari per la sua produzione, il miele e la frutta
secca sono prodotti localmente, e gli albumi d'uova erano facilmente reperibili
nei paesi vicini. Attorno agli anni '20 venti famiglie avevano, ormai,
acquistato le loro caldaie di rame e producevano il torrone a casa.
Gli ingredienti venivano mescolati a mano, a fuoco lento (il "vero"
segreto per un buon torrone) per molte ore. La preparazione degli ingredienti -
pelare e tostare la frutta secca e preparare il miele e gli albumi d'uovo -
richiedeva molte ore di noioso lavoro. Normalmente questo lavoro, tipicamente
femminile, era svolto da moglie e figlie del torronaio, ma, se necessario, si
ricorreva a manodopera femminile all'interno della cerchia parentale o anche a
giovani donne retribuite.
Durante gli anni '20 c'erano nel paese circa centoquindici
"ambulanti" che viaggiavano e vendevano merci varie nell'isola. Non
tutti questi erano venditori itineranti a tempo pieno: molti erano gente estremamente
povera che, avendo un piccolo surplus di castagne e frutta secca, lo portava in
Campidano per lo scambio con prodotti locali. Durante questo decennio,
comunque, veniva introdotto il carrettone che contribuì fortemente alla
creazione di una vera categoria di ambulanti e torronai in Tonara. I tonaresi,
che avevano appreso la carpenteria dai carpentieri toscani venuti a costruire
la ferrovia, erano diventati essi stessi produttori del carrettone,
essenzialmente un adattamento del vecchio carro agricolo che facilitava i
viaggi a lunga distanza. Questa innovazione tecnica consentì ai torronai di
assentarsi da casa per periodi più lunghi e comportò di conseguenza un notevole
ampliamento del mercato. La crescente produzione costringeva i produttori ad acquistare
miele dagli Abruzzi e a dipendere maggiormente dal lavoro retribuito.
In questa fase si può individuare il primo momento di sviluppo: il miele
prodotto localmente non basta più a soddisfare la richiesta dei produttori, e
la manodopera salariata incomincia ad essere impiegata in un modo
semi-permanente (vengono assunte sempre le stesse persone durante i periodi in
cui si lavora). Nel risveglio della crisi postbellica un'altra innovazione
tecnica, l'automobile, superò il carrettone, così come il carrettone a suo
tempo aveva superato il cavallo. Si adottò il trasporto meccanizzato e nel giro
di pochi anni le macchine avevano completamente sostituito il carrettone.
L'automobile ha talmente soppiantato quest'ultimo, che quei torronai che non si
potevano permettere di comperare un mezzo motorizzato furono costretti a
viaggiare con mezzi pubblici, portando con sé le loro merci e un tavolo
pieghevole (nota8) .E' importante notare, però, che l'introduzione
dell'automobile, pur rappresentando un cambiamento significativo, un momento di
sviluppo, non comporta tuttavia una rottura, un passaggio qualitativo dal
vecchio al nuovo. Infatti, si assiste in un primo tempo ad una estensione della
capacità di smercio (cioè il mercato), ma non ad un adeguamento della capacità
di produrre (cioè un cambiamento nei modi della produzione). Col tempo, però,
questa situazione di squilibrio ha portato inevitabilmente conseguenze profonde
anche nell'ambito della produzione.
3.La produzione industriale del torrone
Il passaggio della produzione del torrone dalla fase artigianale a quella
industriale è chiaramente legato al crescente benessere di quella che era
tradizionalmente una società povera. Nella Sardegna del dopoguerra l'acquisto
di un pezzo di torrone ad una festa è diventato un fatto normale così come la
bancarella del torronaio è diventata uno degli ingredienti della festa stessa:
"Ma una festa senza torrone? Bah! non è una festa! non si può
immaginare". Il fatto che i torronai siano diventati più mobili ha comportato
per essi la possibilità di partecipare a più feste e quindi di vendere una
quantità di torrone sempre più elevata. Questa aumentata possibilità di vendita
ha fatto in modo che i torronai fossero costretti ad abbandonare la produzione
artigianale, fino ad allora essenzialmente di tipo familiare. Agli inizi degli
anni '60 infatti si ritorna, per certi versi, al monopolio della produzione che
aveva caratterizzato la fase iniziale: un solo imprenditore incomincia a
produrre il torrone, meccanizzandone però la lavorazione. All'inizio ci fu una
certa resistenza da parte dei torronai verso questa iniziativa, tanto che fu
compiuto anche un debole tentativo di costituire una cooperativa di produttori
(nota9*), tentativo che presto fallì. Nel giro di pochi anni i torronai hanno
abbandonato la produzione del torrone in casa, e attualmente soltanto un
torronaio produce il proprio torrone utilizzando una macchina identica a quelle
usate nella fabbrica. Il risentimento contro la fabbrica non è sparito
completamente e periodicamente l'idea della cooperativa viene fatta rivivere da
alcuni torronai che vorrebbero cambiare lo status quo .
La verità, però, (e questo è detto esplicitamente da loro stessi) è che la fabbrica
permette ai torronai di rimanere indipendenti gli uni dagli altri, ed insieme
li libera completamente dal peso di produrre il torrone in casa e dai grossi
problemi ad esso connessi: dall'acquisto e manutenzione delle macchine,
all'assunzione stagionale della manodopera (legata al carattere stagionale
dalla produzione), all'acquisto della materia prima (nota10*).I torronai,
infatti, sono molto gelosi della propria autonomia e questo appare anche dalla
resistenza opposta ai ripetuti tentativi di delimitare le zone proprie a
ciascun ambulante. E' importante sottolineare che, in un certo senso, la
fabbrica è la risposta ideale alle esigenze dei torronai. Non a caso, i
torronai, che hanno sempre saputo sfruttare le innovazioni tecniche (come nel
caso del carrettone o dell'automobile) si sono arricchiti proprio nei quindici
anni da che esiste la fabbrica. La formula di questo successo è data dal
rapporto di equilibrio, abbastanza atipico, stabilitesi tra torronai e
fabbrica, tra produzione e commercio, per cui la fabbrica si limita a produrre
solo la quantità di torrone richiesta, e anzi si amplia solo sulla base della
domanda crescente. All'instaurarsi di questo equilibrio mi pare abbiano
contribuito proprio la varietà e flessibilità dei rapporti contrattuali che
legano ciascun ambulante alla fabbrica (nota11*).
4. I torronai oggi
Come categoria, i torronai sono probabilmente i più benestanti. Per quanto
nessuno di essi, preso singolarmente, abbia la stessa forza economica che è
espressa in Tonara dalle segherie, collettivamente essi costituiscono un
importante, se non il predominante, settore della economia tonarese, e questo
si riflette nel folk-image. Molti torronai si sono arricchiti tanto, negli
ultimi venti anni, che si può individuare un trasferimento in blocco a Su
Pranu, il nuovissimo quartiere di Tonara dove le villette stanno sorgendo in
modo spettacolare. La scelta di Su Pranu come nuova zona di costruzione da
parte dei torronai è dipesa dal fatto che, data la natura pianeggiante del
terreno, il piano regolatore consentiva la costruzione di garages ed ampi magazzini
a fianco delle grandi case di abitazione, mentre nei vecchi quartieri questo
non era possibile e le strade erano troppo strette per permettere agli
ambulanti di arrivare alle loro abitazioni col furgone. Durante i masi
invernali i torronai normalmente rimangono a casa, solo compiendo viaggi nelle
loro "zone" per vendere noci, noccioline e castagne, ma sono
essenzialmente in "riposo" nel paese. Recentemente c'è stata una
tendenza, da parte di alcuni giovani ambulanti, a lavorare il più possibile,
anche durante l'inverno.
Questo fatto ha provocato un'ondata di risentimento: "Quando vedo che si caricano il
furgone per andare a vendere mercé nella mia zona, cosa devo fare? E allora mi
carico il furgone e via! ma non doveva essere cosi!" Inoltre, la ricerca
degli ingredienti di base a prezzo basso ha fatto in modo che alcuni torronai
vadano anche in continente per acquistare le noci. Questo fatto ha provocato
nuove tensioni fra i produttori locali di noci e noccioline (normalmente
piccoli proprietari) e i torronai. A parte queste eccezioni la maggioranza dei
torronai durante l'inverno rimangono in passe; ma, dalla fine d'aprile in poi,
essi lavorano nelle diverse feste religiose di tutta l'isola. I torronai
tonaresi sono normalmente presenti in forza alle seguenti feste: S. Anna
(Oniferi), S. Antonio (Orosei, Fonni), S. Basilio (Villanova Strisàili), S.
Costantino (Sedilo), Ss.Cosma e Damiano (Mamoiada), Ferragosto (Orgósolo ed
altri), S. Francesco (Luia), S. Giovanni (Orotelli), L'Addolorata (Ortueri), L'Angelo
(Orune), S. Lorenzo (Silanus), S. Lucia (Sarule). Madonna delle Grazie
(Siniscola, Nùoro), Madonna di Gonare (Sarule, Grani), S. Marco (Lei), Martiri
(Fonni), Gttava di S. Antonio (Tonara), S. Palmiro (Ghilarza), S. Pantaleo
(Macomér), S. Pietro (Orgósolo), Redentore (Nuoro) e S. Simplicio (Olbia).
Molti torronai frequentano però regolarmente anche altre feste. Essi hanno
infatti una loro zona come l'Ogliastra, il Sassarese, la Baronia o il Nuorese.
Ma ciò non esclude ohe vadano ad altre feste "quando capita", o che
partecipino ogni anno ad ima o due feste di altre zone. Alcuni fra i più
giovani torronai hanno fatto di necessità virtù e si avvantaggiano del non
avere una zona particolare da coprire passando nel corso di uno stesso viaggio
da Sassari al Campidano di Cagliari, dal Nuorese all'Oristanese. Come risulta
dalla citazione più sopra riportata, i rapporti fra torronai sono molto tesi.
Ciascun torronaio ha la sua parte di aneddoti da raccontare sui bisticci fra
ambulanti nelle diverse feste dell'isola. Alcuni posti, "lo spazio",
sono spesso giudicati i più favorevoli all'ubicazione della bancarella su cui
vendere il torrone (i lati più frequentati delle piazze vicini alle chiese
ecc.). La competizione per gli spazi spesso porta ad una grande tensione fra
persone che a volte sono anche parenti o compari. Delle sessantasette licenze
di ambulanti attualmente rilasciate dal Comune di Tonara, quarantacinque sono
di torronai in attività.
Alcune delle ventidue licenze che non sono in attività appartengono a mogli di torronai che hanno preso la licenza a proprio nome per permettere ai mariti di aprire due
banchi di vendita alle feste (spesso in due punti diversi), le altre sono o di
ambulanti che non vendono torrone o di gente che ha preso la licenza ma non
pratica il mestiere. Dei quarantacinque torronai attivi, diciannove sono
parenti con almeno un altro (spesso più di uno) torronaio, e ci sono, inoltre,
un numero significante di compari (con tutte le difficoltà concomitanti di
rispetto e mutua deferenza che questa istituzione comporta in Sardegna). Alcuni
ex-torronai mi hanno detto che questa tensione fra gli ambulanti era uno dei
motivi per cui hanno lasciato il mestiere: "Tu li vedi qui in paese e sono
bravi, anzi bravissime persone, ma se li vedi dietro il banco cambierai
opinione! Non guardano in faccia a nessuno. C'è gente che odia, si odia, per
queste cose! Si litiga per lo spazio e poi per farti un dispetto sono capaci
anche di vendere il torrone a sottocosto!"
5.L'ottava di Sant'Antonio
Queste tensioni ed animosità sono, comunque, messe da parte e temporaneamente
dimenticate una volta all'anno. Per tre giorni, il 19, 20 e 21 giugno, otto
giorni dopo la festa di S. Antonio (che è stata, fino a poco tempo fa, la più
grande festa del paese) i torronai e gli ambulanti festeggiano la
"loro" devozione al santo. L'ottava fu creata proprio dagli ambulanti, i quali non potevano mai partecipare alla festa principale del 13 giugno perché impegnati nelle feste di altri paesi. Desiderando festeggiare S.Antonio, decisero di fare una "loro" festa. Essi ritornano ogni anno senza fallo da qualsiasi posto in cui si trovano per essere "in
paese" il giorno 19. In trent'anni da che esiste, questa festa si è sempre
più affermata sino a diventare la festa religiosa principale.
Significativamente le due principali feste celebrate a Tonara, eccettuate
naturalmente Pasqua e Natale, sono "La Sagra del Torrone: la festa di
Poppino Mereu" e "L'ottava", ambedue occasioni che puntano sui
torronai di Tonara(nota12*) I festeggiamenti dell'Ottava si svolgono a due
livelli: la festa "pubblica" che è una occasione di divertimento per
tutto il paese e per gli estranei, e una festa "privata" che riguarda
principalmente gli ambulanti, le loro famiglie e i loro amici. Per la festa,
"pubblica", gli ambulanti organizzano fuochi d'artificio, numerose
bancarelle in cui si vendono bevande e cianfrusaglie di ogni genere, esibizioni
di balli sardi, gruppi musicali e così via. I soldi per queste manifestazioni
sono raccolti nel paese nei giorni precedenti la festa dal comitato dell'Ottava
composto da un presidente, un vice-presidente e un gruppo di amici. In breve
quest'aspetto della festa è quello tipico in tutta la Sardegna.
L'aspetto "privato" della festa ha, invece, delle caratteristiche abbastanza
singolari che meritano menzione. Durante i primi due giorni, il presidente
uscente del comitato dell'Ottava organizza una serie di feste
"private" alle quali sono invitati tutti gli altri torronai, le loro
famiglie, le famiglie dagli ex-torronai e amici. Alcune di queste feste sono
apparentemente aperte a tutti. Il banditore le annuncia ed invita pubblicamente
tutti i torronai e i "simpatizzanti" a casa del presidente. E'
interessante, comunque, il fatto che, a parte i torronai e le famiglie degli
ex-torronai che vanno alla festa "per diritto", pochi altri vi
partecipano, a meno che non siano stati invitati personalmente. Il nuovo
presidente (che l'anno procedente era vice-presidente) prende in carico la
bandiera dell'Ottava. La consegna della bandiera avviene l'ultimo giorno della
festa nella chiesa di S. Antonio durante una cerimonia religiosa alla presenza
dei torronai e delle loro famiglie. Questo momento è caratteristicamente molto
commovente (alla festa cui io ho partecipato, tutti i torronai presenti erano
in lacrime) ed è considerato il punto focale della festa. Dopo la cerimonia,
una colorita ed animata processione prende la via di Su Pranu dove il parroco
benedice tutti i furgoni e le macchine (anche numerosi non-torronai portano le
loro automobili alla benedizione); non appena la cerimonia termina cominciano i
fuochi artificiali: uno spettacolo gradito a tutto il paese.
A conclusione
il nuovo presidente "fa l'invito" a casa sua. Nel corso di questa
festa si svolge un rito caratteristico dell'Ottava, la pioggia, che è una
specie di asta con la quale i danari rimasti dopo il pagamento delle spese per
le feste pubbliche, vengono dati in prestito per l'anno successivo al miglior
offerente. Questa asta dura un paio d'ore e raggiunge momenti di grande
confusione. I partecipanti all'asta sono lusingati e stuzzicati a fare le
offerte: ogni "giocatore" offrendo più interesse sulla somma in asta.
Nel frattempo si svolge una colletta per aumentare la cifra offerta in
prestito. Quando l'asta è terminata ha luogo una colletta finale. Questi soldi
non vengono contati in modo che nessuno sappia esattamente l'entità della somma
"vinta". Nel 1980 l'asta raggiunse 2.700.000 lire. Il
"vincitore" offrì di restituire 3.500.000 lire, con un interesse
quindi del 29%. Mi è stato detto che i soldi della "pioggia" sono
considerati fortunati e che uno deve "fare lavorare" i soldi vinti
subito dopo la festa (cioè investirli al più presto, solitamente nell'edilizia).
Questo aspetto della festa che ho voluto chiamare "privato" è
sostanzialmente una occasione per "ricucire" tutti i dissapori e le
fratture creatisi nel corso dell'anno. Molti ambulanti affermano che l'Ottava
gioca un ruolo importante di riconciliazione e che vecchi rancori ed antipatie
fra torronai siano stati spazzati via durante la festa. Alla cerimonia si
abbracciano tante persone che avevano bisticciato nel corso dell'anno, e questo
è ormai considerato un momento importante del processo di pacificazione - quasi
un riconoscimento pubblico della riconciliazione avvenuta . (nota13*)
6. Ancora sul folk-model
Ho detto all'inizio di questo articolo che sia a livello emico (la spiegazione
tonarese) sia a livello etico (la spiegazione delle comunità vicine) si è
inclini a considerare il commercio ambulante come elemento economico-culturale
fondamentale della tradizione tonarese, negando il suo passato pastorale ed
esagerando il ruolo dei torronai. Indubbiamente, a Tonara oggi il mito che il
torrone e i campanacci siano elementi tradizionali del passato ha tanta
validità che qualcuno va ancora più in là dichiarando che Tonara ha sempre
avuto nel suo passato il commercio itinerante, e appoggiandosi all'autorità di
mytical charters riguardanti ebrei genovesi esiliati ed altre comunità
forestiere. La ricerca delle prove per giustificare queste ipotesi è un
affascinante e-sempio di come la memoria popolare si adatti agli avvenimenti.
In un determinato momento storico si è veri-ficata a Tonara la fortuita combinazione
di tre elementi che hanno creato le condizioni necessarie per lo sviluppo di
una nuova attività:
a) la conoscenza della Sardegna (specialmente del Campidano di Cagliari e di quello
di Oristano) attraverso la transumanza ed il commercio (nota14*),
b) l'acquisizione di nuove conoscenze attraverso i contatti con lavoratori del
continente, e
c) la predisposizione al rischio e all'insicurezza di una nuova attività,
favorita probabilmente dalla scarsità di terreni adatti all'agricoltura o alla
pastorizia.
Secondo il folk-model il fallimento della pastorizia è la causa principale del successo
del commercio ambulante; come ho cercato di dimostrare, questo è un punto di,
vista troppo semplicistico, che tuttavia contiene una verità fondamentale:
Tonara ha colto l'opportunità di abbandonare la pastorizia appena comparvero
nuove alternative, mentre i paesi vicini a Tonara abbandonarono la pastorizia
con più resistenza (Sorgono, Aritzo e Belvi) oppure continuarono a dedicarvisi
malgrado le condizioni sfavorevoli (Austis, Desulo).
In un certo senso il "successo" del mito dei torronai si riflette
nella scelta simbolica implicita nella iniziativa della passata amministrazione
comunale di creare in collegamento con "La Sagra del Torrone: festa di
Peppino Mereu" un museo all'aperto in cui erano rappresentate le due
professioni caratteristiche di Tonara: il sonaggìargiu (fabbricante di
campanacci) e il turronargiu (il torronaio) (nota15*).
Il successo di un mito si misura nella capacità di riflessione di esso nel folk-image ed è indubitabile che a Tonara questa interpretazione del passato è molto diffusa. Il successo di questa interpretazione, è probabilmente dovuto al fatto che la maggior parte
dei forestieri che arrivano a Tonara si incontrano con queste due
"specialità", ambedue legate alla presenza dei torronai e alle loro
feste, e al fatto che la maggior parte dei tonaresi riconoscono in essi un
mestiere "diverso" che caratterizza la singolarità di Tonara stessa.
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