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Monsignor Raimondo Tore Arcivescovo di Cagliari

26.10.2015 15:46

Mons. Antonio Raimondo Tore

 di Raimondo Bonu

 

Fiore di Montagna

Nacque a Tonara, nell'alta montagna della Barbagia centrale, agli inizi di un gelido inverno, il 21 dicembre 1781.
Il padre, Giovanni, esercitava lodevolmente la professione di chirurgo, il cui
titolo egli aveva conseguito alla Scuola del piemontese Michele Plazza,
nell'Università di Cagliari, il 21 gennaio 1775; la madre, Anna Cabras,
apparteneva alla famiglia di quell'avvocato Vincenzo Cabras, che, prima
lasciato in disparte e sottovalutato, prese parte attiva ai moti rivoluzionari
di Cagliari nel 1794, poi, diventato intendente generale dell'isola e
presidente della Corte dei Conti di Torino, servì lealmente il sovrano e lo
Stato.

Antonio Raimondo Tore ebbe una madre che sentì alta la sua missione educativa. La donna forte fu ben lontana dalle innovazioni ardite e dai sistemi pedagogici che pensatori tedeschi e filosofi illuministi andavano diffondendo dalla Germania e dalla Francia in gran parte dell'Europa: per la donna appartata di Barbagia bastavano l'istinto di madre
intelligente e la saggezza di una gente antica, perché potesse proiettare sul
figlio la presenza operante della propria virtù e la viva realtà del proprio
animo buono, generoso, tetragono ai colpi di ventura.

Suoi primi insegnanti di Cagliari, lo zio dianzi menzionato, curò con affetto il suo piccolo, perché da una parte egli venisse sviluppando armoniosamente le sue qualità morali e fisiche, e dall'altra parte potesse continuare fedelmente la sua devozione verso la
vergine Madre - venerazione e culto mai venuti meno nei paesi dell'alta montagna
sarda - e allo stesso tempo sapesse corrispondere all'accorto insegnamento che
il padre e il parroco dottor Michele Porru gli venivano impartendo. L'albero in
fiore

Nell'ambiente delicatamente severo di famiglia, all'ingegno precoce del fanciullo seguì prestamente una forza non comune di volontà. Sembrava che la sua natura, pronta e dominatrice nel sorriso luminoso, traesse ispirazione e stimolo dalle pendici aeree dei suoi monti rupigni.

Fu pertanto di buon auspicio che quell'ambiente di persone e di luoghi integrasse i primi frutti della <scoletta> paesana, seguita per circa 5 anni con le ristrette materie del
tempo - prima e seconda grammatica, aritmetica, nozioni varie -: tutto il
modesto corredo umano e culturale accompagnò a Cagliari il piccolo decenne,
perché fosse rivestito di forma adeguata e reso sensibilmente robusto sotto lo
sguardo di altri educatori.

Primo tra tutti fu uno zio canonico, Antonio Cabras, che da suo padre Vincenzo aveva ereditato facilità di pratiche legali e di attitudini politiche, qualità non separate dalla diffusa rinomanza di fiorito oratore sacro e perfino di facile scrittore.

Antonio Raimondo Tore entrò ben presto nel seminario tridentino, posto allora in via Università: nell'istituto di formazione al sacerdozio il piccolo aspirante compì in due anni il corso regolare di umanità e l'altro di rettorica; dopo il biennio di filosofia e il
triennio di teologia, coronò i suoi studi con una laurea brillante. Non aveva
ancora 17 anni.

I primi frutti 

Per la giovanissima età che gli vietava l'ordinazione sacerdotale, il dottor Tore occupò i suoi cinque anni di aspettativa nella predicazione sacra con tanto frutto che fu acclamato uno dei primi predicatori del regno.

Scrisse ed espose l'elogio funebre della regina Maria Adelaide nel 1802; qualche decennio più tardi avrebbe scritto più profondamente l'elogio funebre di Carlo Emanuele IV e di Vittorio Emanuele I.

Intanto il dottor Tore aveva principiato e portato alle prime cento pagine il volume manoscritto delle sue prediche, che andò purtroppo perduto. Sui trecento fogli complessivi di ottima carta di Fabriano dal formato di 20 cm. per 12 si leggevano benissimo i caratteri minutissimi di circa 35 linee per pagina. E fu tutta scrittura di suo
pugno. Nella predicazione sacra allora teneva il primato uno dei suoi primi
insegnanti di Cagliari lo zio dianzi menzionato, Antonio: egli fu
successivamente avvocato, sacerdote, canonico, dottore di Collegio
nell'Università di Cagliari e assessore del Tribunale Ecclesiastico a Cagliari
e a Oristano. Di lui notò il Tola nel suo Dizionario biogrqfico degli Uomini
Illustri di Sardegna: «fu tenuto al cielo... se piacque ai contemporanei egli
non pensò forse che scrivesse pe' posteri».

Tra i familiari di Cagliari

Attinente alla vita cittadina del giovane Tore, non torna inopportuno l'accenno di altre due particolari congiunte di lui: Vincenza e Teresa Cabras, sorelle del suddetto canonico. La prima di cui l'umile e grande fra Ignazio da Laconi aveva predetto la vocazione
religiosa e la lunga vita di monaca, morì a 68 anni d'età il 26 marzo 1846,
dopo essere stata badessa nel convento di S. Chiara a Cagliari, col nome di
Suor Maria Vincenza; l'altra sorella, Teresa, sposò un brillante avvocato del
foro cagliaritano, Efisio Pintor Sirigu (1765-1814). Questi si formò nello
studio legale dell'avvocato Vincenzo e con lui partecipò alle tumultuose
vicende politiche di quegli anni: prima, amico e fautore di Giovanni Maria
Angioi, fu poi nel numero dei suoi implacabili avversari. Così poté raggiungere
il sogno delle sue aspirazioni: dignità ed onori.

Scrivendo nella poesia dialettale del cagliaritano, egli non tralasciò di presentare maligne insinuazioni contro molte persone e determinati avvenimenti.

Minister Christi

Finalmente per il dottor Tore venne la sospirata età dei 22 anni con suo sommo giubilo fu ordinato sacerdote. Il suo slancio, fino allora quasi compresso e tarpato, si sciolse esuberante, ma metodico, in un'ascensione rapida e apprezzata. Dal 1805 al 1808 fu vicario parrocchiale in Atzara; dal 1808 al 14 febbraio 1814 fu parroco e vicario
foraneo in Aritzo; dal 1814 al 1820 fu parroco a Sorgono.

L'esame dei libri parrocchiali ci mostra la sua figura dominante e precisa. Nella razionale distribuzione del servizio per amministrare i sacramenti nelle chiese e per dare l'assistenza notturna e diurna ai malati; nel governo dei vasti beni parrocchiali come anche nella istruzione integrativa al numeroso clero parrocchiale, il dottor Tore non
si concede pace né riposo. Egli scrive poco, ma opera molto; la sua scrittura è
quasi diritta, piuttosto piena, direi quasi severa, come diritta e piena è la
sua opera sacerdotale; egli vigila, ispeziona, rivede, corregge: ha riservato
per sé la predicazione e la direzione generale delle parrocchie rette da lui
nei 15 anni di ministero sacerdotale, che compiva in mezzo ai fedeli contermini
alla sua terra e dei quali conosceva carattere, abitudini, aspirazioni,
tendenze.

Intanto la sua parentela si dilatava per numero di persone e per distinzione di pietà e di dottrina. Dalla sorella Anna Maria Tore erano nati tre figli: il primo fu il sacerdote Giovanni Pruneddu (1808-1858) dottore in utroque e parroco intraprendente di Tonara;
l'altro fu l'avvocato Antonio, capodivisione del Vicerè di Cagliari; la terza
sorella fu madre del sacerdote Pietro Carboni, parroco di Gadoni per un
ventennio, poi di Desulo dal 1882 al 1908, data della sua morte. E non basta.

Lo zio materno Alessio Cabras fu sacerdote a Tonara nel 1805, ivi delegato per 3 anni e poi parroco dal 1808 al 1827: infine fu canonico ad Oristano dove mori nel 1835. Un suo fratello, Francesco Cabras, chiamato a Cagliari dallo zio, il menzionato intendente
generale Vincenzo, si laureò in leggi, poi fu coadiutore del vecchio parroco di
Laconi, dal 1806 al 1811, quindi parroco effettivo fino alla sua morte,
avvenuta il 30 ottobre 1846: coltivò lo splendore e 1' ospitalità, e arricchì
di marmi e di argenteria la parrocchia da lui in gran parte ricostruita,
curando anche di legarle la somma, allora cospicua di 500 scudi. Un altro
fratello, Tommaso Cabras, già parroco di Guasila, nel 1803 figura parroco in
Meana Sardo, di cui ricostruisce ed abbellisce la parrocchia; dopo essere stato
amministratore apostolico della diocesi di Tortolì, lega in Lanusei i suoi beni
ai figli del fratello, notaro Giuseppe Cabras, e nomina esecutore testamentario
il fratello, parroco di Laconi.

Non va taciuto, in questa schiera della parentela del dottor Tore, il nome del minore conventuale P. Michele Todde, che fu educato in Desulo, da fanciullo presso lo zio, il parroco Carboni, e diventò valoroso cappellano militare nella Brigata «Sassari» durante
la I guerra mondiale. Morendo novantenne il 24 settembre 1972 in Assisi, lasciò
esempio di grandi virtù. Altre notizie sulla famiglia «Cabras» ha tratto da
archivi il compianto medico di Tuili, dottor Antonio Cabras: pubblicò le sue
valide ricerche in Siena (Cantagalli, 1949).

A1 timone: Vicario Capitolare

 

La serietà del carattere e lo zelo sacerdotale spiegati nelle parrocchie avevano attirato lo sguardo dei superiori ecclesiastici di Oristano sul giovane dottor Tore, che nel 1820 il recente arcivescovo Giovanni Antioco Azzei nominò canonico teologale e vicario
generale. E morto il pio arcivescovo, che veniva dalla ricostituita diocesi di
Ozieri, il 4 dicembre 1821, canonico Tore fu eletto 9 giorni dopo vicario
capitolare. Egli, che sembrava nato per comandare, sapeva anche lavorare come
un umile gregario, specialmente con l'esempio e nella formazione dei parroci.

Nella sua qualità di vicario generale capitolare eseguì infatti con tatto e prudenza opera religiosa e civile, altamente benemerita.

È il periodo aureo della sua attività. Egli ordinariamente dettava e si preoccupava di adeguare la sua parola scritta, come faceva per la parola parlata, alle condizioni
intellettuali dei fedeli. Malo stile è vigoroso e denso di raziocinio: i lievi
errori di ortografia e di punteggiatura sono dovuti ai difetti del tempo e ai
sacerdoti amanuensi, i quali furono allevati in una lingua che non fu
l'italiana e protrassero nei registri parrocchiali, fino al 1832, l'uso di uno
spagnolo decadente.

Una nota particolare si deve aggiungere per la cura e lo zelo con cui il Tore conservò nell'Aula capitolare il cosiddetto «Tesoro del Duomo» (croci, calici, anfore, pianete ecc ...), mentre nel suo ufficio di Curia, accanto a sé, volle tenere due rinomati
borchioni di bronzo dell'epoca medioevale (2).

(2) Uno dei due borchioni fu danneggiato nel 1963 da un tale, che con un suo martelletto riuscì a colpire il bordo sinistro del bronzo, staccandone alcuni pezzetti che riportavano inciso il primo X del secolo e il primo X del decennio. È noto che la data di fusione,
a. 1228, figura in lettere romane, non nella forma completa MCCXXVIII, ma nelle
sole due lettere M e V (la M ha incluse due C nell'angolo superiore e due X
nello spazio inferiore, mentre la V racchiude tre I).

Il duplice stato del borchione - integro prima, danneggiato poi - si può vedere in R. BONU «Serie cronologica», cit., a. 1959, fig. 6, e «Oristano nel suo Duomo», a. 1973, tav. 13. L'opera direttiva

Tra le più importanti circolari del vicario capitolare si ricordano le seguenti:

13 dicembre 1819: 1' lettera
circolare al clero dell' archidiocesi; 12 febbraio 1822: Indulto quaresimale; 8
giugno 1822: Immunità d'asilo nelle chiese da non concedersi più al delinquenti
perseguitati dalla giustizia; 22 agosto 1823: Annunzio dell'istituzione della
«Scuola normale», sotto la vigilanza o anche, per mancanza del corpo
insegnante, sotto la diretta dipendenza dei parroci delle singole parrocchie;
20 novembre 1824: Rinnovata proibizione di inumare i defunti nelle chiese
frequentate; 20 novembre 1824: Annunzio e commento dell'Anno Santo 1825; 5
ottobre 1826: Setta cosiddetta dei liberali muratori.

Da una circolare:

Di quest'ultima, interessante circolare diretta da Tonara ai parroci arborensí, riporto il seguente brano, indice dello zelo del pio superiore: « A preservare le vostre greggi da questa strage, non dovete voi affaticarvi? Predicate voi continuamente, istruite con
tutta pazienza e dottrina per stabilire e confermare sempre più nelle menti e
nei cuorì la vera, cristiana giustizia: fate sentire le pene gravissime che la
Chiesa impone a quelle società, che covano nei loro segreti idee di
libertinaggio, di irreligione, d'empietà; ma fatele sentire in modo che i
vostri popoli apprendano più a temere e a fuggire i mali ed i pericoli
stranieri che finora fortunatamente non conoscono... Pregate, scongiurate nel
nome di Gesù Cristo, non lasciate alcun mezzo intentato... fatevi tutto a
tutti, ricordandovi sempre che il Signore ricercherà con tutto rigore dalle
vostre mani il sangue di quegli infelici, i quali, o per non essere stati
abbastanza istruiti o per non essere stati ammoniti in tempo o per non essere
stati corretti con la dovuta prudenza avranno pervertito le loro idee e le loro
massime ed avranno quindi incorso l'eterna dannazione...».

Tali lo zelo e lo sdegno del superiore ecclesiastico. E qui si può ricordare che il fondo del materiale lasciato dal vicario Tore, si può riscontrare «passim» negli archivi della
curía diocesana e del capitolo. Importanti soprattutto: circolari,
notificazioni, note amministrative, elenchi delle parrocchie con i relativi
sacerdoti e le opportune indicazioni qualificative.

Per scrivere la circolare menzionata, il canonico Tore trascorse l'estate del 1826 in Tonara, nella casa paterna, dove non mancava di recarsi qualche volta per dare intermezzo alla sua continua fatica e per curare con l'acqua di una sorgente vicina la sua salute malandata.

Fu appunto in quella casa accogliente che stette una notte Carlo Alberto, principe di Carignano, durante la sua prima visita in Sardegna, nella primavera del 1829. E fu ugualmente quella sorgente di acqua purissima, vicina alla casa dianzi ricordata, ad
essere frequentata dal canonico Tore, fonte che conserva tuttora il nome di
«funtana de Munsegnore», dove il paziente si faceva accompagnare da un uomo, al
quale dava ogni volta istruzione catechistica e due lire d'argento.

"Bonus pastor"

Per quanti conoscevano e ammiravano tanta pietà e tale vastità di operosa dottrina, unite con lo zelo per le anime, non fu una sorpresa quando nel 1828 il canonico Tore fu preconizzato vescovo di Ales.

Appena due mesi dopo, precisamente il 25 maggio, ricevette la consacrazione episcopale in Bosa: ben presto raggiunse la sua sede. Nella pienezza del sacerdozio continuò ad effondere il suo zelo illuminato e tenere sempre viva 1' accesa fiamma apostolica. Agli
amici e agli ammiratori della sua resistenza al lavoro e della dignità
vescovile - da lui altamente intesa e disimpegnata - diceva sorridendo: «Devo
in genere questi aspetti alla mia vita, passata accanto al popolo; in
particolare li riferisco alla parrocchia di Aritzo, e alla memoria di tre
vescovi, che vi furono parroci». Così il modesto presule commendava il
sacerdote cagliaritano Giuseppe Stanislao Concas, che per dodici anni fu
parroco in Aritzo e per quattro anni vescovo in Bosa, poi morì a Scano
Montiferro il 13 dicembre 1762, cadendo da cavallo, vittima del suo zelo
apostolico. Allo stesso tempo il vescovo Tore intendeva menzionare e lodare il
tempiese Dott. Giorgio Manurrita che resse la parrocchia di Aritzo dal 1802 al
1808, poi la chiesa di Gergei e infine la diocesi dell' Ogliastra. Pratici e
sapienti furono i decreti lasciati nelle visite pastorali dal vescovo Tore: la
comprensione delle necessità spirituali e materiali inerenti alle parrocchie
della diocesi non fu separata dalle norme ammonitrici di governo, nelle quali,
prevenendo i tempi del grande educatore Don Bosco, era antiveduta quella
formula di tutto un sistema educativo, che fu detto posteriormente: <
Prevenire, non punire». In tutte le occasioni il vescovo Tore mostrava una
penetrante conoscenza e una paterna introspezione delle anime.

Per nove anni continuò a fare suo il motto apostolico: < Nos vero orationi et ministerio verbi instantes erimus». E girò nella sua diocesi, dai monti al mare, con quei mezzi ristretti di comunicazione, che poche volte gli permettevano il lusso di una carrozzella e
l'obbligavano a viaggiare a dorso di cavallo: così compariva, angelo di pace,
nelle parrocchie, in mezzo al popolo, tra quella devota, entusiastica
deferenza, che formava l'orgoglio dei nostri antenati.

Pertanto immutabile restava il metodo delle attività parrocchiali, che il vescovo aveva seguito in «Azzara» e in Sorgono (l'errato « Sisterno» della bolla pontificia): il riconoscimento e la benemerenza sacerdotale sono ricordate in quel documento romano (Eubel, op. cit., vol. VII, pag. 386).

Arcivescovo di Cagliari

Nel 1837, con bolle pontificie del 2 ottobre, fu traslato alla sede arcivescovile di Cagliari, con l'incarico di amministratore della sua prima diocesi. Né lo zelo, né la pietà diminuiscono con il crescere degli anni. Ma l'aumentato lavoro delle sue sollecitudini
pastorali nella vasta archidiocesi, il senso sempre più profondo della
responsabilità e soprattutto lo zelo e lo spirito di sacrificio finiscono di
logorargli prima del tempo lo stanco organismo. Il diuturno lavoro sedentario
compiva inesorabile i suoi dolorosi effetti.

Con rassegnazione cristiana e fortezza senza pari il pio arcivescovo alimentava il suo spirito, che già esultava nel premio del servo buono e fedele, a riprova e a corona delle sue virtù. Tra le diverse disposizioni assegnò la massima parte della sua
biblioteca alla parrocchia della nativa Tonara.

Davanti a quei libri e davanti al ritratto a olio che raffigurava lasua modesta statura personale, un altro arcivescovo, mons. Antonio Soggiu da Ghilarza, si fermerà il 24 luglio 1873 durante la visita pastorale in Tonara: egli comunicherà ai presenti la sua
intensa commozione, ricercherà di un parente dell'arcivescovo Tore e lo
ritroverà in un ragazzetto pensoso, il futuro canonico arborense Felice Tore, che
egli terrà agli studi. E lo stesso arcivescovo Soggiu richiamerà con infinita
gratitudine il suo generoso benefattore, l'arcivescovo Antonio Raimondo Tore,
che lo aveva tenuto agli studi e guidato all'altare.

Sereno tramonto

Nel Catalogus Archiepiscoporum Caralitanorum leggiamo il seguente elogio: «LXV - 1873 -Antonius Rajmondus Tore tonarensis S. Theologiae doctor, verbi Dei praedicator eloquentissimus, plurium Paroeciarum regimen tenuit, postea canonicus theologalis Capituli arborensis renuntiatus fuit et, vacante sede, Vicarius capitularis electus dein anno 1828 aetatis suae 47, ad Episcopatum Usellen-Terralben, administrator apostolicus in spiritualibus et temporalibus, anno 1837 constitus. Ecclesiam primatialem
sumptibus ornavit; dumque maiora de illius pastorali zelo ac munificentia
sperabantur, post diuturnae aegritudinis afflictationes, quas patientissime
toleravit, hanc vitam cum immortali commutavit, die 9 marzi 1840» .

Da quest'elogio, che a tanto nome non poteva essere migliore, è inseparabile il riconoscente ricordo degli umili.
In un volume della biblioteca parrocchiale di Tonara, consunto dall'uso e da
oltre un secolo di esistenza, una mano tremolante di vecchio aveva scritto:
«alle ore 7 di sera del 9 marzo 1840, in una bella giornata spirò beatamente in
Cagliari il benefattore arcivescovo Tore».

Questo modestissimo cenno ricorda che in molti cuori la gratitudine sopravvive ancora e che specialmente per gran parte del popolo non è vana parola; quella nota disadorna e quasi insignificante ci mostra la paterna figura del pio arcivescovo, che compiva il
suo transito nella serenità dei giusti e nel rimpianto dei buoni, mentre per
lui si era spenta ormai l'ultima luce del giorno e si era iniziata la seconda
vita, che non è tinta dal tempo né diretta al tramonto.


Ndr: l'arcivescovo Monsignor Raimondo Tore era lo zio diretto della mia bisonna da parte paterna, ossia della nonna di mio padre.

Giovanna Tore, moglie di Francesco Rosa, mio bisnonno, era una delle 4 figlie femmine del fratello dell'Arcivescovo Raimondo.


Massimiliano Rosa


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Peppino Mereu

26.10.2015 15:43


   
 
Peppino
Mereu

Cenni biografici del grande poeta.

Nacque a Tonara il 14 gennaio 1872.

La sua vita non facile, segnata da lutti familiari e dalla malattia, lo portarono a sentirsi escluso dal contesto sociale. Figlio del medico condotto di Tonara, non potè compiere studi regolari (in paese le scuole si fermavano alla terza elementare) e probabilmente le
condizioni economiche della famiglia, anche se di estrazione borghese,non gli
permisero di proseguire negli studi. Il padre morì per aver incautamente bevuto
una pozione velenosa che credeva un liquore e la madre si spense poco tempo
dopo. A diciannove anni si arruolò volontario nell'Arma dei carabinieri.
Compiendo il servizio di militare dell'Arma, visse fra Nuoro e Cagliari i cui
nomi figurano nelle date di alcune poesie della sua prima raccolta, pubblicata
a Cagliari nel 1899 presso la Tipografia Valdès, con una prefazione di Giovanni
Sulis, «laureando in medicina»: quel Nanni Sulis o "Nanneddu meu" cui sono
dedicati alcuni componimenti. Anche se non ci sono notizie sicure sugli studi
di Mereu, è chiaro che studi come autodidatta il Mereu ne aveva fatti,
probabilmente attingendo dalla biblioteca paterna: lo dimostra il taglio della
sua poesia, i riferimenti letterari che vi si colgono,perfino l'uso ironico che
vi si fa talvolta dello stesso periodo espressivo.

Nel suo peregrinare fra i paesi della Sardegna, ebbe così modo di frequentare ambienti diversi e di conoscere direttamente alcuni dei mali endemici dell'isola. Il suo animo ribelle ed inquieto lo spinse a prendere posizione contro lo sfruttamento storico e le
ingiustizie quotidianamente subite dai sardi.

Gli influssi della cultura nazionale mettevano in crisi i vecchi modi di vita, facevano sentire, soprattutto agli intellettuali di paese, il disagio del piccolo villaggio natio con le sue leggi e le sue abitudini arcaiche.

Anche la Sardegna conobbe così la figura di quegli intellettuali che, usciti dal paese alla città, quivi maturavano la nostalgia del distacco.

Peppino Mereu incarnò perfettamente questa figura di«nuovo» intellettuale sardo che soffrì sulla propria pelle l'allora impossibile integrazione fra città maggiormente ricca di stimoli culturali e la campagna isolata nelle sua terribile miseria.

Era solito cantare nelle sagre paesane misurandosi nelle "gare poetiche" e sicuramente assorbì oltre agli umori culturali ed il sentire comune anche la metrica, il senso del ritmo e
comunque riuscì ad elaborare tutte queste esperienze in maniera originale.

Rivolse il suo interesse non solo ai temi tradizionali della poesia sarda ma lo spostò sul terreno del sociale, verso la tensione del progresso che ne fanno di lui un autore originale nei temi e che lo discostano in parte dalla tradizione.

Gli interlocutori, siano essi gli amici Nanni Sulis e Genesio Lamberti o la famosa fonte di Galusè o la sua Tonara, dialogano con il poeta con dolcezza, tenerezza, accordandosi del tu come nelle condizioni di antica confidenza.

Il Mereu fu poeta dal sentire sociale all'aurora del socialismo; tornò al privato negli ultimi tristissimi anni della sua vita, dopo che, congedato nel 1895 per motivi di salute, dovette
rassegnarsi a vivere dell'aiuto degli amici e del reddito di lavori precari, in
orgogliosa povertà.

Il poeta era ormai giunto alla fine del suo viaggio. Si spense a Tonara l'11 marzo 1901.

La sua poesia più famosa è Galusé, dedicata ad una fonte di Tonara, in cui la sorgente parla in prima persona, magnificando le proprie virtù e raccontando vicende gaie e tristi del piccolo mondo paesano che viene, spinto da mille motivi a bere o ad attingere, a lavare i panni nelle sue acque o a sostare in compagnia od in solitudine.

Ma, insieme, questa poesia è sia confessione che lamento: quasi che Mereu, che una certa crudezza delle sue liriche avevano reso inviso a parte della comunità e a causa delle lacerazioni interiori dovute alla sua condizione di uomo malato, tenti di riallacciarne il contatto confessando le proprie malinconie, il proprio pessimismo, la propria
disperazione. Ed è soprattutto poesia autobiografica.

Peppinu Mereu appare anche per questo come un poeta dell'ultimo romanticismo. La malattia, il diabete o più probabilmente la tisi, che lo portano a morte all'età di ventinove anni, ne accentuano la sensibilità, la sofferenza,il male di vivere.

D'altronde nella poesia di Mereu, accanto a queste poesie «della morte» e a quelle «della ribellione», ci sono anche componimenti scherzosi, ironici, a volte sarcastici,brevi ma taglienti ritratti di figure e fatti di paese: è così che la sua comunità lo vuole e lo
immagina.

Massimiliano Rosa


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Orani

26.10.2015 15:38

Orani

Conosciuto per secoli come Orani mannu ('grande')
per la sua dimensione ed importanza, il paese fu tra i centri abitati più
estesi della Sardegna centro-settentrionale fino al Settecento.

Le origini dell'abitato risalgono all' epoca
preistorica
come documentano i rinvenimenti archeologici nei diversi rioni storici. Tutto il territorio fu frequentato sin dal  Neolitico per la presenza delle  miniere di steatite da cui si producevano le straordinarie statuette delle dee madri , antiche divinità dei protosardi.

Numerosissime sono le testimonianze archeologiche dal Neolitico recente all'epoca
nuragica:  domus de janas, dolmen, nuraghi, villaggi, tombe dei giganti e santuari nuragici (tra cui l'importante complesso di Nurdole). Non mancano le frequentazioni in  età romana a cui risale lo  stabilimento termale di Oddini e
la stazione militare di Leisone
.

Nel  XII secolo il nome della  villa de Orane compare
diverse volte nei  condaghes , registri delle chiese. A quegli anni risale la storia della costruzione della chiesa dedicata alla Madonna nello scenografico  Monte Gonare , così
chiamato dal nome del giudice di Torres che, secondo il racconto popolare, la
eresse come ex voto dopo essere scampato ad un naufragio di ritorno dalla Seconda Crociata.

Sos contos de fochile , i racconti del focolare, narrano della  musca machedda ('mosca pazzerella') che causò la  rovina di molti villaggi medievali e il trasferimento dei loro abitanti nel centro. Furono sicuramente le gravi carestie e le pestilenze che dilagarono in Europa tra il XIV e il XV secolo a provocare lo  spopolamento del circondario e la crescita di Orani .

Durante il  Medioevo la  villa assunse sempre più rilevanza: fu uno dei centri principali della curatoria di Dore (all'interno del Giudicato di Torres). Dopo la  scomparsa del
giudicato logudorese
, nel periodo della guerra contro il regno d'Aragona (XIV secolo) fu annessa da Mariano IV e partecipò all' epopea del Giudicato d'Arborea per poi
passare sotto il controllo straniero con la fine del conflitto (XV secolo).

Nel 1478, dopo la sconfitta di  Leonardo Alagon che aveva tentato di sollevare nuovamente i sardi contro gli invasori, il territorio fu concesso  in feudo ai Carroz ed entrò a far parte del  Ducato di Mandas . Iniziarono quindi i secoli di
oppressione delle  signorie feudali durante i quali si succedettero diverse
famiglie nobiliari; l'ultima fu quella dei  De Silva che nel  1617 ottenne il
diploma regio con cui si costituiva il  Marchesato di Orani . Il villaggio divenne sede
del  regidor , ossia il governatore delle curatorie, e del tribunale. L'imposizione di tributi sempre più pesanti provocò numerose rivolte e ribellioni fino all' abolizione del feudalesimo nel 1839 .

Una grande trasformazione nell'economia del centro si ebbe agli inizi del Novecento con lo sfruttamento delle risorse minerarie della regione . Dalle miniere di San Francesco, Sa Matta e San Paolo si estraevano importanti quantità di  talco, tra le più grandi produzioni d'Europa . Le dure condizioni lavorative dei minatori
portarono, dopo la Seconda Guerra Mondiale, alle rivendicazioni sindacali degli
anni Cinquanta.

Altra importante risorsa per il paese è l' artigianato del legno e del ferro
battuto
ancora oggi  fiore all'occhiello tra le tante produzioni tradizionali molto apprezzate dai sardi e dai turisti.

Rigogliosi boschi, fertili colline e ricchi giacimenti di preziosi minerali fanno da
cornice al paese di Orani, posizionato in una deliziosa conca tra il verde
rilievo di Sa Costa e le propaggini nord occidentali del Monte Gonare.

Le eccezionali risorse del suo territorio hanno inciso fortemente sulla storia e
lo sviluppo del centro, frequentato fin dall'epoca preistorica. Risalgono
infatti al  Neolitico le affascinanti  statuine delle dee madri realizzate con la steatite estratta dalle vicine miniere, oggi valorizzate e incluse nel  Parco
Geominerario della Sardegna
. Dai  siti minerari di San Francesco e Sa Matta si estraevano fino allo scorso secolo  grandissime quantità di talco ,
chiamato  sa preda modde o oro bianco, che rese Orani uno dei più
importanti giacimenti europei
.

Il paesaggio è prevalentemente collinare e montuoso caratterizzato dalla presenza di un'enorme ricchezza di minerali e varietà di rocce: granito, dolomie, calcare, tufo, scisto, trachite ecc. Questa zona infatti  fa parte
delle terre emerse più antiche dell'Isola
dove si incontrano cinque terreni metamorfici. Ad impreziosire tutta l'area si aggiungono le tante  sorgenti di
acqua fresca
, oltre alle  fonti termali di Sos Banzos e Sos Banzicheddos
e la fonte carsica di Sa Varva
.

Bellissimi boschi di querce e macchia
mediterranea
circondano l'abitato custodito  dalle alture circostanti dove si
possono incontrare le  graziose chiese campestri di San Francesco , sul monte omonimo a sud-est,  e San Paolo , sul rilievo roccioso a ovest, da cui si godono  spettacolari panorami .

Verso sud-est al confine con le terre comunali di Sarule,  si stagliano sul paesaggio le tre caratteristiche cime a forma di cono del Monte Gonare (1.083 m), Gonareddu (1.045 m) e Punta Lotzori (976 m) regalando uno scenario di grande suggestione . Le ripide pareti del versante meridionale si trasformano in dolci declini a ovest verso l'altura di San Francesco; le ricoprono  boschi di lecci, roverelle, querce, acero minore e agrifoglio tra cui si incontrano  piante medicinali, aromatiche e diversi endemismi . Vi abitano cinghiali, donnole, volpi, martore, conigli, lepri, gatti selvatici e molte varietà di uccelli. Per le sue specificità ambientali il Monte Gonare ha ottenuto il riconoscimento europeo di SIC, sito di interesse comunitario.

Sulla cima si trova l' antico santuario di Nostra Signora di
Gonare
, molto venerata nel circondario, che  secondo la tradizione sarebbe
stata eretta come ex voto dal Giudice di Torres Gonario II
. Il re sardo
di ritorno dalla Seconda Crociata, temendo di naufragare a causa di una grande
tempesta, promise alla Madonna che se fosse sopravvissuto le avrebbe eretto un
tempio laddove il suo sguardo avesse incrociato terra. Pare quindi che il
sovrano avvistò il monte che da lui prese il nome. Ogni anno centinaia di
fedeli e visitatori si riuniscono nelle vicine cumbessias (case che
accolgono i pellegrini) in occasione delle diverse manifestazioni e feste tra cui la più partecipata è quella dell'8 settembre gestita ad anni alterni dai comuni di Sarule e Orani.

Dai  numerosi punti panoramici lo sguardo raggiunge i profili delle coste e delle vette più scenografiche dell'Isola. Patria d'artisti, intellettuali e abili artigiani, Orani ha dato i
natali a due grandi maestri dell'arte sarda: Costantino Nivola e Mario Delitala.

Allo scultore di fama mondiale è stato dedicato il  Museo Nivola . Le sue opere sono ospitate nella  suggestiva struttura del vecchio lavatoio comunale situato nella collina di Su Cantaru circondato da affascinanti spazi esterni in cui sono collocate alcune opere monumentali tra cui le notissime madri che rimandano alle divinità ancestrali mediterranee.
Un'interessante  collezione di xilografie, acqueforti, litografie e dipinti ad olio dell'artista Mario Delitala è allestita nell'ex convento francescano
al centro del paese.

Gli oranesi sono noti per la  maestria dei loro artigiani che tramandano e innovano gli antichi mestieri . Tra coloro che hanno dato lustro al paese vi è anche il  sarto Paolo Modolo molto apprezzato per le sue creazioni in velluto con richiami all'abbigliamento tradizionale declinato in forme originali e contemporanee. Le diverse  botteghe e laboratori del ferro battuto, dell'intaglio ligneo e della ceramica sono sparse tra i caratteristici viottoli dove si incontrano le piccole case in granito e pietra locale ma anche diversi palazzetti dei primi del Novecento.

Oltre alle già citate collezioni d'arte il centro storico custodisce  preziosi e importanti esemplari di architettura sacra . Osservando l'abitato da uno dei tanti
punti panoramici che lo circondano si distinguono i piccoli tetti con vecchie
tegole delle zone più antiche da quelli dei grandi edifici e delle costruzioni
moderne; su tutti spiccano gli  otto campanili delle chiese superstiti di cui ancora nel XIX secolo se ne contavano circa 20 (tra quelle cittadine e campestri).

Un immaginario percorso che attraversa tutte le chiese del centro conduce lungo la
storia della comunità esplorando i diversi stili e metodi costruttivi. In un
avvallamento all'ingresso del paese si trovano i resti dell'affascinante  chiesa di Sant'Andrea Apostolo eretta tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo . Viene
chiamata Campusantu Vezzu o Torre Aragonese riferendosi alla struttura meglio
conservata del  campanile in pietra vulcanica, ornato da cornici e dalla bellissima guglia con gattoni tipica dello stile gotico . La chiesa fu abbandonata sin
dall'inizio dell'Ottocento; al suo posto fu realizzata la  nuova parrocchiale in stile neoclassico sempre dedicata al Santo : i lavori iniziarono nel 1867 e
si conclusero nel 1930.

L'incantevole prospetto della  seicentesca Chiesa del Rosario , sede dell'omonima confraternita, è caratterizzato da elementi in vulcanite: un piccolo rosone e un portale di
stile cinquecentesco sormontati da una sottile cornice su cui poggiano quattro
merli, al centro dei quali si trova un campanile a vela. Affacciato su una
grande piazza, nel luogo in cui sorgeva l'antica chiesa di San Sisto, si trova
il  santuario settecentesco di San Giovanni Battista , accanto al quale si trova l' ex convento francescano che attualmente ospita la pinacoteca e gli uffici comunali.

La graziosa  Chiesa di Nostra Signora d'Itria , edificata
nella prima metà del  XVII secolo , deve la sua notorietà alla  decorazione a
graffiti della facciata
realizzata nel 1986 dal grande artista oranese Costantino Nivola .

Tutto il territorio conserva importanti testimonianze del passato: dalle antiche
miniere, oggi integrate negli itinerari del  Parco Geominerario della Sardegna , si estraeva la steatite con cui si realizzavano bellissimi monili e le  straordinarie dee madri del Neolitico sardo .

Al  periodo preistorico risalgono i più importanti siti archeologici della zona : domus de janas, menhir, dolmen.

Dell'epoca nuragica rimangono numerosi villaggi e nuraghi tra cui quello
di  Athethu , che conserva la copertura a tholos ancora intatta e lo spettacolare nuraghe Nurdole : una struttura complessa a  quattro torri
con
, all'interno,  una fonte sacra che lo identifica come luogo di culto .


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Uliana

26.10.2015 15:26

Uliana

Nel territorio di Oliena sopravvivono arcaiche tradizioni molte delle quali
rievocano gli usi della  civiltà preistorica dei sardi pelliti , così chiamati dai romani per l'uso della tipica mastruca. Secondo alcune  leggende una parte
dei  troiani , fuggiti dopo la caduta di Troia, sbarcò in Sardegna dove  fondarono Iliena dal nome dell'antica patria Ilio.

Tutta l'area è disseminata di ritrovamenti archeologici: probabilmente le popolazioni che
qui si stabilirono giunsero alle valli dal  fiume Cedrino, antica via di passaggio
per le zone interne dell'Isola
.

Nella valle di Lanaitto si trova la  Grotta Corbeddu , un sito molto importante per la conoscenza della storia sarda: al suo interno sono state infatti ritrovate le  prime testimonianze di vita umana nell'Isola risalenti al Paleolitico Superiore . Il Neolitico Recente è documentato dalla presenza di  domus de janas e menhir mentre l' epoca nuragica è attestata dai numerosissimi siti tra cui spicca l'affascinante area di  Sa sedda de sos carros con la fonte sacra e l'annesso villaggio.

Nel Medioevo compaiono le prime attestazioni scritte del nome del centro Olian, posto tra il  Giudicato di Gallura , di cui faceva parte, e quello di Cagliari. Nell'abitato attuale si conserva ancora il toponimo di  su Casteddu dove sarebbe stato eretto un castello a difesa del confine con gli altri giudicati, oggi scomparso, che perse la sua funzione dopo il 1258 con l'annessione alla Gallura delle curatorie del Giudicato di Cagliari. L'influenza della potente  città marinara di Pisa divenne un vero e proprio dominio dopo il  matrimonio tra Lamberto Visconti e Elena de Lacon che unì la casata pisana con quella dei giudici galluresi fino alla conquista aragonese.

Durante il  XIV secolo , come gli altri centri dell'Isola, il villaggio fu duramente colpito dalla grande  guerra tra il re d'Aragona e Genova prima e tra i re sardi e gli iberici poi . Con la sconfitta dell'ultimo erede dei giudici venne  concesso in feudo ai Carroz a cui seguì la sottomissione a vari casati spagnoli e, nel XIX secolo, agli ufficiali
baronali di casa Savoia.

A partire  dal XVI secolo l'arrivo degli ordini religiosi portò importanti trasformazioni nell'economia del villaggio. Risale a quell'epoca la costruzione della chiesa di San Francesco da Paola insieme al convento che ospitava i  Frati Minori Osservanti che impiantarono un grande vigneto in località Irilai. Nella seconda metà del  Seicento, grazie alla donazione di due olianesi, fu eretto il  collegio dei Gesuiti e la chiesa parrocchiale intitolata a Sant'Ignazio di Loyola . I membri della compagnia di Gesù si distinsero per la diffusione dell'istruzione nel circondario e contribuirono alla crescita del centro con la realizzazione di importanti  opere di irrigazione e il fondamentale apporto alla  coltura dei gelsi e dei vigneti . La loro opera fu interrotta a causa della soppressione dell'ordine nel 1773.

L'abitato sviluppatosi intorno al corso del rio Golathi si suddivideva in Sa Banditta a
ovest e Sa Banda Manna a est. Alla prima,  tra la fine del XVII e il XVIII secolo , si aggiunse il rione di Sa Tiria , distanziato dalle altre case, dove si stabilirono alcuni abitanti dello scomparso villaggio medievale di Locoe (oggi nel territorio comunale di Orgosolo).

L' uso comunitario dei campi previsto dal diritto giudicale, proseguì per diversi anni nonostante l'emanazione dell' editto delle chiudende del 1820 che causò numerose rivolte. Con la  liberazione dal vincolo feudale nel 1840 la popolazione poté godere di una certa prosperità. Ai primi del Novecento il paese divenne  celebre per la produzione del vino Cannonau Nepente molto stimato dal D'Annunzio e nel corso del secolo è divenuto meta di turisti affascinati dai tesori del suo territorio e dalle eccellenze delle sue produzioni .

Un gigante di calcare ricoperto da bosco e macchia sempreverde custodisce il paese di Oliena. Con la sua altezza di 1463 metri il  Monte Corrasi risulta la  cima più alta del complesso del Supramonte .

Il panorama è caratterizzato dalla presenza di suggestivi  ginepri dai tronchi particolarmente contorti, in alcuni casi  pietrificati , boschi fittissimi di lecci ma anche spettacolari tassi, aceri e delicati biancospini.

Centinaia
di  specie botaniche di cui circa 60  endemiche popolano i suoi territori: la gattaia di Sardegna (o nepetella sarda) e il  ribes sardo sono presenti esclusivamente nelle rocce calcaree dei pianori olianesi. Un  tripudio di profumi e colori è dato dalla fioritura degli oleandri da maggio a settembre nelle codule o dei ciclamini, dei gigli stella, dei narcisi e della  regina delle montagne: la peonia . Non mancano diverse varietà di piante officinali come il timo e il rosmarino.

In questo habitat vivono  mufloni , cinghiali, ghiri, martore, volpi, donnole, gatti selvatici e lepri sarde, altri endemismicome la  Papilio hospiton , farfalla da grandi ali gialle e nere
con punte di blu e rosso, oltre ad alcuni animali ormai quasi completamente
estinti come il grifone e l'avvoltoio monaco.

Gli amanti del trekking possono godere di svariati paesaggi: dai pianori carsici alle
voragini, dai campi carreggiati alle grotte, passando tra  doline e codule . Le  affascinanti guglie e i pinnacoli dalle singolari forme lasciano il posto alle vallate in cui degrada la montagna dal versante orientale.

Qui si trova la  Valle di Lanaitto su cui scorre ancora il  rio sa oche , uno dei tanti che ha contribuito alla formazione di diversi fenomeni carsici che caratterizzano il paesaggio. Da qui si accede alle grotte, veri e propri labirinti che collegano i  corsi d'acqua sotterranei : quelle comunicanti di  Sa oche Su bentu , quella di  Eliches artas con  radici di lecci che si confondono con le bellissime concrezioni , e quella di  Corbeddu in cui sono state rinvenute le  prime tracce dell'uomo in Sardegna .

Ai piedi del
Supramonte, circa 8 chilometri a nord-est dal centro abitato, si può
visitare  uno dei più scenografici monumenti naturali della Sardegna : la  spettacolare sorgente carsica di Su Gologone . Le sue acque sgorgano su pareti a strapiombo tra una rigogliosa vegetazione per poi confluire nel fiume Cedrino.

Nel territorio
comunale si producono  eccellenze enogastronomiche molto note e apprezzate tra cui il superbo  Cannonau Nepente , reso celebre dall'elogio di Gabriele D'annunzio, e il pregiato  olio d'oliva .

La  leggendaria ospitalità dei suoi abitanti ha reso Oliena uno dei luoghi più apprezzati e conosciuti dai viaggiatori alla scoperta di affascinanti aree archeologiche, artigianato e folklore.

Il suo
territorio è costellato di monumenti preistorici tra cui l'importante  Grotta Corbeddu dove sono state ritrovate le  prime testimonianze di vita umana nell'Isola risalenti al Paleolitico Superiore. La grotta si sviluppa su tre sale per una lunghezza di circa 130
metri. Nell'Ottocento fu rifugio del bandito Giovanni Corbeddu da cui prende il
nome. Al Neolitico Recente risalgono oltre 40 domus de janas, sepolture scavate
nella roccia, e numerosi insediamenti della cosiddetta Cultura di Ozieri
(3.200-2.800 a.C.).

Dell'epoca
nuragica si conservano più di 30 nuraghi e numerosissimi villaggi.  Al Bronzo Medio risale il villaggio nuragico di  Sa sedda de sos carros in cui è conservata una straordinaria fonte sacra : nei blocchi di calcare sono scolpite  protomi
d'ariete da cui fuoriusciva l'acqua
che si riversava all'interno di un
bacile circolare in pietra collocato al centro della stanza.

L'abitato è attraversato dal rio Golathi che suddivide il paese in  due zone storiche chiamate  Sa Banditta a ovest e  Sa Banda Manna a est. Ancora
oggi è possibile distinguere alcuni degli  antichi rioni ognuno dei
quali comprendeva la chiesa da cui spesso deriva il nome. Nel quartiere di San
Francesco ad esempio si trova la  chiesa di San Francesco da Paola costruita nel  XVI secolo insieme al convento che ospitava i Frati Minori Osservanti. La facciata molto semplice è arricchita da un grande campanile a vela a tre aperture.

Nelle strette
viuzze si affacciano le  case più antiche , costruite in pietra, che conservano bellissime corti interne (alcune in comproprietà con più abitazioni dove spesso si trovava il pozzo per l'acqua),  graziosi balconi in legno e i  tipici porticati a cui si
accede dalle scale esterne sostenute dai  caratteristici archi .

Alle piccole costruzioni ad uno o due piani si contrappongono le  imponenti abitazioni dei possidenti e dei nobili come il  complesso dei Tolu , che recava
la data del 1612 e il nome della casata nell'architrave della finestra.  Il palazzo culmina con la loggia ad archi a sesto acuto che spunta dal rione Loggia de Canales (da cui probabilmente prende il nome) ed è impreziosito da  pittoreschi comignoli .

Tra le tradizioni più suggestive che si svolgono nel paese vi è quella de S'Incontru , l'incontro tra la statua del Cristo e della Madonna che si svolge il giorno di Pasqua in
cui si possono ammirare gli  splendidi abiti tradizionali indossati per l'occasione . La cerimonia si svolge nella piazza della  chiesa di Santa Maria , edificata  in stile gotico aragonese nel  XV secolo e fortemente rimaneggiata nel '900.

La  parrocchiale intitolata a  sant'Ignazio di Loyola fu  eretta alla fine del Seicento dai Gesuiti che qui fondarono un collegio nella seconda metà dello stesso secolo. La facciata è suddivisa in tre parti da lesene ed è arricchita da un'imponente scalinata doppia.


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I mutos ed i gotzos

26.10.2015 15:25

I mutos ed i gotzos

Particolari espressioni poetiche tipiche tonaresi, comuni tanto alla Barbagia di Belvì
quanto del Mandrolisai, sono i mutos ed i gotzos. I primi sono dei componimenti poetici di lunghezza variabile perlopiù improvvisati in occasione delle feste, dei matrimoni o anche durante le serenate in nottes de lugore (nelle notti di luna piena), con l'accompagnamento della diatonica o della fisarmonica.

I mutos sono composti da versi di otto sillabe ciascuno.

Iversi sono chiamati pes, cioè piedi. La prima parte de su mutu
è chiamata s'isterrida (prefazione).
In essa il poeta tratta i temi più diversi. La seconda parte, quella che entra
nel vivo del tema poetico, è invece chiamata s'ammantu che letteralmente
significa "la copertura". In pratica tutti i versi de s'ammantu
rimano con quelli de s'isterrida con la particolarità che il primo verso
de s'ammantu rima con l'ultimo de s'isterrida, il secondo con il
penultimo e cosi via a ritroso. Si capisce che improvvisare unu mutu di
venti o trenta pes diventa uno sforzo poetico e mnemonico davvero
notevole.

I Gotzos
sono invece dei componimenti poetici composti da sei strofe di ottonari a rima
baciata con concatenazione A - B e con l'ultimo o il penultimo verso che rimano
sempre con il ritornello composto da due versi di ottonari.

Anche i gotzos
si cantano, con l'accompagnamento della fisarmonica o della diatonica e vengono
generalmente improvvisati. Il contenuto dei gotzos, che sono di
derivazione spagnola e che originariamente erano composizioni con tema
religioso, è di scherno o di invettiva. Sono assai noti i gotzos
composti durante il carnevale, gotzos de coli coli, per sbeffeggiare i
potenti o per mettere alla berlina situazioni paesane in qualche modo insolite.

Massimiliano Rosa.


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MARTÌ: FORREDDOS DE JANAS

26.10.2015 15:24

MARTÌ

La tomba ipogeica di Martì, chiamata
"Forreddos de Gianas", si apre scavata artificialmente in un
conglomerato quarzoso e mostra nell'atrio più fossette pavimentali per offerte
votive. Essa venne riutilizzata in epoca romana per nuove sepolture come
attestano le stoviglie rinvenute in scavi successivi. Si tratta in pratica di
tre camere ipogeiche scavate nell'arenaria quarzosa e risalenti alla cultura di
San Michele. Sparse nella pineta circostantesi trovano dei monoliti, uno dei
quali conosciuto come S'Abbasantera, che probabilmente avevano un utilizzo
rituale. Su Forreddu 'e Janas di Tonara si presenta, ricoperto di muschi e
licheni, ha una forma che fa pensare a un cerchio irregolare con una
circonferenza di quasi 15 metri. Praticamente consta di due aperture ma
l'ingresso vero e proprio potrebbe essere quello a Sud-Ovest; infatti
l'apertura a Nord-Est, piuttosto irregolare, sembra dovuta a crolli naturali o
a lavori successivamente eseguiti. Dall'ingresso principale, si arriva,
attraverso una piccola apertura quadrata, al primo vano, preceduto da un atrio.
Il primo vano è il più vasto e sta al centro della domu. È più o meno di forma
circolare con una circonferenza di quasi sei metri l'altezza di 0,85 metri e la
larghezza di quasi 2 metri. Dal primo vano si accede agli altri due; uno a
destra con un piccolo gradino e uno di fronte. Il primo di questi due vani è
più o meno di forma rettangolare mentre l'altro è invece, di forma
quadrangolare. La grotticella venne riportata alla luce da Antonio Taramelli
tra il 1911 e il 1917. Nel pavimento dell'ingresso, è parzialmente visibile un
incavo circolare, utilizzato forse per compiere sacrifici e offerte funerarie.
L'incavo ha una circonferenza di 50 cm circa e una profondità di 4,5 cm. A
Tonara le domus de janas sono, come detto, conosciute col termine di forreddos,
poiché hanno un ingresso che ricorda l'apertura dell'antico forno, utilizzato
per la cottura del pane. Il termine domus de janas significa, "casa delle
streghe". Le Domus sono sempre interamente scavate nella roccia e, ancora oggi,
si possono riconoscere da piccoli ingressi semicircolari, che spesso si
osservano in luoghi rocciosi dell'isola. Inizialmente venivano scavate con
arnesi di pietra e solo in un secondo momento si utilizzarono i metalli. In
tutti i paesi, compreso Tonara, in cui esistono le domus de janas, sono fiorite
molte leggende legate ai mitici esseri, le janas, che secondo la credenza
popolare abitavano i' Forreddos. Il nome janas deriva forse da Diana, ed è
perciò di epoca classica, ma ci sono anche riferimenti di cultura cristiana. Il
racconto di queste creature è nato dalla fantasia popolare. La leggenda narra
che le janas tessevano su telai d'oro, cantavano, e vi morivano tramutate in
pietra. Le janas erano descritte come esseri dall'animo gentile, ma talvolta si
immaginava avessero l'aspetto di streghe. Infatti La fantasia popolare le
riteneva, a seconda dei casi, majargias, ossia fattucchiere; oppure le si
immaginava simili ai folletti, a volte buone, altre volte dispettose.

A Tonara, si immaginavano le janas come
donne molto minute che abitavano nei forreddos.

Si racconta che, se qualcuno riusciva a
vedere e a pettinare una jana, dai capelli di questa creatura cadevano,
magicamente, monete d'oro. Questa strana credenza è molto diffusa anche in
altri paesi. A Tonara secondo la credenza popolare nella località "Tracullau",
si troverebbero ancora dei tesori nascosti (Ischisorgios) custoditi dalle
Janas.

Massimiliano  Rosa


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Il maestro di Tonara : retabli del Cavaro della ex Parrocchia di Santa Anastasia a Tonara

23.10.2015 13:57


Il maestro di Tonara

 

Le tre tavole dipinte su legno di castagno e attribuite al "Maestro di Tonara" (La crocifissione, San Michele Arcangelo, Il giudizio universale) situate in origine  nella chiesa di S. Anastasia,  sono quanto rimane di un Retablo  della metà del cinquecento di probabile appartenenza alla Scuola di Stampace dei Cavaro, ritrovate casualmente in una vecchia casa di Tonara appartenente nell'ottocento ad un parroco, e recentemente restaurate. Sono ora esposte nella sala consiliare del comune di Tonara. 


La Crocifissione

Nella prima tavola il Cristo crocifisso, di buona fattura pittorica, presenta il
volto del Christus dolens, la croce tipica della tradizione pittorica
italiana,  gli arti inferiori flessi  e l'originale nodo dell'ampio  perizoma sul fianco sinistro. Un fiotto di sangue  sgorga dal costato e solca con il
suo rivolo  il perizoma.

I ladroni, rappresentati alla maniera nordica con le braccia dietro  la croce legate con delle funi, evidenziano
il corpo contratto per la forte sofferenza e presentano ampi tagli  sulle cosce dalle quali fuoriescono zampilli di sangue.

Si segnala la deformazione delle mani e dei piedi, con suggestioni
quasi espressioniste. 

Il ladrone alla sinistra del Cristo sembra ancora vivo ma ha lo sguardo spento nel vuoto, mentre l'altro è apparentemente già spirato
Ai piedi dell'immagine di  Cristo vi sono Maria, Giovanni e la Maddalena che abbraccia la croce ed altre figure di soldati e popolani , alcuni a cavallo, 
raffigurate con lo stile popolaresco  tipico della  pittura di Michele
Cavaro e di  Antioco  Mainas. Molto originale la rappresentazione
delle nuvole  quasi fossero degli acini di un grappolo d'uva.

Nello sfondo una Gerusalemme terrena riprende la tradizione rinascimentale italiana, mentre quella gotica nord europea rappresenta in genere dietro le croci un paesaggio brullo. Sempre sullo sfondo sono  raffigurati gli apostoli Pietro e Giovanni (uno dei quali a dorso di un asino), che incontrano davanti alle mura della città un personaggio con un otre sotto il braccio. Inoltre alcuni soldati recanti uno stendardo e delle lance sorvegliano un Cristo in stato di arresto, con le braccia legate dietro la schiena.

San Michele Arcangelo



Nella seconda tavola, l'unica probabilmente realizzata dal  solo maestro senza l'apporto di allievi,  la figura del San Michele Arcangelo alato,
realizzata con grande perizia,  si  rifà alla lezione rinascimentale. Il mantello
svolazzante sembra anticipare la pittura barocca. Il santo con una bilancia
innestata sulla lancia  pesa le anime e contemporaneamente trafigge quanto resta del corpo di un mostro ai suoi piedi.
E' interessante sullo sfondo in lontananza  la rappresentazione di due episodi: il primo   descrive, con  suggestioni gotiche, un San Michele in groppa
ad un toro presso un dirupo.  Più in basso  il secondo episodio  rievoca una battaglia con soldati armati  costretti a riparare fin sotto le mura
medievali della loro città.


Il giudizio universale


 
La terza e ultima tavola superstite presenta un soggetto poco usuale nella pittura italiana,  il Giudizio Universale che
invece è trattato con  particolare frequenza nella pittura nordica; indimenticabile per esempio il Giudizio Universale di Hieronymus Bosch. Dipinta nello stile popolaresco  evidenzia al centro in basso un personaggio
con una cesta sulle spalle che contiene  due bimbi.  E' affollata da  una moltitudine di personaggi difficilmente
decifrabili a causa dei danni alla  tavola.   Tra di essi, al centro
di un  tempietto, è evidenziabile la figura di un angelo, forse  San
Michele.  Al di sopra di questo, il Cristo risorto sovrasta la scena accompagnato da  alcuni santi, tra i quali la  Vergine Maria e San Pietro, e da  un certo numero di angeli.  L'immagine di Cristo  ha la figura inclinata, sinuosa, con un
torace  squadrato ed una veste con le pieghe svolazzanti che gli cinge gli arti inferiori fino ai piedi.  In basso a  destra sono le anime nobili  dei salvati, in basso a sinistra quelle sofferenti dei dannati. Tra queste ultime
vi è uno strano personaggio con i capelli irti che, nella mostruosità del suo
corpo, soffre tra le fiamme le pene eterne dell'inferno. Nella parte centrale e
inferiore della tavola alcuni risorti vanno incontro alla salvezza,
accompagnati  da un angelo, mentre  un demone alato trascina un dannato a
bruciare nel fuoco eterno. Altri risorti sono già entrati nella porta che
conduce alla salvezza.
 


 


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Lula in limba Lugula

23.10.2015 13:50

Lula in limba Lugula


Le  enormi ricchezze del territorio di Lula hanno attratto sin dalla preistoria antiche civiltà di cui si conservano numerose testimonianze. Le sue rigogliose foreste hanno fatto ipotizzare che il toponimo  sardo Lùvula/Lùgula, derivi dal termine d'origine etrusca "lucus" ossia "bosco
sacro".

Al  Neolitico risalgono le straordinarie  domus de
janas
, sepolture chiamate localmente " concheddas ", alcune
delle quali sono state scavate nella roccia vicino alla miniera di Sos Enattos
probabilmente già utilizzata dai  protosardi .

Allo stesso periodo risalgono  nel Mont'Albo le splendide grotte , adattate ad usi religiosi e funerari, come quella di  Sos Omines agrestes , mentre in  epoca nuragica furono erette  inaccessibili torri su aspri
rilievi, tombe dei giganti e incantevoli villaggi
.

Il passaggio dei  Romani è documentato
da diversi ritrovamenti che dimostrano l'incontro con la cultura locale, come
nel sito di  Punta Su Casteddu , e lo  sfruttamento delle miniere di Sos
Enattos e Guzzurra
. Qui lavorarono, secondo alcune fonti,
gli schiavi condannati all'estrazione dei metalli ( ad metalla ) tra i quali
vi sarebbe stata una colonia di ebrei, ancora presenti nell'XI secolo d.C.

L'origine del centro abitato risalirebbe all' epoca
medievale
quando il villaggio apparteneva al 
Giudicato di Gallura ed era compreso nella curatoria di Galtellì .

Nel 1143 il vescovo di Galtellì, Bernardo, vendette ai rettori, procuratori e operai di Santa Maria di Pisa, Guido e Mauro, la  donnicalia (territorio
con abitazioni e servi) di Santa Maria di Lùgula
. Questa fu
tra le prime delle tante concessioni che accrebbero il controllo di Pisa sul giudicato gallurese . Con il matrimonio, nel 1206, tra la
giudicessa Elena de Lacon e il pisano Lamberto Visconti iniziò la dinastia che
nel 1300 portò al diretto dominio della città marinara sul giudicato e allo
scontro con la corona d'Aragona (che intanto aveva ottenuto dal Papa il Regno
di Sardegna e Corsica).

Così durante il XVI secolo la  corte di Lùgula
dopo la vittoria degli aragonesi e la divisione della Gallura, venne  concessa in feudo ai Torrents . Fu un secolo molto difficile per le popolazioni che oltre alle rovine portate dalla  guerra dovettero affrontare anche la  peste che invase
tutta l'Europa.

Molti  villaggi vicini  scomparvero in quegli anni e le loro popolazioni si riversarono nel sito più salubre dove sorge l'odierna Lula: fu questa la sorte del piccolo centro di  Duascor nei dintorni della chiesa di San
Nicola
, distante dal paese circa 2 km.

Per liberare l'Isola dagli invasori iberici e unificarne tutti i territori il  giudice d'Arborea Mariano IV intraprese una guerra contro i re spagnoli . Così nella seconda metà del secolo  il centro fu annesso al Giudicato
d'Arborea
fino alla definitiva  sconfitta dei sardi nel XV secolo . Il
villaggio passò in mano a diversi  feudatari detestati
dalla popolazione che cercò più volte di ribellarsi. Per combattere le  ingiustizie degli amministratori baronali molti abitanti si diedero alla macchia e
il territorio divenne rifugio di molti banditi. Con l'estinzione dell'ultima
signoria, quella dei Manca, nel 1788, il villaggio non fu sottomesso ad altri
feudatari.

Nel XIX secolo la produzione industriale delle  miniere di Sos Enattos, Guzzurra, e Arghentaria influì notevolmente sullo sviluppo e sulla cultura del centro. Qui avvennero i primi scioperi dei minatori sardi nel 1896 . L'attività è cessata definitivamente negli anni Novanta del Novecento e i siti sono stati oggetto di opere di recupero e valorizzazione.
Dal 2001 le miniere di Lula sono entrate a far parte del  Parco Geominerario della Sardegna , riconosciuto dall'UNESCO per il grande valore storico,
culturale e naturalistico.

Incorniciato dalle due  cime gemelle di Punta Catirina e
Punta Turuddò, alte entrambe 1127 metri
, il paese di
Lula si sviluppa in un'area di  grandi bellezze naturalistiche ai piedi del gigante calcareo del  Mont'Albo .

Il massiccio è stato  dichiarato Sito di Interesse
Comunitario dall'Unione Europea
per i numerosi endemismi vegetali
e faunistici.  Immersi in una natura quasi incontaminata vivono diverse specie animali : il Geotritone del Mont'Albo, il muflone, il gatto selvatico, la martora, il corvo imperiale, il gracchio corallino e l'aquila reale.

Le aspre superfici del complesso calcareo dolomitico custodiscono una  ricchissima vegetazione che rappresenta circa un terzo della flora sarda : tra la macchia mediterranea, i boschi di lecci e tassi, gli olivastri, i ginepri, i lentischi e i corbezzoli spuntano i delicati fiori del pero corvino, del limonio e di  molte specie endemiche come la Peverina del Supramonte che cresce esclusivamente sui calcari centro-orientali
della Sardegna.

Tutto il rilievo è caratterizzato da  straordinarie
gole e grotte
che ne fanno il luogo ideale per l'arrampicata sportiva e gli appassionati di speleologia. L'erosione della roccia calcarea causata dalle piogge ha creato  spettacolari fenomeni carsici come i graziosi pianori, dove si potrà incontrare qualche antico ovile come su coile nella radura Sa de Mussinu . L'acqua assorbita in profondità dà vita a corsi sotterranei che scorrono in alcune delle spettacolari grotte tra le quali si possono annoverare le  impressionanti voragini verticali di Tumba de Nurai e di Sos Nidos .

La gran parte del territorio comunale è ricoperto da  dolci colline , su cui si pratica l'agricoltura e l'allevamento, interrotte dalla  grande
pianura a sud-est formata dal fiume Isalle
in cui,
nascosti tra la vegetazione, si trovano i  nuraghi Puzzittu e Colovros .

Non distanti dal paese si trovano le  miniere di
S'Arghentaria e Guzzurra
, a nord,  e Sos Enattos a sud-ovest,
già utilizzate dai Romani per l'estrazione dell'argento e della galena.
Questi  affascinanti siti di archeologia industriale sono inseriti in un paesaggio di grande bellezza e fanno parte del  Parco
Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna
,
riconosciuto dall' UNESCO . Oltre a visitare i resti dei  villaggi
minerari ottocenteschi
le guide locali accompagneranno il visitatore alla scoperta di  suggestivi percorsi lungo le gallerie sotterranee

Le  enormi ricchezze del territorio di Lula hanno attratto sin dalla preistoria antiche civiltà di cui si conservano numerose testimonianze. Le sue rigogliose foreste hanno fatto ipotizzare che il toponimo sardo Lùvula/Lùgula, derivi dal termine d'origine etrusca "lucus" ossia "bosco sacro".

Al  Neolitico risalgono le straordinarie  domus de janas , sepolture chiamate localmente " concheddas ", alcune delle quali sono state scavate nella roccia vicino alla miniera di Sos Enattos probabilmente già utilizzata dai  protosardi . Allo stesso periodo risalgono  nel Mont'Albo le splendide grotte ,
adattate ad usi religiosi e funerari, come quella di  Sos Omines agrestes ,
mentre in  epoca nuragica furono erette  inaccessibili torri
su aspri rilievi, tombe dei giganti e incantevoli villaggi
.

Il passaggio dei  Romani è documentato da diversi ritrovamenti che dimostrano l'incontro con la cultura locale, come nel sito di  Punta Su Casteddu , e lo  sfruttamento delle miniere di Sos Enattos e Guzzurra . Qui lavorarono, secondo
alcune fonti, gli schiavi condannati all'estrazione dei metalli ( ad metalla )
tra i quali vi sarebbe stata una colonia di ebrei, ancora presenti nell'XI
secolo d.C.

L'origine del centro abitato risalirebbe all' epoca medievale quando
il villaggio apparteneva al  Giudicato di Gallura ed era
compreso nella curatoria di Galtellì .

Nel 1143 il vescovo di Galtellì, Bernardo, vendette ai
rettori, procuratori e operai di Santa Maria di Pisa, Guido e Mauro, la  donnicalia (territorio con abitazioni e servi) di Santa Maria di Lùgula . Questa fu tra le
prime delle tante concessioni che accrebbero il controllo di Pisa sul giudicato
gallurese
. Con il matrimonio, nel 1206, tra la giudicessa Elena de Lacon e il pisano Lamberto Visconti iniziò la dinastia che nel 1300 portò al diretto dominio della città marinara sul giudicato e allo scontro con la corona d'Aragona (che intanto aveva ottenuto dal Papa il Regno di Sardegna e
Corsica).

Così durante il XVI secolo la  corte di Lùgula dopo la vittoria degli aragonesi e la divisione della Gallura, venne  concessa in feudo ai Torrents . Fu un secolo molto difficile per le popolazioni che oltre alle rovine portate dalla  guerra dovettero affrontare anche la  peste che invase tutta l'Europa.

Molti  villaggi vicini  scomparvero in quegli anni e le loro popolazioni si riversarono nel sito più salubre dove sorge l'odierna Lula: fu questa la sorte del piccolo centro di  Duascor nei dintorni della chiesa di San Nicola , distante dal paese circa 2 km.

Per liberare l'Isola dagli invasori iberici e unificarne
tutti i territori il  giudice d'Arborea Mariano IV intraprese una guerra
contro i re spagnoli
. Così nella seconda metà del secolo 
il centro fu annesso al Giudicato d'Arborea fino alla
definitiva  sconfitta dei sardi nel XV secolo . Il villaggio passò
in mano a diversi  feudatari detestati dalla
popolazione che cercò più volte di ribellarsi. Per combattere le  ingiustizie degli
amministratori baronali
molti abitanti si diedero alla macchia
e il territorio divenne rifugio di molti banditi. Con l'estinzione dell'ultima
signoria, quella dei Manca, nel 1788, il villaggio non fu sottomesso ad altri
feudatari.

Nel XIX secolo la produzione industriale delle  miniere di Sos
Enattos, Guzzurra, e Arghentaria
influì notevolmente sullo
sviluppo e sulla cultura del centro. Qui avvennero i primi scioperi dei
minatori sardi nel 1896
. L'attività è cessata definitivamente
negli anni Novanta del Novecento e i siti sono stati oggetto di opere di
recupero e valorizzazione. Dal 2001 le miniere di Lula sono entrate a far parte
del  Parco Geominerario della Sardegna , riconosciuto
dall'UNESCO per il grande valore storico, culturale e naturalistico.

Incorniciato dalle due  cime gemelle di
Punta Catirina e Punta Turuddò, alte entrambe 1127 metri
, il
paese di Lula si sviluppa in un'area di  grandi bellezze naturalistiche ai
piedi del gigante calcareo del  Mont'Albo .

Il massiccio è stato  dichiarato Sito di Interesse
Comunitario dall'Unione Europea
per i numerosi endemismi
vegetali e faunistici.  Immersi in una natura quasi incontaminata vivono
diverse specie animali
: il Geotritone del Mont'Albo, il
muflone, il gatto selvatico, la martora, il corvo imperiale, il gracchio
corallino e l'aquila reale.

Le aspre superfici del complesso calcareo dolomitico
custodiscono una  ricchissima vegetazione che rappresenta circa un terzo della flora sarda: tra la macchia mediterranea, i boschi di lecci e tassi, gli
olivastri, i ginepri, i lentischi e i corbezzoli spuntano i delicati fiori del
pero corvino, del limonio e di  molte specie endemiche come la
Peverina del Supramonte che cresce esclusivamente sui calcari centro-orientali
della Sardegna.

Tutto il rilievo è caratterizzato da  straordinarie gole e
grotte
che ne fanno il luogo ideale per l'arrampicata sportiva
e gli appassionati di speleologia. L'erosione della roccia calcarea causata
dalle piogge ha creato  spettacolari fenomeni carsici come
i graziosi pianori, dove si potrà incontrare qualche antico ovile come su coile nella radura Sa de
Mussinu
. L'acqua assorbita in profondità dà vita a corsi
sotterranei che scorrono in alcune delle spettacolari grotte tra le quali si
possono annoverare le  impressionanti voragini verticali di Tumba de Nurai
e di Sos Nidos
.

La gran parte del territorio comunale è ricoperto da 
dolci colline , su cui si pratica l'agricoltura e l'allevamento,
interrotte dalla  grande pianura a sud-est formata dal fiume Isalle in
cui, nascosti tra la vegetazione, si trovano i  nuraghi Puzzittu e
Colovros
.

Non distanti dal paese si trovano le  miniere di
S'Arghentaria e Guzzurra
, a nord,  e Sos Enattos a
sud-ovest, già utilizzate dai Romani per l'estrazione dell'argento e della
galena. Questi  affascinanti siti di archeologia industriale sono
inseriti in un paesaggio di grande bellezza e fanno parte del  Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna , riconosciuto dall' UNESCO .
Oltre a visitare i resti dei  villaggi minerari ottocenteschi le
guide locali accompagneranno il visitatore alla scoperta di  suggestivi percorsi lungo le gallerie sotterranee .

Incastonati in un paesaggio di straordinaria bellezza i
tesori archeologici di Lula ripercorrono le tappe fondamentali della storia
sarda.

Alcuni tra i siti preistorici più affascinanti si
incontrano nel Mont'Albo:  splendide grotte, adattate ad usi religiosi e
funerari
, come quella di  Sos Omines Agrestes e Conca de Crapas ma
anche straordinarie domus de janas, chiamate localmente " concheddas ".
Un esemplare particolarmente interessante si trova ai piedi del monte:  Sa Conchedda de Su
Priteru
è scavata in una roccia calcarea dalle venature ferrose
che le conferiscono un caratteristico colore rosa .

Nei rilievi si incontrano anche  inaccessibili torri
nuragiche
come quella di  Su Casteddu costruita
su un'altura a 622 m s.l.m. con conci di calcare.

A poca distanza dall'abitato, in località  Pretichinosu si
trova un  nuraghe che appartiene alla tipologia cosiddetta " a corridoio "
risalente al periodo  precedente all'età del Bronzo .
Nella pianura a sud si conserva l'imponente  Nuraghe Colovros circondato
da una cinta muraria in cui sono inserite quattro torri. Sono presenti anche
numerosi villaggi coevi e tombe di giganti.

Il patrimonio archeologico di Lula vanta  importanti siti di
archeologia industriale
legati allo sfruttamento delle miniere
di  Sos Enattos, S'Arghentaria e Guzzurra dichiarate
patrimonio dell'UNESCO e inserite nel  Parco Geominerario della Sardegna .
I percorsi proposti consentono di visitare i  villaggi minerari
ottocenteschi
inoltre, nelle  miniere di Sos
Enattos
si potrà accedere alle  gallerie
dell'Ottocento
e passeggiare in un affascinante
itinerario sotterraneo
.

Nel centro storico si trova la  parrocchia di Santa
Maria Maggiore, edificata nel XV secolo
che conserva una grande
tavola dipinta nel Cinquecento ( Assunta e apostoli al Sepolcro ) e una
statua lignea del XVII secolo ( Risurrezione ).

A soli 2 km a sud del paese si incontra il celebre  santuario campestre
chiamato "
Santu Frantziscu de Lùvula " , intitolato a San
Francesco d'Assisi, di cui scrisse il premio Nobel Grazia Deledda. La chiesa
fu  eretta tra la fine del Cinquecento e il 1604 in stile barocco e,
secondo la tradizione, sarebbe stata costruita da un bandito nuorese per grazia
ricevuta. La festa , che si celebra ogni anno a maggio e a
ottobre, richiama numerosi pellegrini specialmente dal comune di Nuoro che
nella notte percorrono  circa 30 km a piedi per arrivare in
mattinata al santuario. Qui viene offerto il  caratteristico
piatto di minestra con su Filindeu
, una speciale pasta
prodotta per l'occasione formata da sottilissimi fili disposti a strati e fatti
essiccare per poi essere cotti nel brodo di pecora e formaggio.


Un'altra festa molto sentita è quella che si svolge la prima domenica di
settembre nel santuario campestre di  Nostra Sennora de su Meraculu (Nostra
Signora del Miracolo), costruito dai lulesi nel 1899 . Oltre alle festività
religiose il paese ha saputo conservare alcune antiche tradizioni. Appartengono
ad  arcaici riti pagani le maschere del carnevale lulese: su Battileddu, sos
Battileddos Gattias e sos Battileddos Massajos
. Il primo è la
vittima sacrificale di cui si inscenerà la morte che porterà alla rinascita

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Dal Libro: Mare e Sardegna

23.10.2015 13:46

Dal Libro: Mare
e Sardegna di David Herbert Lawrence


Lawrence e il passaggio a Tonara

Tonara vista da Montecorte.

Sono passate le
tre e c'è freddo dove non c'è il sole. La Stazione a cui ora ci si ferma è
l'ultima prima di Sorgono. E i contadini qui si svegliano, si gettano le
bisacce sulle spalle, scendono a terra. Lontano vediamo Tonara, in alto.
Vediamo il nostro vecchio contadino in bianco e nero accolto dalle sue due
donne che sono venute a prenderlo col cavallino: le figliole, belle nei vividi
costumi rosa e verde. I contadini, uomini in bianco e nero, e uomini in marrone
con le brache strette sulle cosce compatte, donne in bianco e rosa, cavallini
con la sella a bisacce, tutto comincia a sfilare su per la strada in salita,
bellissimo, verso il lontano villaggio appollaiato nel sole: Tonara, un grosso
villaggio che risplende nel sole come una Nuova Gerusalemme.


Salire verso Tonara.

Scendemmo in una stretta valle profonda, fino all'incrocio stradale e all'osteria, poi di
nuovo salimmo, su e su per un ripido pendio, verso Tonara, il villaggio che
avevamo visto il pomeriggio prima, nel sole. Ma lo accostavamo ora per di
dietro. E come entrammo nella luce del sole, la strada infilò una lunga curva
su un aperto ciglio tra due vallate. Così, dritto innanzi a noi, vedemmo uno
sfavillare di scarlatto e di bianco. Era in lento moto. Era una lontana
processione, scarlatte figure di donne, e una grande immagine che lentamente
lentamente moveva via nella mattina di domenica. Andava lungo l'assolato ciglio
eguale a picco su una profonda vallata. Una fitta processione di donne che
sfavillava in scarlatto, bianco e nero, muovendosi nella distanza, con
lentezza, verso una vecchia chiesa isolata, sotto le grigio-gialle costruzioni
del villaggio appollaiato sulla cresta; e tutto lo stretto altopiano era come
un ponte di luce solare. L'avremmo vista ancora? Di nuovo l'autobus svoltò e
corse per la strada ora piana e quindi prese un'altra dirczione. E là in fondo,
un po' in basso, vedemmo la processione venire. L'autobus rallentò, si fermò, e
noi saltammo fuori. Sopra a noi, vecchia e molliccia tra lisce rocce e spruzzi
di erba piatta, c'era la chiesa, e sonava la sua campana. Dirimpetto, sempre
sopra, c'erano vecchie, semidiroccate case di pietra. La strada veniva su in
dolci curve da quanto pareva fossero due villaggi addossati l'uno all'altro
sull'ardua cresta del pendio a mezzogiorno. Lontano, giù da quel pendio c'era
l'altra vallata, con un bianco sbuffo di macchina ferroviaria.

La processione di S.Antonio

E lentamente cantando nella prossima distanza, piegando incontro a noi sulla strada bianca tra l'erba, avanzava la processione. L'alta mattina era immobile. Noi stavamo
su quel ciglio sopra il mondo, con a destra le profondità di silenzio, appiè di
noi. E in uno strano, breve staccato di monodia cantavano gli uomini, in un
vivo, leggero stormire rispondevano le voci delle donne. Poi ricominciavano gli
uomini. Il bianco era di uomini, non di donne. Il prete in tutto il suo
apparato di tuniche e stole, coi suoi ragazzi allato, conduceva il canto.
Subito dietro a lui c'era un piccolo gruppo di alti uomini abbronzati dal sole,
contadini di montagna, che, a testa nuda, e in pantaloni di velluto dorato,
procedevano curvi sotto il peso di una grande immagine a grandezza naturale di
Sant'Antonio da Padova.

Veniva quindi un certo numero di uomini in costume, ma con le bianche brache che pendevano ampie e sciolte sin quasi alle caviglie invece di essere costrette nelle uose
nere. Così essi sembravano molto bianchi sorto la nera increspatura del
sottanino. Il nero giustacuore di panno era tagliato corto come una giacchetta
da sera, e i berretti a calza erano inerpicati sulle ceste nei modi più vari.
Gli uomini cantavano in cupo, basso cono melodico. Poi veniva il frusciante
scampanio delle voci femminili. E la processione strisciava lenta, avanzava
senza scopo a tempo col canto. La grande immagine cavalcava rigida, e piuttosto
assurda. C'era un vuoto dopo gli uomini: poi il cuneo sgargiante delle donne.
Esse procedevano a due a due, strette l'una alle calcagna dell'altra, e
cantavano con brusca ripresa come il loro turno veniva, sgargianti e belle nei
loro costumi.

Le prime file erano di ragazzine, due per due, subito dietro ai grandi uomini in bianco e
nero. Bambine, timide e convenzionali, in vermiglio, bianco e verde...
ragazzine in lunghe gonne di panno scarlatto che scendevano loro sino ai piedi
con una banda verde vicino all'orlo; in grembiuli bianchi orlati di vivido
verde e di un colore diverso; con un piccolo bolero scarlatto, fermato in
porpora sulla gonfia camicetta bianca, e neri panni in testa annodati sotto il
mento che lasciavano appena le labbra scoperte, incorniciando il taccino nero.
Ragazzine meravigliose, perfette e timide nel rigido costume sgargiante, con le
teste vestite di nero! Rigide come principesse di Velasquez! Seguivano
ragazzine più grandi, ragazze vere e proprie, poi le donne mature, una fitta
processione. Le lunghe gonne vermiglie con le bande verdi in fondo erano una
solida massa mobile di colore che ondulava, ondulava morbidamente, e i
grembiuli bianchi con l'orlo vivido verde alterno sembravano scaglie di luce.
Le bianche camicette gonfie erano legate sotto la gola con grandi borchie di
filigrana d'oro, due globi di filigrana agganciati l'uno all'altro; e le ampie
maniche bianche sgorgavano dallo scarlatto bolero orlato di verde e purpureo.
Le facce si avvicinavano, incorniciate nei loro panni scuri. Tutte le labbra
cantavano nelle repliche, ma tuttti gli occhi ci guardavano. E la massa colorata
della processione giunse con un morbido ondeggiamento sino a noi: il panno
scarlatto-papavero ondeggiò liscio a fondersi tutto insieme, le bande e le
strisce di verde-smeraldo parvero fiammeggiare tra il rosso e il bianco vivo,
gli occhi scuri si fissarono su di noi sotto ai neri cappucci e si giravano a
star fissi su di noi in intensa curiosità, mentre le labbra si muovevano
automatiche cantando. L'autobus si era fermato dal lato interno della strada, e
la processione dovette nel sorpassarlo stringerlo da presso, spostandosi verso
il ciglio affacciato sul cielo alto sulla grande vallata sottostante.

Il prete guardò, il brutto Sant'Antonio traballò da una parte un poco mentre superava la
sagoma quadrata del grande autobus grigio, coi contadini nei vecchi pantaloni
umidicci di velluto color d'oro, che sudavano sotto il carico e pur cantavano a
labbra socchiuse; le bianche brache degli uomini si agitarono nell'atto che
quelli passavano con le mani dietro la schiena; e le facce si voltavano, per
continuare a guardarci. Oh, le grandi mani dure, giunte dietro la schiena sulla
nera increspatura del sottanino! Ed ecco le donne sospingersi lentamente anche
loro oltre l'autobus, dondolando lo scarlatto e le bande di verde delle gonne,
torcendosi indietro a guardarci ancora mentre sempre cantavano. Così tutta la
processione passò, e ora sfilava in su, saliva massiccia contro il cielo verso
la vecchia chiesa. Da dietro, lo scarlatto geranio delle gonne era incenso, si
vedeva il dorso accuratamente, curiosamente tagliato dei bolero color
rosso-papavero con i ricami malva e verde, e delle camicette si scorgeva appena
una striscia bianca alla cintola. Le maniche rigurgitavano, i panni neri delle
teste pendevano a punta, e ondulavano, ondulavano lentamente le increspate gonne,
in un moro che le larghe strisce di verde accentuavano perché andavano indietro
e avanti, indietro e avanti in meraviglioso moro orizzontale, indietro e avanti
in una lunga, folta ricca striscia di verde gioiello, in meraviglioso moto
orizzontale di soave vermiglio, e davano uno statico fulgore a quel moto di
contadine cosi magnifico di geranio e malachite.

Non tutti i costumi erano esattamente eguali. Alcuni erano più ricchi, altri meno, di
verde. E il rosso dei bolero era in alcuni più scuro, in altri meno. E i
grembiuli erano in alcuni più poveri, senza ricami colorati tutto intorno. E se
ne notavano di vecchi, di molto vecchi: costumi vecchi anche di trent'anni, ma
perfetti ancora, conservati per le domeniche e le grandi feste. 11 vermiglio
era diventato scuro, molto scuro in questi. Ma questo variare del tono rendeva
canto più intensa la bellezza del femminile esercito in moto. Come poi ebbero
tutti infilata la piccola chiesetta grigia ch'era sopra di noi, l'autobus
scivolò silenziosamente per fermarsi più giù al suo solito posto di fermata, e
noi ci arrampicammo per il sentiero tracciato nella roccia su su fino alla
chiesa. Arrivammo a una delle porre laterali e trovammo tutto pieno.
All'altezza di noi che stavamo sulla soglia della porta aperta, vedemmo in
ginocchio sulle nude lastre di pietra le ragazzine, e dietro le donne in
ginocchio sui loro grembiuli in file serrate, le mani negligentemente unite nel
gesto della preghiera, riempiendo la chiesa sino alla lontana porta aperta dove
brillava forte il sole: la grande porrà principale aperta sul ponente.
Nell'ombra della bianca chiesa ignuda tutte quelle donne in ginocchio coi loro
colori e i loro panni neri sulle teste sembravano una fitta aiuola di fiori,
gerani incappucciati di nero. Stavano tutte in ginocchio sulla nuda pietra del
pavimento. C'era un po' di spazio libero davanti ai gerani delle ragazzine, poi
cominciavano le file degli uomini, ed erano gli uomini in pantaloni di soffice
oro inginocchiati in posa di goffa reverenza, con le scure ceste tonde, poi gli
uomini dalle bizzarre corazze nere e le gonfie maniche bianche, con le teste
grigie e molti con la barba.

Quindi, proprio di fronte a essi emergeva in piena vista il prete nella sua corta bianca e
stava giusto per attaccare baldanzosamente una predica. Sant'Antonio da Padova
era stato posato accanto all'altare, e là esso troneggiava piuttosto pieno di
sé, moderno, sorridente a vuoto, con un bambino tra le braccia. Sembrava una
specie di Madonna maschile. "Ora" diceva il prete, "il beato
Sant'Antonio vi mostra in che modo dovete essere cristiani. Non è, non è
abbastanza che non siate turchi. Alcuni credono di essere cristiani perché non
sono turchi. Vero che nessuno di voi è turco. Ma voi avete ancora da imparare
come essere buoni cristiani. E questo voi potere impararlo dal nostro beato
Sant'Antonio. Sant'Antonio..." Il contrasto fra turchi e cristiani è
ancora violento nel Mediterraneo dove i maomettani hanno lasciato una impronta
così forte. Ma come mi dà ai nervi la parola cristiani, cristiani pronunciata
con particolare untuosità pretesca. La voce di quel prete è sterile nella sua
omelia.

E le donne guardano tutte intensamente l'a-r e me sulla porta, tenendo giunte le mani con molta negligenza. "Andiamo!" dico. "Andiamo e lasciamo che
ascoltino.'" Lasciammo la chiesa affollata della sua turba in ginocchio, e
andammo giù tra le case smantellate verso l'autobus che stava su una specie di
belvedere, una terrazza spianata con qualche albero intorno, silenziosa sopra
la valle. Non sarebbe staro strano vedere soldati armati di archibugi che vi
montassero la guardia. E io sarei stato contento di un'incursione di infedeli,
che ci tirasse un po' fuori dalla nostra cristianità. Ma era un posto
meraviglioso. Di solito noi si calcola la vita al livello del mare. Ma qui, nel
cuore della Sardegna, la vita ha il suo luminoso altopiano, e il livello del
mare è lontano da qualche parte, giù nella oscurità di là dai monti, e non ha
senso. La vira vi ha alto il suo livello, alto e dolce di sole tra le rocce.
Restammo fermi a guardare sotto nella valle lo sbuffo di fumo ferroviario,
lontano nella boscosa valle per la quale eravamo passaci il giorno prima.
Mi sarebbe piaciuto vivere là

C'era una vecchia, bassa casa su quella piazza d'aquile. Mi sarebbe piaciuto vivere là.
Il villaggio vero e proprio, composto di due villaggi uniti insieme come un
orecchio col suo pendente, si alzava più in là, nel fondo, come uno sporto
accanto al culmino del lungo, ripido pendio boscoso che non aveva fine giù per
le sue profondità d'ombra. E per quel pendio il giorno prima era salito il
vecchio contadino del treno con le sue due sgargianti figliole, e il cavallo
carico delle bisacce. E da qualche parte in uno di quei due perlacei villaggi
disposti in riga là di fronte doveva esserci il mio girovago col suo compagno.
Mi sarebbe piaciuto vedere il loro banco alla fiera, e bere acquavite con loro.
"Che bella la processione!" disse l'a-r rivolgendosi al conducente.


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IDDA INTRO ERRIOS : l'antica TONARA

23.10.2015 13:37

IDDA INTRO ERRIOS

La zona di Trocheri Idda intr'Errios ha delle notevoli valenze storiche e culturali per la presenza di antichissimi insediamenti umani. La presenza di questi insediamenti
archeologici è stata documentata in alcuni studi dall'archeologo Antonio
Taramelli, dallo storico Raimondo Bonu e dall'Accademico dei Lincei Prof.
Giovani Lilliu. La storia di Tonara può essere raccontata come un continuo
migrare delle antiche popolazioni dalla valle verso la montagna ritenuta una
volta più sicura ed ospitale. Infatti i vari insediamenti vennero progressivamente
abbandonati e gli antichi tonaresi si spostarono dapprima da Idda Intr'Errios
fino a Trocheri e Gonnalè e poi ad Ilalà (toponimo che significherebbe "a metà
della salita") ed infine a Teliseri uno dei rioni storici di Tonara. Il
villaggio di Idda intr'Errios, nome suggestivo che significa villaggio tra i
due fiumi, si trova a valle dell'attuale abitato di Tonara alla confluenza tra
i torrenti di Pitzirimasa e di Bauerì. Nell'area, intorno all'anno '900 furono
ritrovate stoviglie e monete romane. L'insediamento, distante dall'abitato non
più di 3 Km, è raggiungibile attraverso un vecchio sentiero. Ma all'area
archeologica si può accedere anche dalla Stazione ferroviaria di Montecorte,
distante da quel punto non più di 2.5 Km. Poco distanti da Idda intr'Errios,
nelle località Gonnalè e Trocheri, furono rinvenute tracce, ancora parzialmente
visibili, di antichissimi villaggi. Più di 5000 anni fa, nella montagna e nelle
valli su cui sorgevano i rioni dell'attuale Tonara hanno vissuto e sepolto i
loro morti comunità preistoriche della cultura di San Michele di Ozieri. In una
grotticella funeraria, nella località Pitzu 'e Toni, furono rinvenute alcune
ceramiche ed altri reperti del neolitico anche testimonianze di un più tardo
uso, nel bronzo antico, da parte di comunità della cultura di Bonnannaro che ha
caratterizzato la preistoria sarda per circa 8 secoli, dal 3300 al 2480 a.C.

Massimiliano  Rosa


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