DALLA TESI DI LAUREA DI MASSIMILIANO ROSA
1.3 PERIODO
MEDIOEVALE
In periodo alto-medievale (anni 1000- 1297) Tonara appartenne al Giudicato d'Arborea, curatoria del Mandrolisai . 12
Continuano ad essere anni bui dei quali poco o nulla si conosce circa gli avvenimenti e la storia del paese. Verso l'anno 1000 la maggior parte della popolazione viveva probabilmente dispersa nelle montagne, insediata in piccole agglomerazioni interdipendenti tra loro. Bisogna arrivare fino al secolo XIV, in periodo della dominazione spagnola e aragonese ( anni 1297-1718) per avere notizie più precise circa il paese barbaricino.
Nell'anno 1341, infatti, il nome di Tonara apparve trascritto per la prima volta in un registro, quello delle "variazioni patrimoniali dette Rationes Decimarum" 13 contenute nel Condaghe di Bonarcado che tennero documentato un contratto stipulato tra "Gordianus, vicarius de Bonarcadu" e
"s'archipiscopu Bernardu d'Arbaree".
In un parte di esso si legge testualmente:
"Et sunt testimonios: primus Deus et sancta Maria et issu armentariu donnu Salusi et donnu Barisone arbarigesu, curatore de Mandra Olisay, et donnu Goantine prebiteru d'Austis et donnu Petru Cabru prebiteru de Leonissa et donnu Leonardu, mandatore de Tonara, et Samaridanu, mandadore de Bonarcadu, et Goantine Mirki clerigu et tota sa gorona".
"Item anno et pontificatu predictis die XVII lanuarii habui et recepi per mazmm dioti domini Phìlippi pro solu -cione dictarum decimarum a presbitero Gregorio de Lisque rectore ecclesiaru S.Bartholomei de villa Meane, S.'Anastacie de villa Tunare e S.Marie de villa Laonisse et Spasulee arborensio diocesis lìb I, sol IVI, den. VI ".
In tale documento il citato paese di Tonara era costretto a pagare una libbra, 16 soldi e 6 denari.
La traduzione del testo è la seguente:
"E sono testimoni: prima Dio e Santa Maria e l'amministratore Don Sallusio e Don Barisone arborense, curatore del Mandrolisai, e Don Costantino presbitero di Austis e Don Pietro Cabru presbitero di Leonissa e Don Leonardo, rappresentante di Tonara, e Samaritano, rappresentante di Bonarcado e Costantino Marchi
chierico e tutta la corona".14
La seconda testimonianza scritta che attesta dell'esistenza del centro di Tonara, almeno con il nome attuale, fu l'atto di pace stipulato fra il re Don Giovanni d'Aragona e Eleonora Giudicessa d'Arborea in data 24 gennaio 1358 , depositato tra i documenti nel Regio Archivio
di Cagliari.
"Tale atto di pace fu sottoscritto dai capi dei paesi della encontrada del Mandrolisai e della Barbagia di Belvì."15
Nel documento si legge esattamente che "tutti i paesi barbaricini (Aritzo, Belvì, Tonara, Ispasulè etc.) facenti parte della mega d' Arborea, parteciparono alla pace accennata". 16 Parte del documento è riportato integralmente:
"Item a Bildosino de Sori Mayore ville di Tonara, Arscoc de Lacon et Matheo de Querqui iuratis ac Francisco Murgia,Pietro Marras, Iuliano Uras et Margiano Liche habitatoribus ville proxime dicte"-
"Item ab Arsocho Chirroni mayore de Spasulee, Gonnario de Serra, Laurencio Fulla et Petro Uda
habitatoribus villae proxime dicte"
Sotto la dominazione aragonese l'incontrada del Mandrolisai fu istituita come feudo della corona aragonese 17 (dall'anno 1481 fino al primo decennio del 1700).
Ottenne, come tutti i centri della zona, di essere governato da nativi del luogo scelti per elezione. Nel 1711 fu incorporato nella contea di San Martino, feudo dei Signori Valentino, dai quali venne riscattato nel 1839. 18 I documenti depositati nel Regio Archivio di Stato di Cagliari attestano che la Barbagia di Mandrolisai con la sua "encontrada" fu incorporata nella contea di San Martino, feudo dei Valentino e governata dal conte Michele Valentino; fu dato il privilegio ai signorotti locali di amministrare le "villae" di tale incontrada che risultò essere costituita dai seguenti paesi: "di Atzara, Desulo, Ortueri, Samugheo, Sorgono, Ispasuley e
Tonara".
La Barbagia - Mandrolisai fu suddivisa in due "encontrade o curatorie" separate:
"una era quella della Barbagia di Belvì (o Meana) composta di quattro centri ed estesa quanto l'area degli attuali
comuni di Aritzo Belvì Gadoni e Meana" 19; l'altra era la curatoria barbaricina del Mandrolisai "constava di circa nove centri tra i quali i già precedentemente citati ed altre ville oggi scomparse come Laonissa e lo stesso Spasulè".20
Gli insediamenti nuragici e romani sono oggi testimonianze ridotte a mucchi in rovina.
Il nuraghe calcareo che fungeva da torre d'avvistamento, eretto nella rupe giurassica di Su Nuratze per controllare il transito delle genti nei fondovalle, non esiste più, se non nelle tracce delle fondamenta e nel toponimo di questa località del paese.
Unici testimoni dell' antichità di Tonara sono quindi i reperti rinvenuti e le fondamenta delle capanne nuragiche ai piedi della collina di Su Nuratze e in località Bidda Intr'errios; a questi si aggiungano i ruderi della chiesa medioevale di Santa Anastasia, un edificio di costruzione artistica pisana, parrebbe risalente al 1300, abbandonato nel 1823, crollato
parzialmente nel 1832 e chiuso definitivamente al culto dopo la morte del rettore Medde. Di tale edificio ecclesiastico si conservava una stele, documento archeologico rinvenuto negli scavi attorno alla chiesa, "recante scolpita l'effige dei pali della Corona d'Aragona"21; tale stele fu studiata e fotografata dal Taramelli e dalla studiosa Olivetta Schena 22: riporta la data 1467, corrispondente forse alla data di scalpellinatura o a quella di costruzione della chiesa dedicata alla Santa Anastasia. Furono incise sulla pietra altre iscrizioni latine ai bordi, di difficile interpretazione. 23
Altri reperti archeologici rinvenuti negli scavi attorno all'edificio furono delle pietre pendenti, simili a dei grossi
pomi di pietra: pare servissero a chiudere la volta a crociera gotica della chiesa come delle chiavi architettoniche. Erano chiamate e sono ricordate dal popolo col nome di "campaneddas". La fonte orale che le cita non è confermata dalla mia ricerca in loco in quanto negli scavi attorno alla chiesa non ho rilevato la presenza di reperti, ne tantomeno si conosce il luogo nel quale essi vengono custoditi. 24
1.4 PERIODO DI DOMINAZIONE SPAGNOLA : I DATI
(ANNI 1478-1720)
Gli avvenimenti che si possono documentare durante la dominazione spagnola a Tonara non sono numerosi. Dalla ricerca condotta si è potuto riscontrare che nel periodo spagnolo è iniziata la costruzione della attuale parrocchiale di San Gabriele .25 I documenti scritti che attestano qualche notizia sul paese sono i libri dei conti delle confraternite religiose, soprattutto quelli della Santa Croce; il più antico documento scritto esistente nella parrocchia di Tonara dovrebbe risalire all'anno 1609. 26 Questo documento non è stato rilevato nella ricerca condotta nell'archivio parrocchiale; probabilmente è andato perduto o potrebbe essere stato trasportato in altra sede. 27
"L'allora Rettore Manca approvò il rendiconto del libro dei conti per la confraternita della Santa Croce scrivendo in un catalano del tutto trasandato". Tale documento è importante secondo le fonti poiché attesta che la confraternita della Santa Croce era sicuramente già attiva all'inizio del XVII secolo.
"Con tale registro dei conti s'iniziò anche l'elencazione dei parroci avvicendatisi nella guida della nuova parrocchiale di Tonara dedicata all'arcangelo Gabriele".28
Altre notizie del paese si desumono dai dati dei censimenti da me consultati. "Nel censimento del 1678 Tonara contava 412 fuochi, e nel 1688 fuochi 327 e cioè maschi 442, femmine 467, totale anime 909".29 "Trail 1678 e il 1728 il paese di Spasulè (o Espasulè o Ispasulè, che potrebbe significare "terra principe nascosta" o semplicemente "terra fertilissima") fu progressivamente abbandonato. I dati del 1° gennaio 1698 riportano: Espasulè fuegos 8, hombres 16,muyeres 15, Tonara fuegos 308, hombres 737, muyeres 731". 30 "Nello stesso anno 1698 il Rettore Marco Antonio Vacca prosegui' verso sud l'allargamento della parrocchiale di San Gabriele Arcangelo con due archi e la facciata; cosicché l'area utile passo' da mt. 15 x7.50 a mt. 25x 7.50." 31
Nel censimento del 1728 Tonara risultò avere fuochi 445 e anime 1296. Il 9 luglio 1699 il Rettore Dott. Pietro Francesco Guirisy poté sottoscrivere i conti della Confraternita della Santa Croce con questi titoli : "Rettor de la parroquial iglesia y mas de Tonara y anneya de Espasuley"... 32
L'ultimo censimento di Spasulè 33 fu quello del 1 gennaio 1698 poiché nel "censimento del 1728 non risulta esistere più." 34
Nel censimento del 1846, come riportato dal Casalis nel suo Dizionario statistico-commerciale, "si notarono in Tonara anime 2476, con famiglie 648, case 572, donne 1289, maschi 1187." Secondo la fonte scritta "molti vivevano nella decrepitezza, e tra il 1830 e 1832 morirono due più che secolari." 35
La causa più plausibile dello spopolamento del centro Spasulé fu data dalla impossibilita di continuare a vivere in quelle contrade a causa dell'accentuato isolamento. Probabilmente il luogo divenne insalubre e malarico e si scatenarono epidemie di peste. Basti ricordare che a metà del XVII secolo, la grand'epidemia malarica investì l'isola e ne decimò la popolazione (gli anni attorno al 1652): molti villaggi,
soprattutto i più isolati, furono abbandonati.
Nelle relazioni dei vescovi delle diocesi, infatti, si evidenzia la difficoltà di attraversare l'isola e di compiere anche le normali visite pastorali alle parrocchie, divenute sporadiche specie per quelle più lontane dai centri diocesani; "ciò ebbe ragione principalmente per la intemperie malarica che afflisse l'isola, soprattutto nel versante centro-occidentale, da Bosa a Cagliari. "36
"La situazione peggiore secondo le relationes ad limina dei vescovi era propria quella della diocesi di Oristano negli anni 1650-1733; a questa diocesi appartenevano i centri di Spasulè e di Tonara."37
Agli inizi del 1700, si ebbe una svolta nella storia della Sardegna. "Con i trattati d' Utrecht (1713) e Radstad (1714), che concluderanno le guerre di successione spagnola, fu confermato di cedere alla casa d'Austria il possesso dell'isola
occupata dagli austriaci nel 1708, insieme ad altri domini ottenuti a spese della Spagna."38 Con i trattati del 1713 e del 1714 "fu disposto di cedere a Vittorio Amedeo II di Savoia i distretti della Lomellina e della Valsesia e il regno di Sicilia." 39 "In seguito con il trattato di Londra del 1718 venne decisa la cessione della Sicilia a Carlo VI d'Austria, mentre Vittorio Amedeo II di Savoia ricevette in cambio il regno di Sardegna. Fini così la lunga dominazione iberica sull'isola", 40 la quale "lasciò impresso un marchio indelebile di ispanismo sulla lingua , sulle tradizioni, gli usi e i costumi sardi." 41
Il patto di Quadruplice Alleanza, siglato nel 1718 in chiave di cooperazione difensiva tra Inghilterra, Francia, Olanda e Austria contro la Spagna, mise la Spagna con le spalle al muro nello scacchiere europeo: il 2 agosto di quell'anno le nazioni vincitrici stabilirono a Londra di "restituire il regno di Sardegna all'imperatore Carlo VI".42
Con le disposizioni intraprese nei trattati, che ebbero ampio respiro europeo, fini la lunga dominazione spagnola nell'isola di Sardegna. "Il sovrano spagnolo Filippo V fu costretto ad accettare le clausole e le ripartizioni impostegli negli accordi." 43
Questo avvenne esattamente il 26 gennaio 1720: la guerra per il regno di Spagna contro le altre potenze europee fu un disastro, grazie alla forza militare di queste ultime e alla disastrosa campagna militare intrapresa dall' Alberoni, che Filippo V, sovrano spagnolo, licenziò in tronco.
"Definitivamente consegnata all'Austria, la Sardegna fu ceduta ai piemontesi di casa Savoia:
Vittorio Amedeo II ex re del regno di Sicilia divenne a pieno titolo re di Sardegna." 44
Negli ultimi anni della dominazione iberica sulla popolazione della Sardegna il fiscalismo si era appesantito in maniera esasperante. Le richieste del governo di Madrid su tasse e gabelle divennero insostenibili e servirono per finanziare le guerre intraprese nel continente europeo. Viste, inoltre, le condizioni di vita misere nelle quali l'isola versava, dimenticata dal governo centrale iberico, con un'economia stentata dei suoi apparati produttivi, tale sforzo
dette all'economia sarda il colpo di grazia.
"Si auspicò che il cambiamento di governo imposto dai trattati d' Utercht, Radstat e Londra, potesse risollevare le sorti dell'isola per una possibile rinascita sociale ed economica, ma tali speranze andarono presto deluse. La Sardegna era un'isola ancora ancorata a sistemi di vita e istituzioni di tipo feudale, nonostante quest'ultima epoca fosse finita da tempo nel resto d'Europa. La popolazione sarda viveva nella povertà e con economie di sussistenza che a mala pena garantivano la sopravvivenza. I modesti proventi ottenuti erano risucchiati dalla struttura anacronistica del suo sistema sociale che paralizzava il naturale sviluppo e il progresso di quello che doveva essere la maggiore ricchezza dell'isola, ossia l'agricoltura." 45
L'inserimento dell'isola nell'alveo della civiltà italiana avvenne senza scosse sensibili e senza velleità di resistenza. I sardi accettarono la nuova situazione politica attendendo quella rinascita economica e quel riscatto sociale che non arrivò.
Ben presto si manifestarono i sintomi della nuova delusione in moti e insurrezioni. "Fu difficile per il nuovo governo gestire le già poche risorse disponibili: la struttura sociale antiquata, la miseria della situazione agricola e commerciale, la piaga del banditismo che imperversava l'isola (i sardi si dedicavano a queste attività delinquenziali poiché sentivano lontanissima la presenza delle istituzioni) che fu combattuto con energici apparati di repressione soprattutto dal marchese di Rivarolo, i mezzi di viabilità quasi inesistenti, non permisero la crescita dell'economia, lo scambio delle merci, il decollo del traffico mercantile marittimo dei porti isolani. Le industrie erano in sostanza inesistenti.46" " Il quadro sociale ed economico dell'isola non mutò. Dopo i primi ottant'anni d'amministrazione piemontese lo ritroviamo identico e stagnante; ancora oggi l'isola si porta sulle spalle il fardello delle sciagurate dominazioni spagnole e piemontesi." 47
Per quanto riguardava l'interno dell'isola, la situazione era uguale a quella del resto del territorio, se non di gran lunga peggiore. Le difficoltà erano enormi: l'assenza di vie e mezzi di comunicazione, il pericolo dei banditi, il commercio che non esisteva e che non produceva, un apparato burocratico e istituzionale che non governava, o che lo faceva con una lentezza impressionante ostacolavano qualsiasi tentativo di sviluppo.
Le relationes ad liminas dei vescovi delle diocesi isolane 48 ci svelano di quale fosse la situazione dell'interno isolano. "Era impossibile persino compiere le normali visite pastorali alle parrocchie delle diocesi, per i pericoli e i rischi troppo alti." 49
Arte e Cultura
TONARA, GLI AFFRESCHI DI SANT'ANTONIO
L'arte per il popolo
I dipinti murali presenti sulle pareti e sulla volta del presbiterio della chiesa di Sant'Antonio a Tonara rappresentano momenti della vita del santo e miracoli a lui attribuiti dalla tradizione popolare. L'opera, eseguita presumibilmente attorno al 1750 da Gregorio Are, ha funzione decorativa, narrativa, didattica e devozionale insieme. Essa si inserisce all'interno dei cicli di tempere murali eseguiti da Pietro Antonio e Gregorio Are, padre e figlio, che operarono per più di quarant'anni, tra la quarta e l'ottava decade del XVIII secolo, in una vasta area della Sardegna che si estende dalla Barbagia all'Ogliastra. La dinastia degli Are, famiglia di pittori di lontane origini genovesi, fu attiva per un lungo arco cronologico, forse addirittura a partire dal 1678, per le decorazioni dell'oratorio della Madonna d'Itria ad Orani, fino al 1777, ultima data ricavabile da un documento a Fonni. I principali affreschi attribuiti alla bottega di Pietro e Gregorio Are sono quelli presenti, oltre che a Tonara, a Fonni, relativi alla chiesa della SS.Trinità, alla basilica di Nostra Signora dei Martiri e al contiguo oratorio di San Michele, a Orani nella Chiesa del Rosario, a Nuoro nella chiesa della Madonna delle Grazie, a Triei nella chiesa intitolata ai Santi Cosma e Damiano e a Sarule nella chiesa di Santa Croce. Non risulta sempre facile la distinzione di mano poiché presumibilmente il giovane
Gregorio iniziò come aiuto alle imprese paterne per poi affiancarsi e infine subentrargli in piena autonomia.
Massimiliano Rosa
Note della Tesi
12 Cfr G.Camboni
in AAVV Tonara, il paese, la storia, la montagna, opera citata, p. 68 Si noti che "La cura toria del Mandra-e-lisay, appartenne storicamente al Giudicato di Arborea : l' atto di pace del 24 gennaio 1358 del Regio Archivio di Cagliari tra il Re Giacomo d'Aragona e la giudicessa Eleonora d'Arborea attesta che " i paesi barbaricini appartenenti alla mega di Arborea parteciparono all'atto di pace. "Appartenevano alla Curatoria suddetta i paesi di Desulo, Atzara, Ortueri, Samugheo, Sorgono, Laonissa, Ispasulè e Tonara" e Cfr. G.F.Tore e G. in AAVV con
G.Angioni, Tradizione e modernità a Tonara, ed. Trois e C.,Cagliari anno 1995, p.211
13 Cfr. P.Sella, Rationes
Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV- Sardinia, p.40
14 Ibide
15 Cfr P.Tola, Cedex diplomaticus Sardiniae, Delfino Sassari, anno 198
16 Cfr.
R.Bonu, Ricerche storiche sui paesi della Sardegna, opuscolo ed. Siena,
Stabilimenti grafico Combattenti, a.d. 1936 p.16 - Il Bonu riporta nei suoi
studi : F. 43 "non dubito di scrivere con ae invece della semplice e lw parole 7° 14° 29° e 31° del periodo riportato sebbene le lezioni comuni non rilevino il
dittongo. Il testo originale si uniforma a molti codici antichi, in cui l'ae è
rappresentato comunemente con un e che ha inferiormente una piccola curva. Di
tale segno è uno l'e semplice.
17 Cfr. R. Pinna , Atlante dei feudi in Sardegna, il periodo spagnolo, ed.
Condaghes,anno 1999 pp.88
129
18 Cfr. AAR. poi Antico
Archivio Regio di Cagliari F.43 e fonte attinta da R.Bonu, Ricerche
storiche sui paesi della Sardegna opera citata, p.16 (nota 1)
19 Cfr. F.C. Casula, La Sardegna Aragonese, ed. Chiarella, Sassari anno 1990, pp. 90-91
e p. 679
20 Cfr. R. Turtas
Storia della chiesa in Sardegna, opera citata p.280
21 Cfr. A.Taramelli Estratto delle notizie degli scavi, anno 1911 AAR., Cagliari- vol.V° e anche in Cfr. G. Camboni, AAVV in Tonara, il paese, la storia, la montagna,opera citata, p. 67 E'la cosidetta Stele di Santa Anastasia che riporta le iscrizioni
latine: "Mor bata Sau me fecit" e altre oscure iscrizioni: fu studiata dal Taramelli, reca scolpiti sulla pietra i pali, stemma della corona d'Aragona; ripresa negli studi della
studiosa Olivetta Schena, oggi è conservata in casa di un privato.
22 Ibidem
23 Ibide
24 Scavi archeologici nella chiesa di Santa Anastasia in Tonara visita in loco. Della chiesa oggi resiste la costruzione in parte di alcuni muri perimetrali,
essendo stata costruita in pietra resistente con un impasto di malta di
calce e sabbia: sono rimasti in piedi i ruderi delle pareti
laterali a sud e a sud-ovest. Secondo le fonti fu abbandonata per una non confermata mancanza di dote. Per la sua particolare ubicazione,
pressochè centrale a uguale distanza dai tre antichi rioni di Ilalà, Toneri e Teliseri, la chiesa di Santa Anastasia dovette essere la parrocchia più
antica e più vasta di Tonara: non ho trovato nella mia ricerca documenti scritti comprovanti questa ipotesi Per le messe più o meno quotidiane
gli altri rioni del paese avevano la propria chiesa: il rione di Ilalà utilizzava la modesta chiesetta di San Sebastiano Martire; quello di Teliseri o Taleseri quella intitolata a San Leonardo Martire, anch'essa abbandonata nel 1823 e crollata nel 1832. Il rione più popolato, quello superiore di Arasulè aveva la chiesa intitolata alla Santa Croce, attualmente dedicata a Santa Maria; il rione di Toneri vide la costruzione a ridosso
delle sue case dell'edificio di culto dedicato all' angelo Gabriele, odierna
parrocchiale del paese
25 Cfr. Chiesa di San Gabriele Arcangelo visita in loco. Nella navata laterale
destra è collocata la lastra di marmo con la data di costruzione del tempio, in
anno 1606, e la rendicontazione delle spese sostenute e finanziate per la
realizzazione dell'opera.
26 Cfr. R.Bonu,
Ricerche storiche sui paesi della Sardegna,
opera citata, p.16 Probabilmente il documento è stato trasportato nella
sede diocesana di Oristano, visto che lo studioso Bonu era residente nella cittadina per lungo tempo e ne ha dato ampia testimonianza nelle sue Ricerche, dicendo di averlo letto e analizzato. Non mi è stato possibile recuperare tale documento.
27 Ivi p.17
28 Ivi pp.24-25 Si noti che questo edificio fu edificato nel 1607 per volontà
dell'allora rettore Leonardo Manca : lo attesta la pietra trachitica di mt 0,55
x 0,40 collocata nel 1837 nella parte interna del portone d'entrata e oggi
risistemata nella facciata principale della nuova parrocchia, che fu
interamente ricostruita nel 1927; la pietra presenta infatti un bassorilievo con una mano che regge una palma. In un piccolo rettangolo sottostante sono scolpite queste parole: 1607 M.(anca) R(e)TTO®.La veridicità delle fonti storiche da me esaminate attesta che nel 1663 il rettore Manis costruì solidamente nella nuova Parrocchiale i tre muri del presbiterio due soli dei quali, dopo la ricostruzione del 1927-29 stanno ancora ai lati dell'altare maggiore.
29 Cfr G.Tore, in AAVV., Tradizione e modernità a Tonara, opera citata, p. 211
30 Ibidem e Cfr C.Berard, Les phenicies et l'odisseè, vol I, p.185
e vol II p.224. Il nome di Spasulè o Hispasulè potrebbe derivare dal semitico,
come altri nomi di località sarde tra le quali Karel, Nora, Esolkim, Magomadas:
il nome potrebbe ricollegarsi al semitico Hispa-nia "terra nascosta" o "terra
dei tesori nascosti", in evidente allusione alle miniere della Betica.
31 Cfr R.Bonu, Ricerche storiche sui paesi della Sardegna, opera citata, p.19-20
32 Ibidem "Per quanto riguarda Spasulè la famiglia Cadeddu abbandonando il
centro omonimo e trovo' rifugio nel vicino paese di Atzara, mentre il parroco
con altre famiglie, i Flore e i Demurtas, si recò a Tonara ad accrescere la frazione di Arasulè. Due pianete e un piviale di Spasulè si conservano ancora nella parrocchia di Tonara; attualmente nella chiesa di San Giacomo di Spasulè non funziona il clero di
Tonara ma quello di Sorgono: questo avviene dal ben lontano 1907.I Tonaresi
preferirono, dopo un secolo e più che si recarono ad Espasulè ad officiare la messa
e ad onorare la festa del Santo, per le interferenze, le angherie e soprusi
subiti per colpa dei paesi vicini di Sorgono Samugheo e Atzara, ricostruire una cappella in onore del Santo Giacomo patrono di Spasulè sulla propria montagna in località Ghenna Dratzone a 1000 mt. d'altitudine e festeggiare il Santo nel cuore della montagna."
33 Ivi opera citata, p 26.
34 Cfr. G.Casalis , Dizionario Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di S:M: il re di Sardegna,vol. XX Torino anno 1850, pp. 992-1000. "Ad
ogni modo è certo che gli abitanti di Spasulè, abbandonato il loro paese d'origine, si trasferirono a Tonara e riconobbero come loro parroco quello di quest'ultimo centro: con esso anche la giurisdizione canonica assegnatagli sulla chiesa di San Giacomo.Le fonti da me lette, come quelle riportate dal Casalis narrano del fatto che gli abitanti delle contrade vicine, ossia "quei di Samugheo, di Sorgono, di Atzara, quando videro deserto Spasulè, invasero quel territorio e sel divisero, togliendosi ciascuno la parte che meglio gli accomodava. I tonaresi sentendosi inferiori contro i tre popoli collegati, si astennero dalla violenza, che sarebbe tornata inutile, anzi dannosa, e tentarono le vie legali per rivendicare i loro diritti. La lite, come si dee supporre, per la conosciuta
natura degli avvocati, fu tratta in lungo, poi quando la causa pareva matura,
allora, non si sa nè come né perchè, si cessò dalle istanze. Sospettosi che i
tre paesi persuasi di essere obbligati a rimettere ai tonaresi le terre di
Spasulè, abbiano corrotto quelli che nel paese avevano maggior influenza."
E tale "sospetto" espresso dal Casalis è ormai una realtà; infatti la maggior parte
del terreni di Spasulè furono ceduti in conduzione agli abitanti dei paesi
suddetti, "ma la locazione temporanea degenerò in proprietà abusiva,
confermata dal silenzio e dalla acquiescenza di alcuni capi tonaresi".
35 Cfr. G.Casalis, Dizionario Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di S:M: il re di Sardegna , opera citata p 995
36 Cfr. ASV , LIMINA ARBORENSIS, I 129r e II, 69 V
37 Cfr. G.Zichi, Le visite pastorali nelle
relations ad limina dei vescovi sardi, Sassari 1980, pp.231-294
38 Cfr. R.Carta Raspi, Storia della Sardegna, opera citata, p.771
39 Ibidem
40 Ivi p. 770
41 Cfr.M.Serra, Sardegna quasi un continente, Cagliari 1958, pp.48-49 Si noti che i riti della Settimana Santa (S'Iscravamentu, S'interru 'e Deus, Sa Via Crucis ), e della Pasqua, culminanti nella processione detta S'Incontru, in cui Cristo risorto
incontra sua madre (tradizione religiosa ancora oggi consolidata) corrispondono
al "el encuentre" di Siviglia e ad analoghe manifestazioni di altre città iberiche. Il legame profondo con la Spagna si esprime inoltre con il canto dei "gotzos",
ossia delle tradizionali lodi dialettali in sardo, corrispondenti ai gosos religiosi catalani durante la Settimana della Passione di Cristo. Non ultimo e non meno imporante per Tonara, è il legame con la penisola iberica nella tradizionale preparazione del dolce
per il quale il paese sardo è famoso, il torrone di miele con le noci, le nocciole e le mandorle. Analogamente a quanto avviene a Tonara, questo dolce di probabile importazione iberica viene preparato nella regione di Alicante e nella stessa città spagnola, con gli stessi metodi. Il paese è percio' attualmente gemellato con
la città iberica e ha avuto scambi culturali in tal senso con la Spagna. Una
testimonianza attinta da una fonte orale, non confermata purtroppo da
documentazione scritta abbozza un ipotesi di questo genere: le anziane di
Tonara, mentre preparavano il tradizionale dolce nei paioli di rame (chiamati i
tonarese "cheddargios"), indossando il tipico costume dalle fattezze marcatamente spagnole, erano solite cantare, nella lunga preparazione delle "posturas
de turrones" ( partite di torrone, che duravano anche tre quattro ore) allegri sonetti, tramandati oralmente fin dal 1800, denominati in sardo locale "muttos" . Alcuni narravano stornelli del tipo: "E i' como mi ddos fatzo, mi
ddos fatzo, turrones de Licantes" (traduzione: li preparo proprio ora i torroni
di Licante, probabilmente, con il beneficio di conferma, intendendo senza
saperlo con la parola Licantes la città spagnola di Alicante, indicando la provenienza reale di quest'arte dolciaria).
42 Cfr. F.C.Casula, La Storia di Sardegna, opera citata, p. 460 Lo studioso riporta testualmente che per tenere assieme in un unico regno la Sicilia con il Napoletano (già possesso degli Asburgo) "accettarono che fosse scambiata fra l'Imperatore e Vittorio Amedeo II di Savoia l'isola maggiore siciliana con il regno di Sardegna".
43 Ibidem
44 Ibidem
45 Cfr. Ivi p. 775
46 Cfr. Ivi pp. 778-779
47 Ibidem
48 Cfr. R. Turtas , Storia della chiesa in Sardegna, opera citata pp 340-341
49 Ibidem Il Turtas riporta: " per ovviare alle difficoltà che si frapponevano alle comunicazioni all'interno dell'isola e notificare a tutti i parroci le comunicazioni più urgenti era stato escogitato un semplice e poco dispendioso sistema di trasmissione, che consisteva nel distribuire i villaggi di ciascuna diocesi lungo determinati itinerari che facevano capo alla sede episcopale; le lettere in partenza dalle curie vescovili venivano trasmesse al primo parroco dell'itinerario, che ne prendeva nota e a sua volta la trasmetteva con mezzi propri al parroco del secondo villaggio , e così via fino alla fine
dell'itinerario. Tra le carte sparse dell'archivio vescovile di Oristano (ACAO)
il Turtas sostiene di aver rinvenuto una missiva datata 23 novembre 1626 destinato ad un itinerario che comprendeva quasi tutti i villaggi attorno al massiccio del Gennargentu.
Questo sistema venne adottato da tutte le diocesi, anche da Sassari, e Cagliari
in periodo più tardo ; Cfr. anche in Asdss Pastorali e circolari vescovili, 1768-1864 ....dove la più antica di missive simili è datata 25 febbraio 1775".