Sono Tonara
Sono Tonara.
Paese alpestre.
Ridente
a cavallo
della valle de S Isca
E del Bau Codina.
Ero e sono
gentile
onesta
laboriosa.
Posto di abili segantini e boscaioli,
di brave allevatrici di api...
di pazienti raccoglitrici di castagne.
Avevo imparato l'arte di forgiare il ferro e di batterlo per dargli forma,
di cuocere le leghe nel crogiolo per farle suonare,
di battere le pelli fino a farne diventare coperte di cuoio:
sapevo ricamare disegni floreali nei miei capi delle mie donne austere. Trasformavo tronchi enormi in assi, travi, travicelli, doghe mobili
e cassapanche
per riporre i miei preziosi,
e ruote e carrozze sicure
per far viaggiare i miei figli.
Ho escogitato
nel mio tempo che fu
di mescolare il mio miele,
le mie castagne,
le mie uova
per farne un dolce
che sarebbe stato
il mio futuro.
Tessevo seduta o in piedi,
tappeti dalle fattezze andine o arabe, variopinti più di arcobaleni.
Preparavo formaggi
che portavo fino
alle pendici del Vesuvio.
Cantavo alle mie fonti, col mio grande poeta incompreso.
Una malinconia struggente,
una libertà sociale
con un' arguzia
che pochi avevano.
Cuocevo l'argilla
dei miei toni calcarei
per darne tegole e mattoni
e mattonelle al mio intarsio di tetti.
E ai dedali delle mie viuzze.
Follavo la mia lana
nelle craccheras vicine,
per confezionarmi
un abito di gala
semplice e elegante,
fitto di pieghe
e adorno di merletti e ricami.
Che sapevo indossare
meglio di una regina
e che a lei
avrei fatto invidia.
Profumavo
di biscotti
e pane croccante.
Di noccioline fresche
e di pietre di fiume,
nei miei selciati scoscesi.
Ero aggrappata al monte:
i miei paeselli si davano la mano, come sospesi nel vuoto.
Attenti a non perdersi d'occhio.
Ora sono Tonara : moderna.
I miei tempi sono cambiati.
Non ho più selciati,
ma tristi colate di cemento
che mi hanno rattoppato qua e la.
Non mi vesto di pelli e di cuoi
perché non mi servono più,
ma almeno
ancora i miei campani squillano
e il mio torrone profuma di dolce.
Ma il mio animo
non e' più quello delicato di un tempo.
A volte mi vesto disordinata.
Aspetto guardando la valle.
Sono lenta nel rispettarmi
e alle mie fonti le belle regine
vestite di lane di rosso porpora,
non ci sono quasi più.
Non intaglio. Non ricamo.
Non ascolto il mio poeta.
Lo fanno gli altri per me.
Sono sorniona.
Dormo e vivo del ricordo
della mia floridezza
che e' diventata un
benessere relativo.
Mi vanto di una modernità,
che mi appartiene
ma che non e' l'animo
della mia essenza.
E la mia voce e' affievolita.
Da un vociare che non conosco.
E i miei figli?
Spesso noncuranti di se' ,
Non si curano nemmeno di me.
Così appaio opaca.
Talvolta.
Mi perdo in invidie
che sono come spine
nel mio fianco.
E in un irruenza
che prima,
a s' antigu,
era allegria.
E che non rende merito
alle parole scritte del mio poeta,
Per me.
Seduto
come un cencio,
davanti alle rocce
di Galuse'.
Massimiliano Rosa
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