Il Territorio di Tonara

23.10.2015 13:43


Il Territorio di Tonara

UATZO

La Foresta Demaniale di Uatzo e l'insieme
di boschi e foreste tra Tonara, Belvì e Sorgono, una delle zone forestali
meglio conservate in Sardegna. Le foreste occupano un ampio sistema vallivo sui
700 metri d'altitudine, delimitato a nord dall'abitato di Tonara, ad ovest
dalla cima di Ghenna Crecu (m 1095) e ad est dalla Punta Muscurida (m 1317),
entrambe nel territorio di Tonara. Mentre verso sud, presso Belvì ed Aritzo, la
valle è delimitata dai monti Genna Arredelu (m 1035) e Texile o Meseddu Texile
(m 974).

Quest'ultimo è il più caratteristico, per la forma «a sgabello» o probabilmente "a cercine" ("Su Tedile" in sardo) della cima di roccia calcarea, estremo lembo residuo della copertura calcarea mesozoica, ben più diffusa verso il lato est del Gennargentu meridionale, la dove presenta gli spettacolari torrioni dei Tonneri di Seui e della Punta Perda Liana. Dalle pendici di Meseddu Texile fino a Su Toni di Tonara, per una decina
di Km, si estende la foresta, costituita prevalentemente da leccio e roverella,
con presenza di sughera, castagno e nocciolo. Ai margini del bosco in condizioni
microclimatiche favorevoli si riscontrano anche le latifoglie nobili: noce e
ciliegio. Quasi al centro della conca, nell'avallamento segnato dal corso del
Rio Bau Desulu, si raccolgono le acque provenienti da nord (Rio Pitzirimasa e
Riu Bauerì) e da sud (Rio Isca) a formare il Rio Uatzo, con la sua bella valle
dalle ripide pareti. Presso il fiume si trovano invece dei tratti pianeggianti,
a formare il Complesso Demaniale dí Uatzo, non di grande estensione (circa 700
ettari), ma estremamente interessante per l'alta percentuale di superficie
boscata. La Foresta demaniale comprende notevoli fustaie di leccio, cedui
matricinati di leccio e roverella con presenza di castagno, ed esigue superfici
a sughera. Tutte le formazioni forestali comprese all'interno del perimetro
presentano alto valore ambientale e selvicolturale. Frequenti inoltre sono le
sorgenti, soprattutto nel versante sud presso il Bruncu Istiddì (m 997),
l'altura che delimita il confine fra i territori di Tonara e Belvì. SuI
versante nord transita la linea ferroviaria Mandas-Sorgono, in una delle sue
tratte più suggestive e spettacolari, soprattutto quando a superare i notevoli
dislivelli sono stati disegnati i ponti come quelli di Su Sammucu e di
Istinigoria, fra i più alti in assoluto dell'intera rete ferroviaria della
Sardegna. La fauna della Foresta Demaniale di Uatzo e delle contigue estensioni
forestali o boscose fra Tonara e Belvì, è quella tipica delle foreste sarde e
in genere del Gennargentu: cinghiali, volpi, gatti selvatici, martore, ghiri,
picchi e ghiandaie, numerosi rapaci notturni, poiane, astori, sparvieri e
colombacci; corvi nelle cime più alte e rocciose; il rarissimo merlo acquaiolo
nei torrenti più integri, ed infine piccioni torraioli, colombelle e pernici un
pò dovunque.

IDDA INTRO ERRIOS

La zona di Trocheri Idda intr'Errios ha
delle notevoli valenze storiche e culturali per la presenza di antichissimi
insediamenti umani. La presenza di questi insediamenti archeologici è stata
documentata in alcuni studi dall'archeologo Antonio Taramelli, dallo storico
Raimondo Bonu e dall'Accademico dei Lincei Prof. Giovani Lilliu. La storia di
Tonara può essere raccontata come un continuo migrare delle antiche popolazioni
dalla valle verso la montagna ritenuta una volta più sicura ed ospitale.
Infatti i vari insediamenti vennero progressivamente abbandonati e gli antichi
tonaresi si spostarono dapprima da Idda Intr'Errios fino a Trocheri e Gonnalè e
poi ad Ilalà (toponimo che significherebbe "a metà della salita") ed infine a
Teliseri uno dei rioni storici di Tonara. Il villaggio di Idda intr'Errios,
nome suggestivo che significa villaggio tra i due fiumi, si trova a valle
dell'attuale abitato di Tonara alla confluenza tra i torrenti di Pitzirimasa e
di Bauerì. Nell'area, intorno all'anno '900 furono ritrovate stoviglie e monete
romane. L'insediamento, distante dall'abitato non più di 3 Km, è raggiungibile
attraverso un vecchio sentiero. Ma all'area archeologica si può accedere anche
dalla Stazione ferroviaria di Montecorte, distante da quel punto non più di 2.5
Km. Poco distanti da Idda intr'Errios, nelle località Gonnalè e Trocheri,
furono rinvenute tracce, ancora parzialmente visibili, di antichissimi
villaggi. Più di 5000 anni fa, nella montagna e nelle valli su cui sorgevano i
rioni dell'attuale Tonara hanno vissuto e sepolto i loro morti comunità
preistoriche della cultura di San Michele di Ozieri. In una grotticella
funeraria, nella località Pitzu 'e Toni, furono rinvenute alcune ceramiche ed
altri reperti del neolitico anche testimonianze di un più tardo uso, nel bronzo
antico, da parte di comunità della cultura di Bonnannaro che ha caratterizzato
la preistoria sarda per circa 8 secoli, dal 3300 al 2480 a.C.

SA LUTTA

Molto suggestiva, per le sue valenze
botaniche e naturalistiche è la zona del tacco calcareo di Sa Lutta
(letteralmente "la grotta") con il sottostante Rio Samunadorgiu, lungo il cui
corso una volta sorgevano ed operano le Gualchiere, le antiche macchine
idrauliche utilizzate per la follatura dell'orbace. Il tacco è ricco di cavità
naturali ed anfratti e nella sua selvaggia bellezza presenta un rilevante
interesse geologico e botanico per la presenza rilevante di Peonia e per quella
di alcune specie endemiche come l'Orobanche denudata. Sono presenti inoltre
molte varietà di orchidee selvagge tipiche dei paesaggi calcarei così come
alcune specie arboree come il Ginepro rosso e il Sorbo montano.

ILALÀ E SAN SEBASTIANO

L'area di San Sebastiano a valle del paese
è una delle zone più pregevoli dal punto di vista naturalistico dell'intero
territorio ma è anche assai importante sotto il profilo culturale e storico per
il prevalere in essa di emergenze storiche ed architettoniche come la
seicentesca Chiesa di San Sebastiano che vanta un altare ligneo fra i più
pregevoli in Sardegna, i ruderi dell'antico abitato di Ilalà ed i resti del
villaggio prenuragico di Idda Intro Errios (villaggio fra due fiumi) studiato e
censito anche dal Taramelli e dal prof. Lilliu. Tra l'altro la zona, che è
dotata anche di una serie di tavoli e tettoie per consentire la sosta di
turisti con camper e tende, è assai vicina alla Stazione di Montecorte lungo la
ferrovia centrale della Sardegna e può essere inserita a buon diritto, data
anche la bellezza dei luoghi, in un discorso di valorizzazione della linea turistica
del Treno Verde con l'istituzione di un'apposita fermata ad appena un Km
dall'area di San Sebastiano così da consentire ai turisti del Trenino Verde di
sostare e visitare Tonara. La Chiesa di San Sebastiano, immersa nel verde delle
splendide campagne tonaresi, risale al XVII secolo. Si trova fuori dal centro
abitato, nell'antico rione di Ilalà ormai disabitato da circa sessant'anni.
Venne costruita in pietra locale. Il corpo principale ha pianta rettangolare
con un piccolo corpo secondario, anch'esso rettangolare, dove è ubicato un
ingresso. L'interno è suddiviso in due zone, una navata centrale e un piccolo
vano sulla destra; ci sono due piccole nicchie nella parete di fronte
all'ingresso principale. La chiesa è debolmente illuminata, la poca luce filtra
dalla finestra situata nella facciata principale. La struttura di copertura è
costituita da capriate in legno impreziosite dalla presenza di mensoloni
zoomorfi, che secondo la leggenda popolare vennero portati dagli abitanti di
'Idda Intro errios quando abbandonarono il loro villaggio. Ogni anno la prima
domenica di luglio si svolge l'omonima festa organizzata dal Comitato che si
occupa anche della festa di Santu Trebestianu de Su Fogu, in onore del quale
nel rione di Teliseri viene acceso un grande falò (Su Foghillone) e viene
offerta la tradizionale cena a base di fave e carne a tutti i visitatori ed
ospiti. In occasione della festa si celebra anche la messa nella chiesetta, che
non riesce a contenere tutti i fedeli. Un rito che purtroppo è andato perduto è
quello della processione che raggiungeva la località attraverso il suggestivo
sentiero di Crabisi. Ancora oggi per i tonaresi, sopratutto per i bimbi, la
Festa di San Sebastiano è una piacevole occasione per una scampagnata durante
il periodo della maturazione delle ciliegie.

 

 


SU PARDU 'E TONERI E LA LINEA DEL TRENO VERDE

I boschi valle degli antichi rioni di
Teliseri e Toneri sono noti come Su Pardu 'e Toneri. Sono caratterizzati dalla
presenza di latifoglie delle diverse specie: castagni, querce, sughere, noci,
noccioli. La vallata è attraversata dalla ferrovia centrale della Sardegna (la
linea Mandas Sorgono) che oggi costituisce una delle cinque linee del Trenino
Verde della Sardegna è una delle tratte ferroviarie più suggestive in Sardegna
anche per la presenza di ciclopici ponti ferroviari realizzati circa 120 anni
fa e che si presentano come e delle vere proprie opere d'arte e che la stessa
Regione Sardegna (Assessorato all'Industria) in una sua importante
pubblicazione ha inserito nel novero delle più importanti emergenze di
Archeologia Industriale della Sardegna. Tra queste opere rileva anzitutto il
viadotto conosciuto come Su Ponte 'e Su Sammucu, il più alto ponte ferroviario
dell'Isola. Su Ponte 'e Su Sammucu che si trova in una verde vallata ad
un'altitudine di 622 metri s.l.m., conserva tutto il fascino delle antiche
strutture industriali; in più è circondato da un paesaggio forestale che ha
pochi eguali nell'Isola per grandiosità. Si sviluppa in curva, è lungo circa 63
metri ed alto 37, con 6 archi di dieci metri ciascuno. Presenta caratteristiche
architettoniche frequenti nelle altre strutture simili, ma indubbiamente con
qualcosa in più. Il Ponte è costituito, tra i pochi in Sardegna, da un doppio
ordine di archi, che non si sommano, ma si inseriscono gli uni negli altri. Su
Sammucu può costituire, per la sua struttura ingegneristica ed architettonica
ma anche per l'ambiente circostante, costituito da montagne granitiche e
scistose, coperte da fitti boschi, ed alternate a strette valli lussureggianti,
un notevole interesse per una possibile visita . Una particolarità del ponte,
ben visibile osservandone attentamente le volte, è la presenza di piccole
stalattiti formatesi in circa un secolo in seguito a processi chimico-fisici
dovuti allo scorrere dell'acqua piovana fra gli interstizi delle rocce di
pietra calcarea che ne formano la struttura. Sono numerosissime e del tutto
simili a quelle delle naturali cavità carsiche.

LOCALITÀ IS PUTZOS:

EMERGENZE ARCHEOLOGICHE ED ANTICHI
CAPANNI DI PASTORI

All'interno delle Foresta demaniale di
Uatzo scorre il suggestivo fiume S'Isca che lungo il suo corso in questo tratto
disegna anse e balze di selvaggia bellezza. Poco distante dal fiume, a monte
della località Ghenna Ua, si trovano delle domus de Janas scavate nello scisto,
che per questa loro particolarità sono le uniche esistenti in Sardegna. La
località Is Putzos, intorno al fiume si trova alla quota più bassa del
territorio di Tonara. Per questa ragione, nei pascoli disposti tra le località
Is Putzos ed Is Putzos de Susu arrivavano a svernare dai pascoli montani quei
pastori di Tonara che, o perché non trovavano pascoli in affitto o per altre
ragioni, non affrontavano la lunga transumanza verso i pascoli delle lontane
pianure. Così in questi luoghi, oggi coperti da fitti boschi, si ritrovavano
anche venti o trenta diverse greggi di Tonara. I pastori realizzavano qui i
loro ovili, is cuiles con tutte le costruzioni annesse: is cortes, cioè i
recinti per mungere le pecore (po murgere i' brebes) e is passiales, i recinti
generalmente realizzati con muri a secco come is cortes, dove gli animali
trovavano riparo per la notte. Per se invece il pastore costruiva Sa Barracca
(il capanno realizzato con muratura di pietre a secco e tettoia con copertura
di tegole o scaglie di scisto o altri materiali di fortuna) o Su Pinnettu (con
il tetto conico realizzato con frasche). Sa barracca o su Pinnettu constavano
di un unico ambiente dove c'erano le poche cose del pastore: la stuoia per
dormire (S'Istoa), Su Saccu, Sa Gabbanella (il cappotto di orbace, e tutti gli
attrezzi del mestiere. Sa Baracca serviva prevalentemente per dormire e più
raramente po s'acconcolare (cioè per riparasi dal freddo o dalle intemperie)
anche perché durante il giorno il pastore doveva stare dietro al gregge ed
allora in caso di pioggia doveva trovare "acconcolu" cioè riparo magari sotto
gli alberi o accovacciato dentro Su saccu. Passiales e cortes non erano altro
che Accorros cioè recinti visto che accorros viene dal verbo accorrare che
significa rinchiudere. Ma passiales e Cortes erano conosciuti anche come "Is
Istaggios". Istaggios viene dal verbo " Istaggiare" cioè ripartire o
tramezzare. Con questo termine si potevano indicare l'insieme degli ovili che i
pastori che sceglievano di svernare (ierrare) spostando le loro greggi non con
le lunghe transumanze verso le pianure di Cagliari o Alghero, ma semplicemente
spostandole verso i pascoli più a valle di Tonara come appunto a Is Putzos,
utilizzavano per separare le diverse greggi evitando "de 'ettare a una".
Evitando cioè di unire e confondere armenti diversi. Grazie al lavoro degli
operai del cantiere demaniale sono state ripristinate anche "Is Aurras" cioè
quei ripari che venivano utilizzati per il ricovero dei maiali e venivano ricavate
generalmente sotto una roccia prominente che funzionava praticamente da tetto e
da parete retrostante. Il prospetto anteriore veniva chiuso con dei muretti o
con delle pietre di scisto infisse nel terreno. Generalmente le pareti di
roccia de s'aurra si presentano annerite dal fumo forse a testimoniare che il
porcaro, quando i maiali erano al pascolo, utilizzava egli stesso S'Aurra per
ripararsi dal freddo o dalla pioggia.

IL TORRENTE PITZIRIMASA

Tutta la zona lungo il torrente
Pitzirimasa ha uno straordinario interesse storico e naturalistico tant'è che
lungo il suo corso l'Amministrazione Comunale ha recentemente realizzato un
sentiero naturalistico che prevede la risalita del corso del torrente stesso,
con partenza dall'omonima fontana ad appena 1 Km dal paese lungo la SS 295. Il
sentiero è stato proposto come una sorta di viaggio nella memoria per ritrovare
lungo il tracciato le tracce di antichi mestieri e per documentare la presenza
lungo il corso di questo torrente delle lavorazioni legate all'utilizzo delle
macchine idrauliche. Infatti i fiumi e i torrenti a Tonara, che spesso scorrono
incassati in strette valli tra i monti, hanno, come altrove in montagna,
segnato profondamente il paesaggio e l'economia e lungo il loro corso si
sviluppavano nel passato le coltivazioni, piccoli frutteti, noccioleti ed
orticelli, con i suoli che faticosamente venivano strappati al fianco della
montagna grazie alla costruzione di terrazzamenti arginati con i caratteristici
muri a secco. Ma lungo i fiumi era anche un brulicare di altre attività come i
mulini e le gualchiere che nel passato rappresentavano una parte non
trascurabile delle attività produttive locali. Nei pressi della fontana, che
costituisce il punto di partenza dell'itinerario si trovano un mulino recentemente
ricostruito e reso funzionante dall'Amministrazione Comunale e poco più in alto
i resti diroccati di una gualchiera, testimonianza anch'essa delle lavorazioni
legate alle macchine idrauliche. Le gualchiere a Tonara sono ormai scomparse da
molti anni. Ma una volta esse erano presenti lungo i fiumi e costituivano
un'importante lavorazione di supporto all'attività pastorale. Tale presenza è
richiamata in parte anche nel toponimo "S'Erriu 'e is Cracheras"
(fiume delle gualchiere). La gualchiera (Sa Crachera) serviva per la follatura
dell'orbace: operazione necessaria per infeltrire il tessuto, in modo da
renderlo più resistente e più caldo. L'orbace è un tessuto ottenuto dalla lana
di pecora, tuttavia in alcuni casi poteva essere utilizzata anche la lana di
capra per confezionare soprattutto le bisacce che risultavano così più
resistenti. Il tessuto di lana di pecora veniva utilizzato per la confezione di
gonne e grembiuli del costume femminile, oppure di calzoni, giubbini
(corpetto), berretti, copriscarpe, mantelli per pastori e infine coperte. La
gualchiera funzionava sfruttando l'energia dell'acqua, fatta scendere dall'alto
per mezzo di un canale di legno e veniva utilizzata durante l'inverno e la
primavera, in quanto la portata del fiume Pitzirimasa, a carattere torrentizio,
era abbastanza regolare e sufficiente solo in queste due stagioni. L'orbace
veniva sistemato nel piano, ottenuto scavando ad angolo retto un tronco
d'albero (del diametro di circa 1 metro) presumibilmente di castagno. Su questo
piano si muovevano, alternativamente, avanti e indietro, i due magli della
gualchiera. I magli venivano azionati da due pale, una per ciascuno, sistemate
trasversalmente e in senso opposto l'una all'altra sull'asse della ruota. Per
stabilire la lunghezza del tessuto, come unità di misura, veniva usata la
canna, equivalente ad una lunghezza di 3 metri. Per fare una follatura completa
occorrevano da 24 a 45 ore, secondo la carica. Fra gli indumenti di orbace
c'era il cappotto del pastore che era fatto di due teli: uno di orbace e
l'altro di cotone. Il telo di cotone veniva cosparso di diversi tipi di cera,
tra i quali la cera d'api e il negrofumo. Si praticava questo procedimento per
impermeabilizzare il cappotto. Il cappotto veniva cucito a mano con la lana
infilata in un ago, molto grande. Seguiva la tintura che veniva preparata
utilizzando la corteccia degli ontani (is alinos) e si faceva bollire con acqua
in una pentola (chiamata cheddargiu); quindi si introduceva il cappotto nel
liquido nero, si spegneva il fuoco e si lasciava in tintura un giorno. Questa
sostanza serviva anche per tingere coperte per bambini, sacchi, lenzuola ed
altre cose. Il cappotto, che veniva indossato particolarmente dai pastori,
aveva il cappuccio, non aveva maniche ed era lungo fino alle caviglie. Per
legarlo non esistevano chiusure; qualcuno applicava i bottoni, oppure metteva
cordicelle. Con l'orbace si facevano anche i pantaloni e le calze per i
pastori. Ma lungo il corso del fiume sono state anche opportunamente segnalate
is pratzas de fogaggia, cioè gli spiazzi dove i carbonai ed i boscaioli di
Tonara procedevano all'accensione delle carbonaie per la preparazione del
carbone vegetale. Tutta la zona ha un alto valore ambientale essendo
caratterizzata da un lussureggiante vegetazione costituita in prevalenza dal
leccio al quale si consociano la roverella, il castagno e il bagolaro. Lungo il
corso del torrente è presente l'ontano nero, tipica specie caratterizzante i
corsi d'acqua dell'isola.

 

MARTÌ

La tomba ipogeica di Martì, chiamata
"Forreddos de Gianas", si apre scavata artificialmente in un
conglomerato quarzoso e mostra nell'atrio più fossette pavimentali per offerte
votive. Essa venne riutilizzata in epoca romana per nuove sepolture come
attestano le stoviglie rinvenute in scavi successivi. Si tratta in pratica di
tre camere ipogeiche scavate nell'arenaria quarzosa e risalenti alla cultura di
San Michele. Sparse nella pineta circostantesi trovano dei monoliti, uno dei
quali conosciuto come S'Abbasantera, che probabilmente avevano un utilizzo
rituale. Su Forreddu 'e Janas di Tonara si presenta, ricoperto di muschi e
licheni, ha una forma che fa pensare a un cerchio irregolare con una
circonferenza di quasi 15 metri. Praticamente consta di due aperture ma
l'ingresso vero e proprio potrebbe essere quello a Sud-Ovest; infatti
l'apertura a Nord-Est, piuttosto irregolare, sembra dovuta a crolli naturali o
a lavori successivamente eseguiti. Dall'ingresso principale, si arriva,
attraverso una piccola apertura quadrata, al primo vano, preceduto da un atrio.
Il primo vano è il più vasto e sta al centro della domu. È più o meno di forma
circolare con una circonferenza di quasi sei metri l'altezza di 0,85 metri e la
larghezza di quasi 2 metri. Dal primo vano si accede agli altri due; uno a
destra con un piccolo gradino e uno di fronte. Il primo di questi due vani è
più o meno di forma rettangolare mentre l'altro è invece, di forma
quadrangolare. La grotticella venne riportata alla luce da Antonio Taramelli
tra il 1911 e il 1917. Nel pavimento dell'ingresso, è parzialmente visibile un
incavo circolare, utilizzato forse per compiere sacrifici e offerte funerarie.
L'incavo ha una circonferenza di 50 cm circa e una profondità di 4,5 cm. A
Tonara le domus de janas sono, come detto, conosciute col termine di forreddos,
poiché hanno un ingresso che ricorda l'apertura dell'antico forno, utilizzato
per la cottura del pane. Il termine domus de janas significa, "casa delle
streghe". Le Domus sono sempre interamente scavate nella roccia e, ancora oggi,
si possono riconoscere da piccoli ingressi semicircolari, che spesso si
osservano in luoghi rocciosi dell'isola. Inizialmente venivano scavate con
arnesi di pietra e solo in un secondo momento si utilizzarono i metalli. In
tutti i paesi, compreso Tonara, in cui esistono le domus de janas, sono fiorite
molte leggende legate ai mitici esseri, le janas, che secondo la credenza
popolare abitavano i' Forreddos. Il nome janas deriva forse da Diana, ed è
perciò di epoca classica, ma ci sono anche riferimenti di cultura cristiana. Il
racconto di queste creature è nato dalla fantasia popolare. La leggenda narra
che le janas tessevano su telai d'oro, cantavano, e vi morivano tramutate in
pietra. Le janas erano descritte come esseri dall'animo gentile, ma talvolta si
immaginava avessero l'aspetto di streghe. Infatti La fantasia popolare le
riteneva, a seconda dei casi, majargias, ossia fattucchiere; oppure le si
immaginava simili ai folletti, a volte buone, altre volte dispettose. A Tonara,
si immaginavano le janas come donne molto minute che abitavano nei forreddos.
Si racconta che, se qualcuno riusciva a vedere e a pettinare una jana, dai
capelli di questa creatura cadevano, magicamente, monete d'oro. Questa strana
credenza è molto diffusa anche in altri paesi. A Tonara secondo la credenza
popolare nella località "Tracullau", si troverebbero ancora dei tesori nascosti
(Ischisorgios) custoditi dalle Janas.

 SU NURATZE  E SU TONI

Tutta la zona vicina al paese di Su Toni -
Su Nuratze presenta delle particolarità storiche ed ambientali notevoli. Su
Nuratze come è facilmente intuibile significa nuraghe. In Sardegna col nome di
Tòneri / Tacchi sono comunemente chiamati tutti quei massicci rocciosi
stratificati, quasi tutti dolomitici, che in tempi remotissimi formavano un
fondo marino che, una volta emerso formava una sola grande pianura, e che si
mostra al giorno d'oggi erosa in più o meno profonde vallate, circondati da
splendidi spaventevoli precipizi, in alcuni casi assumendo l'aspetto di
imponenti fortezze come Su Toni di Tonara (che significa appunto il precipizio,
o di grandiosi obelischi (Tacchi) come il "Texile" di Aritzo. Va comunque
precisato che, i due nomi di Toneri e Tacco non hanno lo stesso significato
come l'uso comune vuole, ma, vi è tra loro una notevole differenza: Toneri è un
ammasso roccioso tagliato a picco da ogni parte in modo da presentare
all'interno l'aspetto di una immensa muraglia; Tacco è invece un ammasso di
pietre isolate o, come dice il Lucchi, più di questi ammassi raggruppati
insieme. Su Pranu di Tonara, il Texile di Aritzo e il Toneri di Belvì sono
quindi testimonianza di una massa di calcare più estesa che copriva gli scisti
del versante occidentale del Gennargentu. Su Toni, (che in tonarese significa
"burrone" o "precipizio" è un tonnero che sovrasta l'antico rione dI Toneri, a
cui da appunto il none e da cui deriva probabilmente anche il nome di Tonara.
Su Toni è una piattaforma di calcari del triassico superiore inserita tra le
valli di San Sebastiano e di Baccu Sa Codina che resiste tenacemente alla forte
erosione cui è sottoposta, nonostante l'altitudine di oltre 900 metri, in
quanto è in parte protetta dai rilievi metamorfici su cui è appoggiata. La
vegetazione è tipica dei rilievi calcarei, anche se l'azione dell'uomo passata
e presente ne ha notevolmente limitato l'estensione e l'evoluzione, incidendo
qui in maniera molto marcata. L'altopiano infatti risulta quasi interamente
edificato e ad eccezione di alcuni tratti in cui si possono ancora rinvenire
tracce di bosco, si ha la presenza di una gariga molto degradata ma ricca di
specie tra cui il buplero, il ginepro rosso, l'elicriso e la santolina, la
rosacea Prunus prostrata Labill, le specie del genere Rosa, l'asparago, e
diverse labiate aromatiche. La copertura arborea è perciò limitata a tratti poco
estesi, come ai piedi della collina di Su Nuratze, in cui si riscontrano
frammenti di lecceta tipica dei substrati calcarei. Oltre al leccio. ed al suo
sottobosco tipico, le altre specie arboree presenti sono rappresentate
prevalentemente dall'acero trilobo e dal sorbo montano. In questa località si
trovano orchidee spontanee che in primavera impreziosiscono il verde con
l'eleganza delle forme e l'armonia dei colori. Vi si estende parte dell'abitato
di Tonara e domina completamente la bellissima vallata sottostante. Sul colle
di Su Nuratze si ergeva in passato una solitaria torre nuragica, risalente alla
civiltà delle Tholos. Si trattava probabilmente di un avamposto d'avvistamento
sulle vallate che era servito alle popolazioni preistoriche per gli avvistamenti
dei nemici lungo le valli dell'Isca e di Bau Codina dove passavano le antiche
strade che conducevano a questi impervi luoghi della Barbagia. Della torre
nuragica oggi scomparsa non esiste più nulla. Fino a qualche tempo fa ne
restava qualche traccia nelle fondamenta circolari. Forse venne inghiottita
dalle fornaci di calce (i' forros de cartzina) che utilizzarono i massi
calcarei del monumento megalitico. Recentemente, una campagna di scavi ha
consentito di riportare alla luce le fondamenta di alcune capanne nuragiche.
Nei pressi della rupe di Su Nuratze, nel luogo detto Perdas Lobadas (pietre
gemelle), scavando, furono trovati vari reperti archeologici e diverse monete.
Poco distante da Perdas Lobadas, nella regione detta Santu Leo, si rinvennero
vestigia di antiche mura.

 

IL MONTE SUSU DI TONARA E LA GARIGA MONTANA

L'intera zona comprende un complesso montagnoso, di cui la cima più alta è
Punta Giuanni Fais (1.499 m), ed un esteso sistema di valli e canaloni,
interessati dal bacino idrografico del fiume S'Isca. Sul versante meridionale,
con vasti costoni panoramici, la montagna degrada più o meno dolcemente fino ai
fitti boschi di castagno che circondano l'abitato di Tonara. Questi territori
estesi per circa 1.200 ettari sono stati acquisiti dal cantiere di forestazione
della Sardegna. Attualmente si presentano comunque assai boscati, e solo nelle
cime brulle del tutto privi di vegetazione di alto fusto, poiché un tempo erano
caratterizzati da un'intensa attività pastorale, nonché da un notevole
sfruttamento del bosco. Le foreste attualmente occupano almeno il 70%
dell'area. I caratteri generali del popolamento vegetale delle montagne di
Tonara sono la ricchezza di endemismi (soprattutto paleoendemismi cioè molto
antichi), come gli Astragalus spinosi, la Stachys glutinosa anch'essa con
portamento di piccolo arbusto spinoso. Le specie più rare ed interessanti sono
localizzate in ambienti particolari come le rupi (Saxifraga cervicornis), i
valloni umidi ed ombrosi come per il relittuale tasso (Taxus baccata), fonti
(Arenaria balearica e Cymbalaria aequitriloba), creste ventose (Astragalus
gennargenteus), cioè sempre in situazioni di carattere conservativo, che durante
le variazioni climatiche hanno subito solo scarse modificazioni e quindi a
questa flora dà la possibilità di svilupparsi in ambiente quasi costante
durante tempi lunghissimi. Tra la flora riscontrabile più comunemente
ricordiamo, ma solo in sporadici distretti nelle fredde vallate di Orrotza, la
genziana maggiore (Gentiana lutea) il cui nome deriva da Gentius, re
dell'Illiria, vissuto nel II secolo a.C. che, pare avesse scoperto e decantato
le virtù medicinali di questa pianta, usata soprattutto come febbrifugo. Poiché
è la radice la parte efficace della pianta, si intuisce che la sua rarità
derivi soprattutto da una indiscriminata raccolta in passato quando non
esistevano i medicinali attuali. Più o meno in tutti i settori è assai diffuso
il tipico cespugliato d'alta montagna che caratterizza gran parte della zona in
corso di rimboschimento. La zona di forestazione è stata a tratti interessata
anche da interventi di realizzazione di gradoni e di fasce antincendio che se
pure facilitano l'opera di prevenzione dagli incendi, hanno comunque modificato
l'originaria conformazione dei suoli, deturpando in parte il paesaggio,
soprattutto lungo i valloni di Su Accu Mannu. Assai discutibile appare poi
l'impianto di specie vegetali non autoctone. Verso Punta Muscurida e Bruncu
Perdu Abes Su Accu Mannu il paesaggio è quello tipico del Gennargentu con le
rocce argentate di scisto coperte di licheni e la gariga o gli arbusti spinosi
che fanno capo qui e la tra la fienarola e gli scisti. Infatti il substrato
geologico è lo scisto, che costituisce un'impalcatura antica risalente all'Era
Primaria. Pur nell'indubbia omogeneità, il paesaggio di tutta la zona è
particolarmente suggestivo e non manca del fascino dalle immense solitudini, se
solo ci si lasciano dietro le strade un pò invadenti della zona pedemontana.
Per raggiungere le alte creste si può, o per meglio dire si deve compiere una
passeggiata sia pur faticosa per la forte pendenza e per la necessità di
aggirare o percorrere brevi tratti di roccioni sconnessi ed irti, una volta
regno delle capre. Riguardo alla situazione floristica, è possibile solo fare
qualche accenno, dato il gran numero di specie interessanti presenti nella
zona. È necessario premettere che il pascolo eccessivo e le varie forme di
degradazione antropica hanno notevolmente impoverito nel passato questo
ambiente, un tempo rigoglioso, nel quale una fitta macchia e una ricchissima
flora cacuminale si alternavano progressivamente e armoniosamente a sconfinate
distese forestali. La natura continua tuttavia a difendere alcuni suoi tesori,
conservando su queste montagne un elevato numero di endemismi fioristici, con
specie mediterraneo montane di grande interesse biogeografico ed associazioni
di arbusti prostrati e di erbe rare o addirittura esclusive di questi rilievi.
Fra le specie indicatrici degli ambienti dì clima freddo-umido, presenti nelle
montagne tonaresi si possono ricordare: Juniperus communis, Amelanchier ovalis,
Daphne oleoides, che si accompagnano alle specie della gariga montana (Thymus
herba-barona, Teucrium marum, Helichrysum microphyllum, Genista corsica,
Astragalus ganargenteus) e ad alcuni importanti associazioni. I pendii più erti
della montagna, ad altezze più elevate, presentano naturalmente una crescente
rarefazione degli alti fusti che cedono il passo all'erba mazzolina, alla
fienarola, al timo e alle formazioni di digitale purpurea, caratterizzata dai
fiori enduli di un intenso color rosso carminio. Sui crinali si possono
incontrare la santoreggia e l'erba gialla (Reseda luteola). In prossimità delle
vette vivono il ginepro nano e il pruno prostrato. Non meno importante è la
fauna di questi luoghi. Una volta le vette diventavano il naturale rifugio di
un gran numero di specie, disturbate ed insidiate nelle valli e perciò si
potevano avvistare gli avvoltoi, le aquile e branchi di mufloni Oggi mufloni
avvoltoi e aquile sono scomparsi, ma l'intera zona ospita ancora cinghiali (che
si possono incontrare abbastanza facilmente), gatti selvatici, martore,
donnole, lepri, volpi, falchi pellegrini, poiane, astori e gipeti. È ormai raro
il gracchio corallino. Presenti ancora il merlo acquaioio, le poiane, l'astore,
lo sparviero, il nibbio reale, il gheppio, le pernici, i colombacci, la colomba
selvatica, lo spioncello, il codirossone, il venturone sardo-corso, la
magnanina sarda, l'occhiocotto, la capinera, il cu)bianco; ma forse l'anima)e
più «visibile» rimane il grande corvo imperiale. Se ad uno sguardo distratto il
paesaggio di queste cime brulle non sembra riservare molte sorprese per il naturalista,
in realtà nella sua conformazione eco-morfologica richiama immediatamente
l'ambiente del contiguo Gennargentu. Il paesaggio delle cengie, apparentemente
scarno, sembra evocare solo i silenzi della grande montagna e il gelo invernale
e magari richiama alla memoria le fatiche dei nostri pastori e boscaioli che
percorrevano questi luoghi solitari ed ancora parzialmente selvaggi. Nel
crinale di Conca Giuanni Fais, che degrada a valle verso nord ovest, si trova
un vecchio rifugio realizzato circa 30 anni fa ed ora pressoché inutilizzato.
Nei pressi del rifugio c'era anche la pista da sci dove gli amanti di questo
sport di Tonara avevano sistemato anche un piccolo impianto di risalita. Poi i
tanti inverni secchi e la difficoltà di raggiungere la cima innevata, data la
forte pendenza della strada di accesso, motivarono l'abbandono degli impianti.
Il paesaggio montano in questo tratto è caratterizzato da creste rocciose che
dominano scoscesi dirupi, da sentieri impervi, che si arrampicano sotto le
cime, spesso innevate, e da un ambiente dove la natura ha ancora il suo dominio
nei paesaggi suggestivi e gli alberi secolari.


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